Bayeux tapestry

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giovedì 9 novembre 2017

Lavori "sporchi". L'usura

E se prestate a coloro da cui sperate di ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla (luca 6, 34-35)


Una delle caratteristiche più affascinanti dell'epoca medievale è l'irrefrenabile spinta a creare categorie sociali. L'uomo medievale, che sia un monarca o uno squattrinato villano, ha insita in sé la necessità di collocare ogni cosa al suo posto, ripetendo in qualche modo, in una scala mentale non certo più ridotta, l'opera di Dio. Il lavoro, in particolare, riceve particolare attenzione. Esso non solo viene definito dall'area produttiva di interesse ma finisce per identificare con i suoi tratti più marcati anche il carattere di chi lo svolge. Il macellaio, il beccaio, il conciatore, il contadino, assumono aspetti vividi come marchi a fuoco che sono propri dell'attività svolta.
"Ordine, ordine per la miseria. Non fatemi imprecare!"

Spesso è il Vangelo a definire la purezza o meno di un mestiere. Coltivatori diretti e pescatori sono uomini semplici che hanno il privilegio di purificare l'anima peccatrice proprio svolgendo questi lavori, purché siano onesti con sé stessi e con gli altri. Altri invece, come le prostitute, vivono sul filo del rasoio, compiono peccati inevitabili e a volte necessari ma dovranno redimersi per tempo pena perdere l'anima lordata.

C'è poi un mestiere che mette in dubbio la possibilità di avere la Salvezza Eterna, salvo gesti eclatanti e di rottura definitiva che, a ben vedere, sembra che nessuno abbia mai messo in atto se non al termine ultimo della propria esistenza. Sto parlando del prestito di denaro con interesse, meglio conosciuto come usura. Oggi, nell'economia di capitale, prestare denaro è una pratica normale, regolamentata da tassi che tengano conto della sostenibilità della rata, oltre che dalla valutazione da parte dell'istituto di credito dell'affidabilità del richiedente. L'usura è praticare assistenza creditizia con tassi di interesse estremi, insostenibili. Nel medioevo invece l'usura era il prestito di denaro in sé, senza specifica sui metodi di rimborso. Praticava l'usura chi pretendeva, in ritorno, una somma più alta di quella prestata. Chi non donava, in un'epoca molto particolare per quanto riguarda il "dono". E chi non aiutava senza malizia. 

"è usura tutto ciò che viene richiesto in cambio di un prestito oltre al valore del prestito stesso" Spiega il Consuluit di Urbano III che inserisce le norme di condanna dell'usura nel diritto canonico.

Era usuraio chi, insomma, guadagnava denaro con il denaro, pratica condannata perfino da Aristotele -e di lui si fidavano tutti, all'epoca!-.

L'usuraio tipico è grasso "pinguis usurarius", laido e viscido. Si muove nelle ombre, bisbiglia, mostra sotto banco le possibilità che offre e lucra su qualcosa che non è suo: il tempo.


Non c'è un solo documento che non condanni l'usura, nessun tentativo di giustificarla nell'ordinamento sociale della cristianità e infatti solo chi è fuori dalla Societas Fidelium come gli ebrei era in qualche modo autorizzato a prestare il denaro per riceverne. Eppure essa era diffusa come una peste e soprattutto a partire dalla ripresa economica di metà XIII secolo, praticata anche dai cristiani. C'era un bisogno enorme di denaro contante, di credito. Ne abbisognavano i re e i principi, i Comuni per pagare le continue guerre, i mercanti, per spingersi ancora più lontano con i propri prodotti. Il denaro non era mai sufficiente. Allora si presentava l'occasione, anche a chi possedeva poco, di fornire questo "supporto aureo allo sviluppo" a chi sapeva come impiegarlo. O a chi non poteva fare a meno di dotarsene perché già coperto di debiti per un raccolto andato a male, o per pagare il riscatto del cugino della moglie, catturato dai Turchi mentre veleggiava beato verso Oriente. 

"Mancano venti bizanti per tirarti fuori da qui, dove vado a prenderli?" 

Il denaro non è assente nel medioevo. L'economia di scambio ha un valore diverso, di sussistenza in primis e per cementare i rapporti sociali poi. Per tutto il resto le monete sonanti sono necessarie, ricercate e utilizzate.

Ma perché, allora, se c'era tutta questa necessità di chi si occupasse di prestare denaro per compiere, fra le altre, opere lecite o a cambiare le valute per permettere commerci fra diverse culture, l'usuraio era demonizzato e additato come indegno della Cristianità? Alcuni documenti possono aiutarci a rendere più chiaro l'inghippo.

"Che ciascuno mangi il pane guadagnato con la sua fatica, che dilettanti e oziosi siano messi al bando." - Robèrto di Courçon, cardinale e legato pontificio XII secolo.

"L'usura porta guadagno senza sosta, anche nei giorni di Nostro Signore. E' un peccato senza fine e senza fine va condannata." - Tabula Exemplorum, Anonimo XIII secolo, Parigi.

"La moneta è stata inventata in primo luogo per gli scambi; il suo naturale uso è dunque di essere utilizzata e spesa negli scambi. Pertanto è in sé ingiusto ricevere un prezzo per l'uso di denaro prestato." Summa Teologica, II q 78, Tommaso d'Aquino.

