Bayeux tapestry

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venerdì 14 luglio 2017

Apocalypsis Nunc. Settima puntata


Matilde si decise a lasciare il cespuglio. L’aria del mattino era così fredda che, sebbene l’inverno fosse ancora lontano, si formavano davanti alla bocca delle nuvolette di condensa a ogni respiro.
Il sasso che aveva preso per difendersi era ancora stretto nella sua mano e la pelle mostrava i segni della forte pressione che la ragazza aveva esercitato per tutta la notte attorno a quel piccolo sostegno emotivo.
Tese le orecchie, ma non udì rumori diversi da quelli usuali della natura che la circondava.
Si sentiva indolenzita come mai prima di allora, le ossa dolevano, sembravano puntellate di spille che le bucavano la carne dall’interno. La schiena era bloccata e solo con uno sforzo riuscì a non gemere nell’alzarsi in ginocchio.
Rimase alcuni istanti così, con le mani premute contro le cosce unite. La destra ancora stretta alla pietra.
Sentiva qualcosa premerle nella memoria, e dentro di lei era sicura di quale volto fosse quello che sembrava apparirle davanti. Arechi . Si maledisse: doveva rimanere forte, doveva ammazzare uno di quei senza Dio, prima di lasciarsi morire a sua volta.
Le lacrime offuscarono la vista. Come poteva se il dolore per quanto aveva perduto, perfino per la morte del padre che la desiderava, rischiava di renderla incapace di respirare? Arechi ! Ormai l’emozione aveva preso il sopravvento, il pianto venne incontrollato, selvaggio come la disperazione. Ma più le lacrime scendevano lungo le sue guance, più lasciava spazio alla rabbia. Non si trattava della volontà di uccidere alla quale si era aggrappata unendo la mano al sasso.
Stringendo i denti, serrando la mascella in un crescendo di determinazione, giurò che non l’avrebbero mai piegata. Lei sarebbe sopravvissuta e molti di loro no.
Le venne da ridere, forte del suo convincimento. La risata divenne isterica e senza alcuna cautela la lasciò echeggiare forte.
Poi tornò la fitta al cuore e il pianto.
Ripiombò sul letto di rami che l’aveva accolta per la notte e rimase lì, consapevole che stava solo mentendo a se stessa. Non aveva la forza di alzarsi, e i fantasmi di tutto ciò che aveva perduto la inchiodarono a terra per ore.

***

«Arrivano con un’altra scala, padre.»
«Da quale lato?»
«Settentrione» Folco indicò con la lama insanguinata.
«Dannati loro. Puoi provvedere?»
«Siamo già tutti impegnati. Andrò, ma le prossime non troveranno resistenza.»
«Va' figlio, fa' quel che puoi.»
Folco lasciò il suo posto presso il portale, ormai difeso solo da suo padre e una manciata di cittadini, e corse lungo il camminamento, superando morti e moribondi.
Quasi tutti gli uomini avevano dato la vita nell’opporsi alla violenza delle prime ore dell’attacco. La spinta dei saraceni si era affievolita e di fronte alla caparbia ostinazione degli abitanti del Vicus avevano smesso i tentativi mal organizzati di prendere le porte per una più complessa tattica.
Forti del numero, si erano divisi in tanti gruppi che operavano coordinati da suoni di corni e tamburi.
Nell’insieme era un’esperienza terrificante, ma i guerrieri e i cittadini del piccolo villaggio fortificato, dopo aver respinto alcuni di quei tentativi, si erano in qualche modo assuefatti ai rumori e una muta rassegnazione era calata su di loro.
Tamponavano i punti critici, correndo con passo sicuro degno dei più inveterati combattenti. Le donne all’inizio portavano acqua, curavano i feriti e piangevano i morti ma ora, affardellate di tutto ciò che occorreva alla guerra, avevano sostituito padri, figli e mariti e non si risparmiavano in nulla.
Quelle che già avevano perduto tutti gli adulti della propria famiglia erano tornate a casa e avevano sgozzato i bambini e i vecchi. Altre speravano ancora e nascondevano la loro incapacità nel compiere tale gesto affidandosi all’improbabile vittoria come appiglio.
Folco arrivò alla postazione presa d’assalto nell’attimo esatto in cui la scala venne appoggiata alla palizzata. I due robusti montanti si incastrarono tra i pali, assicurandosi saldamente a essi. Dal loro tremolio continuo era chiaro che i mori fossero già impegnati a salire. Folco provò ad affacciarsi, ma il sibilo di una freccia lo obbligò a ritrarsi. Vide però che il numero di nemici che si apprestava a salire era grande. Troppo grande per non provare un senso di disperazione dal sapor ferroso in bocca.
Il primo avversario si affacciò guardingo, lo scudo sollevato sopra la testa. Lo afferrarono in due, tirandolo oltre il parapetto, e lo colpirono con violenza tutti insieme. La donna che lo stava aiutando era la serva di sua madre. Colpiva e tagliava il corpo ormai immobile del nemico. Folco avrebbe voluto fermarla, farla tornare in sé perché altri stavano arrivando, ma non fece in tempo.
Con un balzo il secondo saraceno piombò su di loro, spingendo via il ragazzo e affondando la sua lama nel ventre della donna.
Folco si alzò per colpirlo ma un altro avversario superò la scala e si interpose tra loro. Lo scambio di colpi fu selvaggio, non c’era spazio per duellare utilizzando finte e agili mosse. Si colpirono selvaggiamente come minatori intenti a sgrossare le pietre per trovare la vena.
Folco combatteva con la disperazione di chi tenta di arginare una falla nella propria imbarcazione. Ora i saraceni sulla predella di legno erano tre, ma lo scarso spazio impediva loro di sfruttare al meglio il vantaggio, e Folco riuscì a incastrarli in un angolo. Rinvigorito dal loro impaccio, continuò a menare colpi con la spada ammaccata e piegata in punta. Stava tamponando la falla, pensò. Sarebbe riuscito a respingere anche quell’assalto.
Quando il quarto saraceno superò la palizzata e gli tagliò la gola aggredendolo alle spalle, Folco stava iniziando a credere che avrebbero vinto la battaglia.

