Bayeux tapestry

Bayeux tapestry

venerdì 23 giugno 2017

Apocalypsis Nunc. Quarta puntata.


«Sarò una delle tante, ora? Una di quelle il cui nome sostituirai nella memoria con la prossima che cederà al tuo corteggiamento?» la domanda ruppe il silenzio che era sceso fra di loro quando, esausti per l’amore consumato con passione, si erano distesi sul mantello di lui, nudi, abbracciati sotto lo scintillio delle stelle che quella notte apparivano ancora più fitte e luminose.
«Il tuo nome è inciso col fuoco. Ha occupato per intero il mio cuore fin dal primo giorno che ti vidi.»
«Ma ero solo una bambina» rise lei piano, sospirando nell’infossare il volto fra il collo e la spalla muscolosa del ragazzo.
Quando lui non rispose lei alzò la testa e lo guardò con espressione stupita.
«Non ricordi più? Al mercato, tanti anni fa… Il mercato di Santa Eufrosina.»
«Non ricordo. Eri forse la figlia del maniscalco? O quella bruna, figlia del pescatore a meridione della foce del Cluentum? Ho promesso di sposare così tante fanciulle…»
«Sei uno sciocco» gli rispose irritata, strattonando e puntellando le braccia per liberarsi dal suo abbraccio, ma lui non cedette e la tenne stretta a sé.
«Certo che mi ricordo: camminavi vicino a tua madre, stringendole un lembo della gonna. In testa avevi una coroncina di fiori che non voleva saperne di rimanere al suo posto.»
«Era quella che preferivo, troppo grande per me, ero testarda anche allora. Ricordi bene, allora non posso che fidarmi di ciò che dici.» Lo abbracciò più stretto: «Questa notte sono diventata tua.»  Pronunciò quelle parole ardite senza riuscire a scacciare la propria preoccupazione.
«Sarai mia per tutto il tempo che Dio ci concederà.»
Matilde gli baciò la guancia e Arechi  proseguì: «Se non potremo restare qui ce ne andremo. Ad Ancòn, o a Monte Santo. Ovunque ci accoglieranno, perché liberi e sani, e potremo ricominciare una vita insieme.»
«Mi sposerai? »
«Sì.»
«Io intendo davanti al Signore. Mi sposerai, come ci si aspetta che facciano i buoni cristiani?»
«Lo farò. Ti sposerò all’altare del Santo Cristoforo. Lui portò nostro Signore sulle spalle, difenderà anche la nostra unione con la sua forza. È a meridione di qui, vicino…»
«Al mulino sul Cluentum» disse lei, sorridendo. «Lo conosco, e adoro quel posto.»
«Chiederò a un frate di sposarci. E saremo una cosa sola, per sempre, anche davanti agli occhi di Dio.»
Commossa dalla dichiarazione dell’uomo, Matilde stava per tornare a baciarlo quando nel buio della notte uno sciabordio ritmato giunse alle loro orecchie. Arechi  si alzò a sedere e si concentrò per cercare di cogliere il significato di quel suono. Dei colpi sull’acqua, battute ritmiche di qualcosa che affondava con forza e poi risaliva, in uno sciacquio zampillante e veloce. Remi, molti remi in azione.
«Pescatori?» domandò lei, alzandosi a sua volta.
«Forse. Sono un po’ troppo rumorosi, però» le disse cauto. C’era qualcosa che non andava e con rapidi gesti si rivestì. Matilde lo imitò svelta, inquietata da quel tono sospettoso. Arechi  tentò di sbirciare fra i rami, in direzione dei rumori sempre più forti: un’imbarcazione sottile, lunga decine di braccia, si stava avvicinando alla riva. Nel tentativo di comprenderne l’appartenenza, non si rese conto che dietro di essa, intorno ad essa, altre barche simili nella foggia seguivano la scia e si andavano delineando nel fioco baluginio delle stelle sul mare.
«Chi sono?» chiese Matilde. Aveva indossato le vesti in fretta, senza badare a sistemarle.
«Non lo so, ma dobbiamo andare via di qui. Nessuno che abbia buone intenzioni viene a farci visita in questo modo.»
Cercarono a tastoni il resto della loro roba.
«La mia spada, dov’è?» chiese con impazienza Arechi  strusciando la mano a terra. Matilde si mise carponi ad aiutarlo.