L'usuraio cristiano è un ladro. Non turba l'ordine pubblico al contrario, come abbiamo accennato, egli spesso è motore di sviluppo e di imprese altrimenti non realizzabili, resta il fatto che egli rubi a Dio. Perché esso non fa altro che guadagnare con il tempo, sfrutta cioè qualcosa che non gli appartiene, veicolandolo attraverso il simbolo per antonomasia della cupidigia: l'oro. Il tempo appartiene a Dio, le monete sono il lusso, la ricchezza (e Gesù condanna la ricchezza che non porti benessere ai poveri). Peccano poi di un delitto contro natura "vogliono far generare un mulo da un mulo." cita la Tabula Exemplorum. L'usuraio fa fruttare qualcosa che non ha nulla di fecondo, di naturale. L'oro non può generare l'oro, se non stravolgendo le norme divine del mondo.
"Colpa dell'oro, se si riproducesse da solo non avrei bisogno di depredarvi. E adesso continuate!"

Come ha potuto una pratica tanto abominevole sopravvivere a sé stessa e agli innumerevoli detrattori? Per prima cosa dobbiamo tenere ben presente che i detrattori sembrano tanti perché hanno lasciato traccia scritta, ma in realtà erano molti di più chi aveva necessità di rivolgersi ai prestatori. Perché il presupposto per cui l'usura esisteva era proprio la necessità. Da quando l'essere umano ha inventato "l'economia" tutte le forme di società che non contemplino la crescita sono relegate nel terreno, fertile e affascinante, dell'utopia. Partendo quindi da questa necessità si può vedere i fili della tela intessuta dalla Chiesa per incastrare gli usurai farsi lenti, la trama larga e incerta. La Chiesa stessa infatti fornirà, forse non del tutto inconsapevolmente, gli strumenti di tolleranza dell'usura. Il concetto di rimborso del rischio nel ritardo di restituzione: tutto era sottoposto al vaglio del Diritto, se chi ha dato del denaro ne riceveva la restituzione in ritardo era giusto che fosse compensato (mirabile escamotage, scommetto inventato da un vescovo usuraio!). Ma c'è un'invenzione EPOCALE che in qualche modo crea una base di tutela per l'usuraio e permette dunque di procedere in maniera sfacciata con la sua attività fino al pentimento finale, necessario: il Purgatorio. Di questa rivoluzione teologica, però, parlerò più approfonditamente più in là.
"Ecco qua, un altro usuraio cotto e pentito da portare sopra!" 





giovedì 2 novembre 2017

Ive Taillefuer, il poeta guerriero di Hastings

Consiglio caldamente l'ascolto di questo pezzo EPICO: Doomsword "the youth of Finn McCool" durante la lettura



Guglielmo di Malmesbury nel Gesta Regum Anglorum ci fa sapere che a Hastings i normanni partirono all'attacco intonando alcuni versi della Chanson de Roland.

Il cantore Robert Wace, quasi un secolo più tardi, aggiunge colore alla vicenda raccontando di un giullare (no, non il buffone, ma un cantore cavaliere in arme -come vedremo-) che all'inizio della battaglia chiese il permesso a Guglielmo di caricare per primo. Permesso che fu concesso.


Tagliaferro, questo il nome del poeta-guerriero, si lanciò contro il muro di scudi anglosassone recitando il poema del Paladino di Carlo Magno e fu il primo a colpire il nemico e il primo a morire, secondo la leggenda.

Taillefuer qui mult ben canthout,
Sur un cheval qui tost alout,
Devant le Duc alont chantant,
De Karlemaigne e de Rollant,
E d'Oliver e des vassals,
Qui moururent en Roncesvals


Tagliaferro che molto bene cantava,
su un cavallo che veloce correva, 
Davanti al Duca cantò,
Di Carlomagno e di Rolando,
e d'Oliviero e dei vassalli,
Che morirono a Roncisvalle. 

Così scrive Robert Wace, un normanno che nella metà del XII secolo redasse una storia dei Duchi di Normandia, fino alla battaglia di Tinchebray del 1106 (guarda caso l'anno in cui iniziano le vicende di Forgiati dalla spada... ).

Nel Carmen de Hastingae Proelio, attribuito al Vescovo Guido di Amiens e scritto appena due anni dopo la battaglia, si fa menzione dell'evento ma non del nome di Tagliaferro. Questi viene descritto come un jogluer e dobbiamo intendere il termine con l'accezione buffonesca del tardo medioevo ma immaginandolo attribuito a un uomo di corte avvezzo non solo alle armi ma anche al canto e all'intrattenimento.


Secondo quanto riporta il Carmen questo jogluer, improvvisamente, diede di sprone e sorpassò lo schieramento normanno in lento avvicinamento alla collina di Senlac e salutato il Duca Guglielmo, caricò cantando l'immenso muro di scudi anglosassone. Provocò i campioni avversari finché uno di questi non uscì dai ranghi cogliendo la sfida. Il cantore lo uccise quasi subito e poi si gettò, ebbro della vittoria, nel varco aperto dall'avversario dove -letteralmente- svanì sommerso dagli avversari. Aveva forse compreso, l'anonimo bardo-guerriero, che la battaglia sarebbe stata di quelle che nessun mortale avrebbe mai dimenticato e voleva dunque consegnarsi all'eternità?


Affascinante ipotesi che non può che solleticare anche il più stoico dei ricercatori. Forse è proprio per questo che ho scoperto la vocazione al romanzo: a volte la fantasia, opportunamente stimolata, è difficile da contenere entro le seriose mura del rigore accademico.


domenica 29 ottobre 2017

Un notaio che scrive in volgare nel XII secolo? Quando la fretta vince sulla forma.