***
La testa gli doleva così forte, all’inizio, che aveva pensato gli avessero versato del piombo fuso addosso e che lo stessero torturando. Quando l’intorpidimento passò, però, si rese conto che era solo. Nessuno stava cuocendo il cuoio sotto i lunghi capelli. Aveva dormito addossato al tronco cavo di una quercia caduta a terra, mangiata da invisibili insetti che ne avevano consumato tutta la polpa, lasciando il gigantesco guscio tremulo e fragile di corteccia che aveva poi ceduto al suo stesso peso. Era il suo primo sonno, da quando aveva ripreso i sensi nel boschetto vicino al mare dove era svenuto. Valutò, dai colori del cielo, che una nuova alba era sorta da poco. Il sole filtrava obliquo fra gli interstizi del sottobosco e la rugiada era solo in parte divenuta sottile strato liquido. Alcuni steli avevano ancora i fini cristalli di ghiaccio a ornare i propri bordi. Coperto di muschio e frasche era riuscito a mantenere il proprio corpo al caldo, ma il trauma del colpo ricevuto la notte precedente era ancora forte. Fitte simili a spilli incandescenti gli tormentavano il capo e il solo volgere gli occhi intorno gli procurava un dolore in grado di strappargli gemiti tormentosi.
Matilde. Il pensiero di lei l’aveva tenuto sveglio quando il corpo ferito gli gridava di fermarsi, distendersi e aspettare. Matilde, sempre lei. Non era morto per salvarla come aveva pensato. Ma l’aveva salvata? Non poteva saperlo e quel pensiero lo torturava. Aveva osservato la spiaggia, cercandola fra i volti noti e quelli a lui sconosciuti nelle lunghe file di prigionieri che venivano portati alle barche. Lei non era mai passata di lì. Non era nessuna di quelle ragazze atterrite in abiti laceri, prede di guerra e di turpi desideri. E, ringraziò Dio ad alta voce nonostante la vicinanza dei saraceni, non l’aveva nemmeno trovata distesa al suolo, sventrata, nei punti che Matilde aveva attraversato scappando. Aveva visto le tracce dei piedi scalzi della ragazza, così perfetti e affusolati, ora nei pressi del terreno limaccioso del torrente del castrum, ora più vicino alla torbiera che divideva la spiaggia dall’entroterra in salita, verso i terreni dell’Alperti. Non l’aveva seguita oltre, per paura di attirare le attenzioni dei mori da quella parte, e frastornato ma non meno deciso a farcela, aveva provato a ritornare al Vicus solo per scoprirlo assediato. La fortuna continuava ad arridergli, nessuno l’aveva ancora notato; ciò nonostante non aveva idea di cosa fare, come muoversi. La testa in fiamme gli impediva di avere pensieri coerenti a lungo termine e si era reso conto che solo l’immediato pericolo riusciva a sviare tutta la sua concentrazione dal dolore, mettendolo in grado di agire sempre al meglio.
Il fresco della mattina non giovava e una forte nausea lo colse. Doveva mangiare qualcosa, si disse, anche solo per vomitarlo. Era passato più d’un giorno dal suo ultimo pasto. Addentò alcuni dei funghi cresciuti fra le radici della pianta secolare; erano candidi e spugnosi, di quelli da addentare sia crudi che cotti con la selvaggina. La sera prima non li aveva notati, o forse era solo il sonno che aveva vinto su qualsiasi altra esigenza del corpo. Con sua sorpresa mangiare alleviò la pressione al cranio, e gli infuse un certo ottimismo, presto velato dalla constatazione di quel che stava avvenendo intorno a lui. Non avvertiva più il senso di riprendere le forze e le capacità intellettive, dal momento che questo avrebbe significato solo una maggiore consapevolezza della fine di tutto ciò che era stata la sua vita. Matilde, lei era al sicuro? Se il Vicus era assediato, anche la casa di Alperti doveva essere stata presa d’assalto. Si alzò deciso. Sarebbe andato a verificare. Un guerriero non vive di attimi spuri ma ha bisogno di uno scopo conseguente all’altro. Un’azione per un’azione. Una parata che ferma un fendente. Una finta che precede un affondo. Sarebbe andato a casa di Matilde, e avrebbe affrontato saraceni e servi dell’Alperti con la stessa forza, se gli avessero impedito di sfiorare di nuovo la mano della donna che voleva con sé per tutta la vita.

