Bayeux tapestry

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venerdì 7 luglio 2017

Apocalypsis Nunc. Sesta puntata.


Matilde osservò con occhi spenti l’origine della luce che aveva usato come un faro nella notte per raggiungere la sicurezza di casa sua. Era rimasta nascosta fra la boscaglia per ore, che nel delirio della disperazione le sembravano già essere durate giorni interi. Non aveva visto il sole sorgere, si diceva cercando di razionalizzare le sensazioni. Non poteva essere rimasta a lungo nascosta. E quella luce, in direzione di casa sua, doveva essere dei fuochi accesi dal padre quando aveva scoperto che la sua bambina non era sotto le pelli vicino al focolare, dove per causa sua era costretta a dormire. La vide ingigantirsi, quella luce, mano a mano che le si avvicinava. Sì, i suoi volevano mostrarle la strada; forse anche Arechi  era fuggito verso quella luce, dopo aver eliminato tutti i nemici. Doveva essere così. Continuò a camminare, arrivò tanto vicina che poteva sentire il calore del fuoco sulla pelle. Sullo sfondo degli edifici in fiamme vide i corpi che dondolavano osceni, appesi a ganci, issati sui rami degli alberi intorno ai quali, da bambina, era solita giocare. Le fiamme che divoravano il castello di suo padre avevano messo fine a tutta la sua vita, al disgusto, alla protezione, agli amici. Tutto se ne andava nelle ceneri che volavano scomposte in mulinelli verso il cielo. Non era stata nascosta per giorni, solo il tempo necessario a quei demoni per eliminare tutto ciò a cui lei apparteneva, nel bene e nel male. Si rannicchiò nel cespuglio, con le ginocchia al petto, e pianse. La follia era l’unico conforto che le rimaneva, le stava preparando un giaciglio sul quale stendersi e lasciar scivolare via il dolore. Sorrise, e pensò di immolarsi fra le fiamme, ma poi afferrò, d’istinto, un sasso di grandi dimensioni, e soppesandolo si domandò che rumore avrebbe fatto una testa rotta da quella pietra. Decise che l’avrebbe scoperto aprendo il cranio a uno dei mori.

***
«Resisteremo finché non giungeranno i rinforzi dai castra vicini» ripeté con calma Arnaldo. I suoi arimanni assentirono, anche se le espressioni preoccupate stampate sui volti lasciavano intendere quanto ritenessero improbabile un esito positivo della vicenda. Alla luce del sole che splendeva  indifferente alle umane vicende, la loro situazione appariva disperata. Dall’alto del bastione che difendeva la porta del monte si poteva constatare l’entità dell’assalto saraceno: ovunque si vedevano pennacchi di fumo, a volte denso e nero per l’incendio vivo sotto di esso, in altri punti più chiaro e flebile, come la speranza che sotto le ceneri qualcosa fosse sopravvissuto alla distruzione. Quei pennacchi costellavano il panorama dell'entroterra e sembrava che nessun luogo abitato, villa, castello o semplice baracca di coloni, fosse stato risparmiato.
Radunati intorno allo Sculdascio, i guerrieri evitavano di guardare verso il mare, e quando erano costretti a farlo la visione dell’enorme flotta li irretiva ipnotica nella sua terrificante magnificenza.
«Ecco perché non se n’era più vista una, di quelle vele saracene» aveva detto Chilperico, quando l’alba aveva reso evidente la gravità della situazione. «Si stavano organizzando, mettendo insieme la flotta più grande che si sia mai vista.» Era il più fido degli uomini dello Sculdascio, il guerriero più forte e l’amico più sincero dal momento che, come il suo nome stesso ricordava, era figlio di un uomo nato schiavo e poi affrancato. Le sue origini umili lo rendevano al di sopra di ogni sospetto, per Arnaldo.
Folco ricordò i discorsi con l’equipaggio della nave veneta e mostrò a suo padre e agli altri le navi da guerra che i saraceni avevano catturato al doge a seguito della sconfitta subita dai Cristiani nelle Apulie. Ora i mori si stavano prendendo la rivincita e non era certo il sacco dei fondi dell’antica Cluana il loro obiettivo principale.
In ogni caso, qualunque fosse la loro meta ultima, stavano distruggendo il territorio alla foce del Cluentum con una metodicità che aveva sconcertato tutti. Le difese del Vicus erano sempre state sufficienti per evitare gravi danni dalle fugaci incursioni di quei predoni del mare, e i saraceni si limitavano a fare una veloce razzia lungo la fascia costiera e a fuggire prima di incappare in una risposta in armi organizzata e numerosa. Ora invece tutto era diverso, non si trattava di una scorreria ma di una vera e propria invasione su larga scala, organizzata con metodo e razionalità.
I nemici sembravano conoscere benissimo il territorio intorno al Vicus Cluentensis e in poche ore tutto ciò che poteva costituire per loro una minaccia era stato cancellato dai rapidi attacchi iniziati nella notte.
Era ormai evidente che la pianificazione necessaria a compiere un’azione di quella portata, il numero di navi e di guerrieri coinvolti e l’esecuzione perfetta fino a quel momento potevano significare che c’era molto di più, negli intenti dei saraceni, che devastare quella parte della Marca Fermana.
«Non saremo certo noi, il loro unico bersaglio» esordì Folco facendo voltare tutti. Era in età adatta per presiedere al consiglio dei guerrieri, ma anni di relativa pace non avevano mai dato la possibilità al giovane di assistere a una riunione di quella importanza.
«Che intendi dire?» gli domandò il padre.
«Non riceveremo aiuti, padre. È chiaro che una zona molto più grande di questa sarà attaccata, se non lo è già ora che parliamo.»
Il silenzio che seguì era carico di tensione, generata dalla consapevolezza di quanto Folco fosse nel giusto.
«Non accetterò di arrendermi» disse Aldonerompendo lo stato di quiete irreale.
«No, non lo faremo di certo, ma dobbiamo prendere in considerazione il fatto che potremmo essere costretti a non lasciare nessuno di indifeso, prima della nostra morte su questi spalti.»
Ammazzare donne e bambini. Folco sapeva che suo padre non stava scherzando. Quello di cui erano testimoni in quel momento era qualcosa che andava al di là di qualsiasi esperienza avessero vissuto o sentito raccontare. Arnaldo stava tentando di farvi fronte anche prendendo in considerazione  gesti estremi, come impedire che i loro cari finissero preda di quei demoni.
La selva di teste infilzate nello spiazzo antistante i portali del Vicus era aumentata, ma anche due cadaveri saraceni completavano ora la scena, colpiti dalle frecce lanciate  dalla fortificazione. Da quel momento i nemici avevano smesso di mostrare i trofei di guerra e il morale dei cittadini si era risollevato un poco.
«Sia quel che sia, non mi avranno vivo. E nessuno dei miei cari finirà in mano loro.»
«Siamo d’accordo, dunque. Ora cerchiamo di organizzare la difesa.» Arnaldo era deciso a vendere cara la pelle. I mori avrebbero pagato un prezzo altissimo per gli assalti al Vicus Cluentensis.
Folco continuò a osservare il desolante panorama. Sarebbe rimasta anche solo la memoria delle loro vite?, si domandò in preda a una forte angoscia. Che senso aveva morire coraggiosamente se poi nessuno avrebbe reso immortale il gesto con la memoria?