Un interessantissimo documento redatto nel 1184 ci mostra un raro caso di utilizzo del volgare per un atto ufficiale in un'epoca durante la quale era ancora il latino la lingua ufficiale di qualsivoglia documento. Il testo è stato redatto a Villanova,  un villaggio oggi non più esistente nel territorio di Mirano, in provincia di Venezia. All'epoca faceva parte del distretto del comune di Padova. L'atto riguarda la ripartizione di feudi, masnade, concessioni e decime fra i fratelli Girardino e Bonifacino da Villanova, della famiglia dei Crespignaga.

Notate come il cum sia quasi sempre costruito con nom. singolare, chiaro segno dell'assoluta incapacità del notaio di coniugare sostantivi e aggettivi con la corretta declinazione. 

Ecco il testo, leggiamo come se fossimo nel XII secolo ;) 

In no(min)e D(omi)ni. An(no) nat(ivitatis) mc oct(uagesimo) iiii,
i(n)dic(ione) ii, die
vi i(n)tra(n)te m(en)se madii, p(re)sencia testiu(m) videlicet Aimelricus de Brusaporco, Leo de Vilanova et Sarasinus et Arpoinus et alii. Hin istoru(m) p(re)sencia
Girardinus et Bonifacinus fratres de Vilanova concordes fuerunt dividere int(er) se masnate quos ipsi abet in
Brusaporco et in Burgarico et in Anoale et i(n) Briana
et in Vilanova. Et hecem alia pars: Mecil de Brusaporco cu(m) filiis et filie et cu(m) o(mn)ia que posidet et Aongeto cu(m) filiis et filie et cum o(mn)ia que posidet et
B(er)taldinus cum o(mn)ia que posidet; de Anoale Vuireseto cu(m) filiis et filie, cu(m) uxore et cu(m) matre et cu(m)
soror sua Halda et cu(m) o(mn)ia que posidet, filie Olvradi d’Anoale cu(m) filiis et filie et cu(m) o(mn)ia que
posidet; de Vilanova Meglurelo cum filiis
et filie et cu(m) o(mn)ia que posidet; de Borgarico Ra(m)-baldo cum mulier, cu(m) filiis et filie et cu(m) o(mn)ia que
posidet. Hin ipsamet parte feudu(m) Amelrici de Brusa de Porco et feudu(m) Ruçeroli d’Anoale; de Vilanova lo feo de Leo et de so fredelo et de Boçounus; hin ipsamet parte lo feo de Façadeo de Sala et de Vivianus de B(er)ta et la decima
Iacomeli d’Anoale et feudu(m) Alberti et
Petri de Cres de Bugignana. Et ho(c)
feudu(m) de Façadei de Sala et de Vivianus
de B(er)ta et decima Iacomeli d’Anoale
et feudu(m) Alb(er)ti et Petri de Cres de
Bugignanab
abuit d(omi)n(u)s Bonifacia. feudum soprascritto.
nus p(ro)pt(er) feudum Girardini filius Holvradi d’Anoale pro stauru(m) et hecem pars d(omi)ni Bonifacini. Actum in Vilanova.
(st) Ego Vitalis F(ederici) inperatoris not(arius) audivi
scripsi et co(m)plevi.


Siete riusciti a comprendere tutto, vero? Creano più problemi le parentesi che la lingua in sé, direi. Sembra quasi di poter sentire leggere e rileggere, in una lingua sicuramente primordiale ma meno aliena per noi del latino ufficiale della maggior parte dei testi.

Trovo sempre emozionante quando ci si "avvicina" un po' di più a quell'epoca a volte così inaccessibile e remota. 

mercoledì 18 ottobre 2017

La crociata degli italiani. Parte 4. All'inferno senza ritorno.


Inizierò l'ultima parte di questo approfondimento ripetendo un concetto già detto: per quanto ci si sforzi di confrontare le fonti non è assolutamente chiaro cosa volessero i capi dei Lombardi dalla loro spedizione. Non conosciamo il loro obiettivo, né gli scopi precisi. Sembra che rinforzare le guarnigioni decimate reduci della Prima Crociata sia una delle plausibili ragioni del movimento ma è più facilmente attribuibile alle colonne di Stefano di Blois e del Conestabile Corrado piuttosto che alle volontà dei nostri diretti antenati.

Inoltre Raimondo di Tolosa, posto alla guida dell'armata riunita più per prestigio e per i suoi legami diretti con l'imperatore Alessio, non aveva per l'immediato un piano strategico conforme alla volontà degli esaltati pellegrini in armi (per lo più una foltissima marmaglia indisciplinata) e pertanto aveva accettato di buon grado il "consiglio" di Alessio di utilizzare la forza per ristabilire i collegamenti con la Siria, riaprendo alcune vie in Anatolia e lasciando guarnigioni nelle fortezze che fossero riusciti a liberare dai Turchi. Insomma, l'assalto alla fantomatica Babilonia-Baghdad sembra essere il vero motore trainante della massa di pellegrini armati alla meno peggio e dei loro capi pieni di orgoglio. 



Perché inizio ripetendomi? Perché ritengo importante tenere a mente questa vacuità di intenti per cercare di comprendere gli eventi che seguiranno la partenza dell'esercito. Gli umori delle parti, infatti, giocheranno un ruolo decisivo.