«Era qui. Credo.»
«Dobbiamo andare via, Arechi .»
«Senza la mia spada? Mai!»
«Hai sentito quei rumori, era la ghiaia, sono arrivati alla spiaggia!» Chiunque  fosse a bordo di quelle imbarcazioni aveva molta fretta: in rapida successione giunsero loro i rumori di numerosi uomini che saltavano in acqua per guadagnare la riva .
«Devi tornare al Vicus, dare l'allarme» gli bisbigliava Matilde concitata, sentendo le mani tremare, il petto batterle all'impazzata.
«L’ho trovata» bisbigliò Arechi . «Siamo ancora in tempo» provò a farle coraggio con un sorriso nervoso che lei non poteva distinguere al buio.
Non potevano muoversi al riparo dagli alberi, il sottobosco era troppo fitto per non rischiare di farsi seriamente male. Certi di avere un buon vantaggio sulla gente che era arrivata dal mare, si arrischiarono a uscire allo scoperto e percorrere la strada che li separava dalla palizzata di Cluentensis.
Dovevano averli visti, il mare rifletteva i flebili raggi lunari sui loro vestiti. Sentirono delle voci chiamarsi fra loro in tono sommesso e brusco, e poi il nitrire di un cavallo, a cui se ne aggiunse un altro e un altro ancora. Se avevano anche delle cavalcature non poteva che trattarsi di una forza ostile giunta per attaccarli.
Arechi  strinse forte la mano di Matilde. Provò ad accelerare il passo ma il trotto distinto che si avvicinava lo convinse a fermarsi.
«Entra nel bosco, attraversalo più che puoi e poi nasconditi.»
«Ma…»
«Va per Dio, o dovrò ammazzarti io stesso.»
«Perché?» chiese la ragazza atterrita. «Perché?»
«Sono saraceni, non devono prenderti» i cavalli erano ormai arrivati loro addosso. «Vai.»
«Io…»
«Addio. Avrei voluto davvero una vita con te» la spinse così bruscamente che Matilde perse l’equilibrio cadendo carponi in un cespuglio che le graffiò le braccia e il volto. Con le lacrime a renderla cieca arrancò carponi lasciandosi la spiaggia alle spalle.
Arechi  estrasse la spada, la lama scintillò mentre la mulinava nell’aria.
Il primo degli inseguitori, sorpreso dal trovarsi di fronte un guerriero, non si accorse in tempo del pericolo e un fendente del giovane lo ferì alla gamba e raggiunse il fianco del cavallo, che scartò per il dolore. «Avanti. Venite, maledetti!» urlava con quanto più forza aveva, per coprire il rumore degli arbusti spezzati da Matilde. Avrebbe voluto vivere per lei ma nello stringere l’elsa sentì la forza della disperazione infondergli coraggio: allora sarebbe morto per lei, per l’amore che provava. Per salvarla. Non a tutti era concesso così tanto, e fu come avere in sé la forza di dieci uomini. Gli altri due mori caricarono insieme e l’avrebbero visto sorridere se vi fosse stata più luce; i cavalli lo travolsero gettandolo a terra stordito, immobile. I cavalieri scesero di sella e gli si avvicinarono guardinghi. La reazione di Arechi  fu però fulminea e con un solo scatto tranciò il piede di quello più vicino che cadde urlando, impacciando la corsa del compagno. Il secondo scartò di lato dando a Arechi  l’occasione di ruotare su se stesso e calargli un fendente sulla testa che abbatté il moro. Il ragazzo colpì, e colpì di nuovo, finché fu certo che nessuno dei due avrebbe visto l’alba. Gli ci volle un attimo per ritornare alla lucidità, preso dal furore dello scontro. Davanti a lui la spiaggia pullulava di invasori: non aveva alcuna speranza restando un attimo di più. Balzò a cavallo. Una freccia sibilò vicina alla sua testa. In sella alla bestia era un bersaglio fin troppo invitante. Diede di sprone ma la bestia, ferita da uno dei dardi, non si lasciò guidare e si tuffò nel folto del boschetto che costeggiava la spiaggia. Le felci e i rami frustarono Arechi . L’impatto con una nodosa fronda di quercia lo scagliò a terra, privo di sensi.