***


Gli riuscì di sentirle come echi distanti, le parole di suo padre, I guerrieri non piangono, figlio mio. Gli uomini diventano tali quando smettono di piangere per le cose che danno dolore. Ciononostante non gli riuscì di trattenere le lacrime. Quante ancora ne aveva da versare, si domandò ricomponendo il corpo di sua madre nel tentativo di risistemare la parte di volto quasi del tutto strappato da una delle lame saracene. Era ancora sua madre, quell’ammasso informe di sangue e lembi di pelle e stoffa che non volevano rimanerle addosso?
Era diventato un uomo. Guido aveva ucciso, e aveva vinto la sua prima battaglia. Nessun saraceno di quella specie di imboscata nella quale erano incappati avrebbe raccontato di come erano stati fatti a pezzi da un esercito di bambini. Non ne erano rimasti molti in vita, di quei giovani guerrieri, e i feriti a terra che nessuno di loro sapeva curare avrebbero aumentato presto il numero dei caduti.
Guido si guardò intorno, in piedi vicino a lui c’era una manciata di ragazzi, maschi e femmine della sua età o giù di lì. Non rimaneva altro. Le loro madri si erano gettate contro i nemici per difenderli e avevano pagato con la vita. Il loro sacrificio però aveva creato confusione fra i mori, permettendo ai figli di reagire e di vincere.
Guido provò a contare i nemici uccisi. Non era bravo con i conti, ma sapeva confrontare la quantità, eppure non c'era niente da festeggiare in quella vittoria che aveva regalato loro l'opportunità di continuare a fuggire.
Che senso aveva continuare così?
Voleva sedersi e aspettare la fine. Lo voleva davvero? Scosse la testa. No. E nemmeno i ragazzi intorno a lui desideravano morire. Che tutto finisse sì, ma non erano pronti a mollare la propria vita al terribile destino che li circondava.
«Andiamo» disse calmo. Nessuno rispose. Sentì solo i loro muscoli tendersi, pronti a seguirlo. Era un uomo ora, e un capo.
«Il tempio è lassù, da qualche parte su quel costone.»
Dare istruzioni era un modo per concretizzare la voglia di sopravvivere e dava forma alla consapevolezza che era divenuto una guida. Con spirito si ricordò delle armi dei saraceni.
«Prendetele» ordinò ai suoi. Il corpo di sua madre si deformò di nuovo, sfaldandosi come un fiore appassito, un frutto ammuffito nel cuore del sottobosco.
Non avrebbe mai dimenticato quell’orrore ma, d’altronde, nulla sarebbe mai stato come prima. Mai. Tutta la loro esistenza era stata squarciata come l’esile fisico della donna ai suoi piedi. Altre lacrime gli gonfiarono gli occhi.
Non se ne vergognò e quando gli altri, anch’essi nel pianto più disperato e allo stesso tempo composto che avesse mai visto, gli si avvicinarono, si strinse a loro.

Avrebbero combattuto piangendo, avrebbero vinto piangendo. Sarebbero arrivati alla fine di quell’incubo senza più una sola lacrima da versare. Allora, lungo l’argine di quel fiume di dolore, avrebbero lavato via il passato. Ricominciò a camminare lungo il sentiero in salita. Lassù, fra le vestigia dall’antico passato romano, c’era la loro unica salvezza.

>>> puntata finale