Bene, torniamo all'accampamento dei Lombardi nei pressi di Nicomedia. Una voce era giunta da poco, e per come si svolsero i fatti penso si possa escludere che essa si fosse diffusa quando erano accampati a Costantinopoli: Boemondo il Principe di Taranto e valoroso fra i valorosi è caduto prigioniero dei Danishmend – una dinastia turcomanna – catturato dall'emiro Ghazi Gümüshtegin nel corso della battaglia di Melitene (agosto 1100). Se prima di attraversare il Bosforo i Lombardi non avevano mostrato alcuna fretta di partire ora invece una forsennata ansia di correre a liberare Boemondo e con lui distruggere Babilonia dalla fondamenta sembra assalire tutti quanti. Non è da meno Rinaldo, il quale ha acquistato sempre più influenza fra i suoi pari e ora grida, imitato dalla sua folta schiera "Ultreja Bohemundi!".

Raimondo e Stefano di Blois provano a ricordare che è a Gerusalemme che occorrono rinforzi, ma vengono accusati di gelosia nei confronti di Boemondo e poi, pensa Rinaldo al pari degli altri, a Gerusalemme i giochi son fatti: Baghdad, semmai, dovrà essere l'obiettivo finale e solo Boemondo potrà condurre tutti alla vittoria! L'esercito si muove dunque verso oriente, invece che a meridione, per seguire la linea costiera anatolica lungo il percorso della Prima Crociata. Entrano nel territorio selgiuchide di Kilij Arslan e conquistano di getto Ankara. La città viene consegnata alle autorità imperiali, segno questo che i crociati – la loro maggioranza, almeno – era ancora disposta a dare ascolto ai suoi capi (Raimondo serviva l'imperatore Alessio prima che la "missione") e credo che sia da ascrivere al fatto che stessero compiendo il tragitto desiderato e pertanto non vi era alcun desiderio di discutere sui dettagli "minori" come il possesso di città i cui nomi a stento potevano pronunciare.


In questo momento storico troppo sottovalutato dai testi scolastici 
–per così dire– avviene una trasformazione nel frastagliato mondo turco-musulmano d'Anatolia che cambierà per sempre l'assetto della regione. I capi dei diversi ceppi tribali comprendono che la marea "europea" può essere contrastata solo concentrando le proprie risorse, seppellendo dissidi e divergenze e colpendo proprio come faceva la cavalleria degli infedeli: come un possente martello! Kilij Arslan chiede quindi immediatamente aiuto a Ridwan di Aleppo e viene contestualmente contattato da Ghazi, l'emiro danishmend il cui territorio era ora sotto l'attacco degli invasati cristiani decisi a strappargli dalle mani Boemondo e per nulla leggeri con la popolazione locale, massacrata e derubata di ogni avere. L'unione dei tre trova subito un punto nel quale arrestare l'armata crociata: Gangra. La fortezza resiste all'assalto e per i crociati la situazione si fa subito complicata. Privati di una base logistica si ritrovano dispersi, incolonnati, in un territorio che già non si era ripreso dalla Prima Crociata, figurarsi ora che l'avevano spogliato di tutto, convinti di abbandonarlo presto. 


Anche i più esagitati – Rinaldo stesso così caparbio nelle sue certezze – devono accettare il fatto che non c'è alcuna speranza di proseguire con la tabella di marcia. Raimondo prova a recuperare la situazione suggerendo di muoversi verso nord, raggiungere il Mar Nero e una delle floride città commerciali fedeli all'Impero d'Oriente per riorganizzarsi. Inizialmente sono tutti concordi e la marcia prosegue ordinata per quanto possibile, ma come i turchi iniziano a tormentare i distaccamenti dei foraggiatori, a colpire ora la retroguardia ora l'avanguardia senza mai giungere a uno scontro aperto, la situazione precipita di nuovo.

"Dove ci sta conducendo Raimondo?" grida rabbioso Rinaldo. "Vuol forse farci ammazzare uno a uno, fino all'ultimo, senza avere compiuto la nostra santissima missione?" e così via. Di nuovo i Lombardi insorgono. Sono troppi, troppo arrabbiati e troppo convinti nella loro testardaggine per poter essere persuasi con le buone. Quando obbligano il cambio di marcia e decidono di puntare di nuovo verso il territorio danishmend, i principi delle altre nazioni non possono che accodarsi. L'esercito, ora ridotto a una massa compatta, tormentato dalle continue incursioni turche, attraversa il fiume Halys e penetra nel cuore del territorio danishmend.



Le armate turche riunite decidono che è giunto il momento di attaccare. Utilizzano la tattica favorita, quella del logorante caracollo di arcieri a cavallo, evitando ogni volta che possono il contatto fisico con gli europei. Nei pressi di Maresh, molto probabilmente l'attuale Merzifon, Rinaldo e i suoi compiono più volte delle cariche che finiscono per sfiancare i cavalli senza ottenere alcun risultato. Sono accerchiati ma il nemico è fluido, compatto quando attacca, sfuggente quando si ritira. Sono troppo pochi, poi, i combattenti esperti: il Conestabile Corrado ha perduto un terzo dei suoi combattenti in un'imboscata; Stefano di Blois, motivato a mostrare che non è il codardo che taluni mormorano, percorre tutte le colonne e incita e rinsalda gli animi ma ha dalla sua una manciata di cavaliere e nulla più. Il contingente bizantino si ritira, quello che attende l'armata è un massacro inevitabile perciò Tzitas decide di salvare il suo piccolo contingente e saluta tutti quanti con un probabile "gesto dell'ombrello". Raimondo, rimasto solo, si asserraglia su una collina; sa che la fuga è l'unica via di scampo e attende il momento buono.