***
«Folco, alzati!» il grido lo strappò al sonno con un brusco risveglio.
«Che c’è?» scacciò spazientito le mani che lo stavano scrollando. Era uno dei guerrieri della casa, ma non era vestito della comoda tunica con la quale erano soliti passare le ore libere dal servizio; indossava invece l’armatura completa e l'elmo ornato con i lunghi crini di cavallo.
«Ci attaccano. Mi manda tuo padre, ti vuole alla porta dei monti.»
La porta dei monti, ripeté mentalmente Folco mentre, ancora intontito, si preparava con i gesti che i guerrieri anziani gli avevano insegnato ogni giorno, da anni.
Indossò una camicia leggera, lunga fino a metà coscia, sopra la quale infilò il corpetto imbottito cucito da sua madre. Non perse tempo con i calzari, e si diresse alla cesta con l’armatura: fasce di cuoio cucite una sull’altra e uno strato regolare di piccole placche di metallo sul tronco, il dorso e le spalle. Riuscì a infilarla dalla parte inferiore, facendola scivolare al suo posto muovendo le braccia e il bacino.
Sul fondo, dentro un sacco bianco, il prezioso elmo a placche completò la vestizione. Si allacciò la cintura con i foderi della spada e del pugnale mentre percorreva la strada verso il portone.
L’intero Vicus era in allarme, nelle case dei liberi così come nelle baracche dei servi i lumi accesi e i rumori dei preparativi facevano risuonare il piccolo centro fortificato come un accampamento militare.
Altri uomini armati stavano dirigendosi verso i camminamenti costruiti lungo la palizzata, ma l’assenza di ordini secchi e la relativa calma con cui si muovevano le figure sugli spalti, appena distinguibili nel tenue cobalto del giorno nuovo, gli fecero pensare che non vi fosse una minaccia diretta al Vicus.
Risalì i gradini di legno che conducevano alla predella fortificata sopra il portale di ponente. Suo padre e i più fidi dei guerrieri erano schierati lungo il bordo della palizzata e stavano osservando fra i pali l’orizzonte.
Prima di poter fare domande, anche Folco venne irretito dallo sconcertante spettacolo che si offriva ai suoi occhi. Il mulino ad acqua era in fiamme, lingue di fuoco ne circondavano la tozza figura risaltandone i contorni. Alla sua destra un denso fumo con riflessi vermigli si alzava dalla collina dove viveva il nobile Tebaldo. La zona era illuminata da un incendio che non lasciava spazio a dubbi sulle sorti del piccolo castellum che il nobile caparbiamente aveva mantenuto in vita quando tutti si ritiravano nel rinato Vicus Cluentensis.
«Cosa sta…»
«Siamo circondati dai nemici» gli rispose il padre, senza smettere di scrutare davanti a sé.
«Ma chi ha una tale forza?»
Folco indicò con un gesto eloquente il fuoco: pure da altre zone si alzavano lingue di fiamma, case isolate di contadini, granai, forse anche ai piedi del colle in riva al mare.
Solo in quel momento Folco si accorse delle lance conficcate nel terreno davanti alla porta. A metà di ognuna di esse era stata fatta scivolare una testa mozzata.
«Santo Iddio» esclamò il ragazzo. «Non può essere stato l’Alperti.»
«No. Non è Alperti. Lui e quei quattro porcari che lo servono non avrebbero potuto mettere insieme una simile faccenda. Sono arrivati i demoni saraceni» disse Chilperico, figlio di Aldone, con la voce strozzata dall'angoscia. Era un uomo che, nato da una famiglia di semi liberi, aveva lottato con tutte le sue forze per ottenere una posizione sociale migliore, e l’aveva fatto con la spada, spillando il sangue dei nemici dello Sculdascio. Proprio per questa sua indomita determinazione era divenuto il primo guerriero di Arnaldo ed era fuori discussione il suo coraggio; eppure, al pari degli altri, il suo volto era pallido di fronte al terribile pericolo che incombeva su di loro.
«Ma padre, ce ne vorrebbero…»
«Migliaia? Sì, non potrebbero portare una simile devastazione in numero inferiore.»
«Com’è possibile? Non avevano mai messo insieme una simile forza.»
«Taci» lo interruppe il padre gesticolando verso uno dei suoi. «Eccoli che tornano. Preparati» ordinò secco. Il soldato incoccò una freccia e si fece avanti.
Un rumore di zoccoli al galoppo anticipò la comparsa di un cavaliere. L’uomo, avvolto in un ampio caffetano sul quale spiccava il lucido acciaio di una corazza ad anelli, si stava lanciando letteralmente contro il Vicus. Aveva in mano una lancia sulla punta della quale una testa impalata grondava ancora sangue.
Con una brusca tirata di redini fece alzare il cavallo sulle zampe posteriori, fermandone la folle corsa.
«Allah ù akbar!» gridò, infilzando il macabro totem al suolo. La freccia a lui diretta lo sfiorò e quello, per nulla intimorito, lanciò in risposta un urlo di sfida che parve alle loro orecchie il grido di un animale selvaggio. Alcuni dei guerrieri impallidirono a quella dimostrazione di coraggio. Il moro quindi voltò il cavallo e si allontanò. Ripresosi, l’arciere lasciò partire un altro strale, mancandolo di poco.
«Dannato sia il tuo arco!» Arnaldo lo spinse via furioso.
«Ma da dove sono arrivati?» domandò di nuovo Folco.
«Dal mare, da dove altrimenti?» rispose stizzito. «La bruma deve aver nascosto la flotta, e dal raggio della loro incursione non sarà certo composta di due barche.»
«Per agire in simultanea in una zona così vasta devono aver impiegato centinaia di navi» disse Chilperico. Tutti annuirono tetri.
«Non si limiteranno a spaventarci» Arnaldo indicò i macabri trofei allineati all’esterno. «Faremo meglio a preparare le difese. E a pregare che abbiano già preso bottino a sufficienza per ignorarci.»

Nessuno riponeva alcuna fiducia in quella possibilità.



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