***

La prima parte della discesa era la più ripida e più d’uno incespicò e fece rumore nel tentativo di non rotolare fatalmente a valle. Guido cercava di sostenere i più piccoli e guidava, bisbigliando consigli, tutti gli altri.
I rumori della battaglia, nella grande sala di suo padre Tebaldo, andavano affievolendosi, e questo poteva solo significare che la difesa dei guerrieri della casa era stata ormai sopraffatta.
Erano tutti morti, pensò con gli occhi che si riempivano di lacrime. Era rimasto solo lui, poco più di un fanciullo, a difendere i sopravvissuti, sua madre e i suoi due fratelli.
Suo padre era morto, i guerrieri della casa non c’erano più. Adesso non si trattava di continuare il percorso di vita lasciatogli in eredità: tutto era morto, non solo il suo genitore. Tutto.
«Dove andremo, Guido?» gli domandò la madre. Una malattia l’aveva resa lo spettro della donna vigorosa che era stata un tempo. Ridotta quasi a uno scheletro, le erano rimasti però gli occhi intelligenti e morbidissimi.
L’espressione del viso, che voleva essere determinata, lasciava trasparire fin troppo il desiderio di lasciar perdere quell’inutile tentativo di salvarsi.
«Madre, ho bisogno di te. Per favore, in nome di Dio, non fermatevi ora.»
Ricattata nell’animo, strinse le labbra e sembrò sul punto di replicare. Poi però il suo volto si addolcì. Le guance, tese nell’incavo fra la mandibola e gli zigomi, tremarono.
«Resisterò, figlio mio, ma devi decidere da che parte andare.»
Già, pensò Guido, da qualche parte bisognava pur dirigersi. Il Vicus sembrava la soluzione più logica, ma era in prossimità del mare, troppo vicino al nemico.
E poi se era così logico per lui, lo sarebbe stato di certo anche per chi si fosse messo al loro inseguimento.
Di colpo gli venne in mente un’idea forse folle ma che avrebbe potuto funzionare.
«Andremo al tempio.»
«Il tempio?» chiese sgomenta la donna.
«Sì, è quasi del tutto integro e ha una vasca per l’acqua che sarà piena a metà  in questa stagione.»
La donna guardò verso le colline, dove il figlio intendeva portarli.
«Lassù potremo nasconderci.»
«Forse.»
«Più che in mezzo agli alberi» indicò i piccoli piagnucolanti e le donne in camicia da notte.
«Hai ragione. Così non resisteremo a lungo. Portaci là.»
«Sì madre mia» le baciò la fronte. «Seguitemi» disse poi rivoltò ai sopravvissuti «e pregate per ogni passo che dovremo fare.»


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