In breve l'esercito si sfalda. Alcuni storici attribuiscono la rotta ai Lombardi. Di sicuro ebbero un ruolo notevole nel cacciarsi in quella trappola ma bisogna dire che i capi crociati non persero molto tempo a darsela a gambe, tutti. Stefano resiste ed è l'ultimo a lasciare il campo, quando viene a conoscenza della fuga di Raimondo nella notte. Chi ha un cavallo si salva, perché i turchi non hanno un piano tattico per il combattimento serrato. Nelle numerose pieghe del loro schieramento riescono a filtrare i principi e le loro scorte personali. La fanteria e gli inermi rimangono dove sono, per loro non vi è alcuna speranza. Anselmo da Bovisio perisce quel giorno, in mezzo ai suoi fedeli più poveri. Sarebbe una forzatura attribuire una precisa volontà di martirio alla sua fine, perché nessuna fonte ci conferma come avvenne la sua dipartita, sta di fatto che quattro quinti dell'intera armata finiscono massacrati o prigionieri nei pressi del campo. Rinaldo è al fianco di Guido di Briandate quando questi ordina la ritirata. Lascia tutti i suoi averi nell'accampamento e consegna al destino i due servitori armati che l'hanno seguito. Fuggono fra i monti e raggiungono la salvezza dopo giorni passati nascosti e spostamenti notturni.


Di Rinaldo parleremo ancora in seguito, perché l'essere sopravvissuto al disastro farà di lui un eroe in patria. Concludo con alcune considerazioni sulle conseguenze dirette della sconfitta. Gli emiri turchi passarono all'offensiva e in breve le strade già incerte dell'Anatolia divennero luoghi impraticabili per pellegrini e rinforzi crociati che non fossero eserciti. Questo portò enormi vantaggi alle città marinare italiane, le quali divennero di colpo di assoluta importanza per mantenere i contatti con i Regni d'Oltremare.

A livello politico i fatti incrinarono i tentativi diplomatici di Costantinopoli per mantenere l'equilibrio nella regione. L'unione fra le stirpi turche funzionò e la politica del dividi e controlla di Alessio subì una forte battuta d'arresto. In occidente inoltre la reputazione dei "greci" calò ai minimi storici dal 1054 (anno del Grande Scisma), e quando Boemondo venne infine liberato, nel 1103, e ritornò in Europa, attuò una politica anti-bizantina che suscitò emozioni pari quasi a quelle di una crociata. Nel 1107 attaccherà proprio l'Impero d'Oriente con l'armata appena radunata. Fatti, questi ultimi, che racconto nel ciclo letterario Il giglio e Il grifone, come avete letto (o potrete leggere) in Forgiati dalla spada e Temprati dal destino, i primi due volumi della saga.

giovedì 12 ottobre 2017

La crociata degli italiani. Parte 3. Paura e delirio a Costantinopoli


L'imperatore dei romani (d'oriente, ma solo per capirci perché lui non avrebbe mai aggiunto la specifica territoriale) Alessio si ricordava fin troppo bene cosa potevano combinare i pellegrini cristiani giunti dall'Europa per "aiutarlo". Cerca quindi, sin da subito, di ingraziarsi i loro comandanti e invia Raimondo di Saint Gilles da loro. 

Raimondo è uno dei capi storici della prima crociata. L'unico che ha preso in seria considerazione l'atto di sottomissione che Alessio aveva imposto a tutti i capi della spedizione che conquistò Gerusalemme. Di lui l'imperatore si fida e in un primo momento anche i conti di Briandate e l'arcivescovo Anselmo sembrano soddisfatti di questo incontro e accettano volentieri una mano da Raimondo il quale si pone, in maniera ufficiosa, a capo della spedizione. 

Per il momento Rinaldo e le altre migliaia di compaesani attendono acquartierati alla meglio nei dintorni della città. Possono entrare a piccoli gruppi e rifornirsi ai numerosi mercati che ogni giorno presentano una moltitudine di cibi e bevande. 

Rinaldo lascia la compagnia dei suoi servitori e si presenta alle porte con altri cavalieri di nobile lignaggio. Sono alti, forti e giovani, l'effetto sulla popolazione dev'essere di pura ammirazione (o almeno così loro vedono gli sguardi, io credo più che altro preoccupati, che non li lasciano un istante). Parlano a gesti, sono poche le parole che hanno appreso della lingua locale, finché non incontrano alcuni Lombardi al servizio stabile dell'Imperatore. La gioia per l'incontro porta la comitiva in una taverna e fra spacconate e vini deliziosi il gruppo finisce per divenire così numeroso da somigliare a un piccolo esercito. Fra le tante chiacchiere viene fuori la notizia che le colonne francesi e tedesche -al comando rispettivamente del crociato pavido Stefano di Blois (in cerca di riscatto) e di Corrado conestabile dell'Imperatore dei germani- sono davvero prossime a raggiungere la città. Con il loro numero l'armata dei cristiani diverrà così numerosa che i Turchi maledetti si getteranno in mare piuttosto che cercare di fronteggiarli. 

L'entusiasmo dilaga, la notizia si diffonde per gli accampamenti. E mentre Alessio, convinto che grazie alla leadership di Raimondo si sarebbe potuto sbarazzare subito della tumultuosa folla di milanesi & co. ecco che vengono piantate delle grane per non lasciare subito l'accampamento. Tutti vogliono aspettare l'arrivo dei rinforzi e a nulla valgono le parole di esortazione, né le velate minacce, dei capi. Rinaldo è fra i più scalmanati, appende a un paletto il suo scudo e afferma che non partirà finché non sarà adunata l'intera forza dei cristiani. Lo imitano in molti e la situazione si fa subito tesa.
"Io dico: entriamo dentro e ci prendiamo cibo, donne e tutto il cucuzzaro!" "Ultreja!" 

"Perché l'imperatore ci vuole mandare subito via? Non sarà che forse tutto quel che si racconta sui suoi subdoli trucchetti è vero?" gridano Rinaldo e gli altri che hanno avuto modo di sentire i racconti di chi partecipò all'Iter al seguito di Goffredo, Boemondo e compagnia -eroica- bella. All'epoca si andava diffondendo la voce che i "greci" non avevano rispettato i patti, non avevano fornito supporto e rifornimenti e addirittura si erano presi Nicea grazie a uno sporco trucco dopo che i crociati avevano subito varie perdite assaltandone le mura. Alessio li aveva usati come mercenari non pagati! 

Insomma, bastarono pochi giorni per ritornare pronti a menare le mani. Alessio divenne nervoso, c'era un esercito sul quale non aveva controllo proprio fuori dalle mura della città. Quando le autorità imperiali bloccano gli accessi alla città e impediscono ai sudditi di commerciare con i "Celti" (come li chiama Anna Comnena) scoppia il caos. Rinaldo e i suoi compagni si gettano contro le mura del Palazzo Balcherne, vicinissimo al loro accampamento e le superano d'impeto. Il palazzo era stato costruito a ridosso delle mura teodosiane per rinforzale in quel tratto e per essere più sicuro in caso di sommovimenti interni alle mura -le rivolte non erano una novità per Costantinopoli-. In questo caso però, data l'impreparazione della milizia bizantina, la vicinanza delle Blacherne lo rese l'obiettivo più vicino e succoso per la marmaglia in armi. I Lombardi saccheggiano la residenza imperiale senza alcun ritegno e uccisero i leoni domestici di Alessio, arrivando anche ad arrostirli per desinare. Un putiferio, praticamente. 

I capi della crociata erano con Alessio quando giunse la notizia di quanto stava avvenendo e devono aver visto le asce dei varangiani risuonare sotto la cote delle barbute guardie dell'imperatore, pronte a fare una strage, perché corsero a fermare i tumulti senza indugio. Il danno però, per quanto più d'onore che monetario, era stato fatto e solo l'abile diplomazia incrociata riuscì a ricucire lo strappo: infine le parole di Raimondo vennero ascoltate e la folla accettò di trasferirsi in Asia, nei pressi di Nicomedia. Soluzione che somiglia molto a una medievale sindrome Nimby

Entro Maggio 1101 i contingenti franchi e germanici raggiunsero l'allegra brigata lombarda. I tempi erano maturi. Raimondo fu acclamato, dai lombardi in maniera un po' freddina, guida e capo della spedizione. Il conte di Tolosa accettò ma doveva aver capito che i numeri, fondamentali per le decisioni, li avevano i conti di Briandate e Alselmo da Bovisio. Egli infatti viaggiò sempre un poco discosto, in mezzo al piccolo contingente bizantino (soprattutto peceneghi) al comando di tale Tsitas.

Mentre Rinaldo si domanda quale sarà la prossima mèta arriva una notizia che sconvolgerà l'intera spedizione... 


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lunedì 9 ottobre 2017

La crociata degli italiani. Parte 2. Da Milano a Costantinopoli.


Non sapremo mai con precisione quali siano state le reali motivazioni della decisione di Anselmo IV e dei suoi sostenitori dietro la scelta di partire per l'Oriente. Una certa tendenza millenaristica, per così dire, era presente nella "corte" arcivescovile: come abbiamo visto Anselmo veniva dal popolo e non dalle élite ecclesiastiche che tentavano di riprendersi Milano dopo gli episodi della pataria.

Inoltre Pasquale II, papa ufficiale contrapposto all'antipapa Clemente, diede subito il suo placet e addirittura il fratello dell'antipapa prese parte alla spedizione, viaggiando così sotto la benedizione del nemico del suo parente. Una sorta di gesto di distensione dal grande effetto. Questo la dice lunga sulle reali intenzioni della Curia romana nello stimolare, proprio nei ceti più bassi del nord Italia, lo spirito e il fervore del Pellegrinaggio Sacro. Così come per Urbano II la predicazione all'Iter era stata anche scusa per liberare, in parte, l'Europa dei suoi elementi più brutali e riottosi -i numerosi armati che difficilmente trovavano collocazione nella società senza l'uso della spada- adesso era il suo successore, in un'area più limitata, a sfruttare questo espediente per disfarsi dei residui più ostici dei movimenti pauperistici che avevano sconvolto Milano e dintorni.

Quella mattina Rinaldo scopre, con grande emozione, che le voci su una possibile adunata dei guerrieri sono vere. Un messo inviato dalla sede vescovile è infatti giunto presso il castello di famiglia. L'uomo ha cavalcato per campi e tenute tutto il giorno e si concede giusto il tempo per un breve ristoro mentre nella grande sala di Rodaldo, padre di Rinaldo, comunica quanto l'Arcivescovo ha in programma. Lui e i grandi signori di Mediolanum partiranno a breve per l'Oriente. Liberata Gerusalemme, "capitale" della cristianità, occorre dare il colpo decisivo al nemico dell'Uomo e di Dio, distruggere gli adoratori del falso profeta Maometto fin dentro il cuore pulsante del loro diabolico regno: Babilonia.
Baghdad nel X secolo, una città in grado di competere con Costantinopoli 

Babilonia è il grande nemico, la Bestia incarnata e fattasi luogo. Una città che non ha contorni o mura precise,  perché a seconda dei cronisti essa è Il Cairo, Baghdad o Gerusalemme stessa. Tornerò in seguito a parlare dei piani preliminari, perché come vedremo non erano così forti e univoci come accadde per i contingenti della Prima Crociata, tutt'altro.

"Padre, andrò io!" deve aver detto, con il cuore gonfio di emozione, il giovane Rinaldo. Figlio terzogenito, vive ancora nella casa paterna ma sa che dovrà lasciarla se non vorrà vivere nell'ombra del fratello maggiore. Potrà farlo legandosi a qualche nobile o girovagando in attesa che la sua preparazione militare faccia comodo a qualcuno, comunque è con l'esercizio delle armi che si guadagnerà da vivere. Allora perché non accettare l'invito di Anselmo -probabilmente un ordine, più che un invito, a rendere qualche armato per la spedizione- e risolvere il problema del futuro con un'occasione assolutamente unica?
Rodaldo benedice Rinaldo e gli fa dono di alcuni oggetti che il figlio sa ben utilizzare ma non ha mai davvero posseduto: una spada, una cintura, una cotta di anelli di ferro con un elmo a forma conica recante i colori della sua casa. Uno scudo, di solido legno, ricoperto di stoffa e gesso. E poi due cavalli, di eguale forza, in grado di sopportare le asprezze del viaggio e del combattimento. Due uomini lo accompagneranno per occuparsi di tutte le sue esigenze. Rinaldo sceglie due amici, due giovani come lui ma figli dei servitori del castello. Con loro ha imparato a muoversi fra le selve, a cacciare bestie selvatiche e giovani contadinelle. Sono i compagni ideali per quel viaggio e per quanto le asprezze di una simile impresa possano aver impensierito i due popolani devono anch'essi aver pensato che fosse giunta la loro occasione per un futuro ben più fortunato di quello delle proprie famiglie. Si armano anche loro come meglio possono, aiutati dagli amici e dai parenti. Rodaldo dona loro delle cavalcature di minor pregio e valore. E' comunque un regalo di grandissima valenza simbolica. Rodaldo sta, nella sua mente, allestendo la sua personale crociata e l'orgoglio per la partenza del figlio lo rende generoso ben più di quanto si sia abituati a vedere a Castel Agunto.
Rinaldo e i suoi servitori non erano proprio così, ma immagino si sentissero altrettanto belluini e corazzati presi dalla foga dell'impresa... 

La schiera, radunatasi presso i campi fuori dalle porte della città di Milano, cresce ogni giorno di più. Il contado si trasforma in un accampamento e poi in una sorta di villaggio multiforme, privo di qualsiasi logica urbana giacché chi arriva si sistema dove trova posto. I ruscelli e i corsi d'acqua sono i più densamente popolati. Si creano di sicuro dispute per il cibo, e vecchi nemici costretti a stare gomito a gomito ogni tanto vengono alle mani ma sembra che in linea generale l'ordine sia stato mantenuto e le cronache sorvolano senza particolari riferimenti a problemi di coesistenza.

Rinaldo, mentre i suoi servitori sistemano alla meglio il piccolo bivacco che li ospiterà fino alla partenza, va a conoscere i capi della spedizione. Si terrà una messa solenne nella basilica e Anselmo ha invitato tutti i Capitanei e i nobili cavalieri a presiedere. A guidare la spedizione saranno i fratelli Alberto e Guido di Briandate, coadiuvati da Ugo di Montebello e Ottone Altaspada. C'è anche Guido conte di Parma che ha portato un contingente di giovani cavalieri dalla città. 

Le cronache, come dicevo, sono contraddittorie sulla destinazione della crociata. Di sicuro c'era l'intenzione sin dall'inizio di attraversare i Balcani, percorrendo le strade che conducevano a Costantinopoli e da lì attraversare il Bosforo per l'Anatolia. Vi erano dei contingenti dalla Francia e dall'Impero germanico in marcia, la notizia potrebbe essere giunta prima della partenza di Anselmo e dunque l'inevitabile tappa a Costantinopoli potrebbe avere avuto anche lo scopo di trovare un punto ben noto nel quale radunare le colonne. 

Come vederemo nella prossima puntata il normanno Boemondo di Taranto signore di Antiochia, pur non avendo alcuna parte attiva (era infatti prigioniero dei turchi) rappresenterà il centro di tutte le decisione lombarde, ma solo a partire dall'arrivo dei crociati a Bisanzio. Per il momento dobbiamo accontentarci di ciò che conosciamo: il percorso.

Siamo nel mese di Settembre dell'anno 1100 d.C. 

Rinaldo non ha mai lasciato i confini della sua terra. Già solo attraversare la Carnia, con un numero così impressionante di genti incolonnate -si stimano in circa 30.000 i partecipanti, di cui solo un decimo però veri combattenti- è per lui una meravigliosa avventura. I crociati passano i territori dei Bulgari senza apparenti incidenti. I primi guai accadono quando, raggiunti dagli inviati dell'imperatore Alessio Comneno, vengono suddivisi in gruppi troppo numerosi fra le tre maggiori città bizantine del nord: Adrianopoli, Filippopoli e Rodosto. L'imperatore aveva concesso loro uno speciale permesso per commerciare nei mercati controllati dell'Impero ma le trattative pacifiche lasciarono ben presto il posto ai tafferugli e alle angherie verso la popolazione indigena, quando i prezzi salirono a causa delle difficoltà di approvvigionamento. Forti del numero Rinaldo e i suoi compaesani si dispersero per le campagne saccheggiando e derubando. 
A volte non andava tutto liscio, nel rubacchiare dentro le case... 

Rinaldo non si tira certo indietro. La sua è una missione Santa che non può certo essere messa in pericolo per colpa del cibo troppo caro. Gli "scismatici" sono infidi e fin troppo diversi negli aspetti e negli usi dai lombardi. Sembrano tramare in continuazione e i loro funzionari giudicano dall'alto al basso i gloriosi capi dell'esercito del Cristo. Le ruberie si protraggono finché Alessio, esasperato, non da l'ordine di far ripartire le colonne. Rinaldo e tutti i suoi compagni rimangono assolutamente di stucco quando arrivano in vista della città di Costantinopoli... Uno spettacolo che mozza loro il fiato (ma che non impedirà di compiere altre scelleratezze, come vedremo) 


mercoledì 4 ottobre 2017

La crociata degli italiani. Parte 1.


Per parlare delle crociate ho deciso di saltare a piè pari gli eventi maggiori e ben noti, le cosiddette "crociate canoniche" (prima, seconda, terza -quella di Riccardo Cuor di Leone-, quarta -contro Costantinopoli- e così via... ) e concentrarmi su qualcosa di meno noto ma non certo meno interessante.

Siete pronti a partire per l'Oriente? Il grido di battaglia è "Ultreja". Si spande per le strade di Milano, risuona in tutto il settentrione d'Italia. Arriva nei territori dei tedeschi e molti di essi rispondono con teutonico ardore. Anche dei franchi si apprestano ma questa resta comunque la nostra "crociata": la crociata dei Lombardi!

La notizia della conquista di Gerusalemme, a seguito dell'Iter Hierosolymitanum del 1096-99, la spedizione che passerà alla storia come Prima Crociata, ebbe un duplice impatto sulla cristianità. Da un lato ci si convinse che fosse stata davvero frutto della volontà di Dio quanto avvenuto, un vero e proprio miracolo; dall'altro i titubanti, gli indecisi, coloro che per un motivo o per un altro non erano partiti sentirono tutto il peso dell'aver mancato l'avvenimento del millennio. "Avresti dovuto esserci!" è forse la frase compiuta più antica della storia dell'umanità; quel sottile piacere nel far crepare d'invidia l'altro è così antico che non si sbaglia molto a immaginare l'australopiteco Lucy sbeffeggiare il resto del branco mentre si stampa nel fango consegnandosi all'eternità. Sul finire dell'anno 1099 i racconti di chi ritornava a casa, compiuto il proprio dovere, si mescolavano fra loro, creando un poliedrico quadro narrativo fatto di prodezze e meraviglie esotiche. Il potere esercitato su chi si era perso il "grande spettacolo" doveva essere enorme.

E poi lamentele, fra le righe o eclatanti "Eh, Gerusalemme è libera ma il nemico la circonda." "I turchi le hanno prese ma mica sono scomparsi. Si riorganizzeranno." C'è spazio per chi vuole recuperare l'occasione perduta, devono aver pensato speranzosi quelli rimasti a casa.

C'è, infine, un altro elemento da tenere in considerazione. Milano agli inizi del XII secolo è una città in pieno fermento pauperistico. Movimenti riformatori ribollono fra i vicoli e nelle sale, mettono in discussione il potere viziato della Chiesa e ne chiedono a gran voce, a volte con violenza, una riforma in chiave spirituale. Meno oro e più incenso, lasciar stare le lotte di potere secolari e ritornare a guidare il gregge del Signore lungo la via della Salvezza. Non sappiamo con certezza se papa Pasquale II fosse stato artefice e promotore della spedizione o se ne avesse accolto subito i presupposti su suggerimento dell'arcivescovo Anselmo da Bovisio. Le fonti divergono. Alcuni ritengono che il papa abbia chiesto a Anselmo di partire, e la presenza di Alberto da Briandate, fratello dell'antipapa Clemente, potrebbe indicare il tentativo di riappacificare le correnti interne alla Chiesa con una spedizione Santissima e condivisa, pertanto ben sponsorizzata da Pasquale II. 

Questi i presupposti, ora non ci serve che un protagonista.

Seguiremo l'intera spedizione attraverso gli occhi di Rinaldo figlio di Rodaldo da Castrum Agunto (Trattasi di nomi fittizi) un giovane imbevuto di epica guerresca, figlio secondogenito di nobile schiatta desideroso di trovare la propria via al di fuori dello stretto ambiente famigliare dove sono il padre e il fratello maggiore a godere di tutti i vantaggi della loro nobile nascita.

Rinaldo è uno juvenes, un giovane cavaliere in cerca del proprio destino

>>> Link alla seconda parte.