Bayeux tapestry

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mercoledì 18 ottobre 2017

La crociata degli italiani. Parte 4. All'inferno senza ritorno.


Inizierò l'ultima parte di questo approfondimento ripetendo un concetto già detto: per quanto ci si sforzi di confrontare le fonti non è assolutamente chiaro cosa volessero i capi dei Lombardi dalla loro spedizione. Non conosciamo il loro obiettivo, né gli scopi precisi. Sembra che rinforzare le guarnigioni decimate reduci della Prima Crociata sia una delle plausibili ragioni del movimento ma è più facilmente attribuibile alle colonne di Stefano di Blois e del Conestabile Corrado piuttosto che alle volontà dei nostri diretti antenati.

Inoltre Raimondo di Tolosa, posto alla guida dell'armata riunita più per prestigio e per i suoi legami diretti con l'imperatore Alessio, non aveva per l'immediato un piano strategico conforme alla volontà degli esaltati pellegrini in armi (per lo più una foltissima marmaglia indisciplinata) e pertanto aveva accettato di buon grado il "consiglio" di Alessio di utilizzare la forza per ristabilire i collegamenti con la Siria, riaprendo alcune vie in Anatolia e lasciando guarnigioni nelle fortezze che fossero riusciti a liberare dai Turchi. Insomma, l'assalto alla fantomatica Babilonia-Baghdad sembra essere il vero motore trainante della massa di pellegrini armati alla meno peggio e dei loro capi pieni di orgoglio. 



Perché inizio ripetendomi? Perché ritengo importante tenere a mente questa vacuità di intenti per cercare di comprendere gli eventi che seguiranno la partenza dell'esercito. Gli umori delle parti, infatti, giocheranno un ruolo decisivo.

Bene, torniamo all'accampamento dei Lombardi nei pressi di Nicomedia. Una voce era giunta da poco, e per come si svolsero i fatti penso si possa escludere che essa si fosse diffusa quando erano accampati a Costantinopoli: Boemondo il Principe di Taranto e valoroso fra i valorosi è caduto prigioniero dei Danishmend – una dinastia turcomanna – catturato dall'emiro Ghazi Gümüshtegin nel corso della battaglia di Melitene (agosto 1100). Se prima di attraversare il Bosforo i Lombardi non avevano mostrato alcuna fretta di partire ora invece una forsennata ansia di correre a liberare Boemondo e con lui distruggere Babilonia dalla fondamenta sembra assalire tutti quanti. Non è da meno Rinaldo, il quale ha acquistato sempre più influenza fra i suoi pari e ora grida, imitato dalla sua folta schiera "Ultreja Bohemundi!".

Raimondo e Stefano di Blois provano a ricordare che è a Gerusalemme che occorrono rinforzi, ma vengono accusati di gelosia nei confronti di Boemondo e poi, pensa Rinaldo al pari degli altri, a Gerusalemme i giochi son fatti: Baghdad, semmai, dovrà essere l'obiettivo finale e solo Boemondo potrà condurre tutti alla vittoria! L'esercito si muove dunque verso oriente, invece che a meridione, per seguire la linea costiera anatolica lungo il percorso della Prima Crociata. Entrano nel territorio selgiuchide di Kilij Arslan e conquistano di getto Ankara. La città viene consegnata alle autorità imperiali, segno questo che i crociati – la loro maggioranza, almeno – era ancora disposta a dare ascolto ai suoi capi (Raimondo serviva l'imperatore Alessio prima che la "missione") e credo che sia da ascrivere al fatto che stessero compiendo il tragitto desiderato e pertanto non vi era alcun desiderio di discutere sui dettagli "minori" come il possesso di città i cui nomi a stento potevano pronunciare.


In questo momento storico troppo sottovalutato dai testi scolastici 
–per così dire– avviene una trasformazione nel frastagliato mondo turco-musulmano d'Anatolia che cambierà per sempre l'assetto della regione. I capi dei diversi ceppi tribali comprendono che la marea "europea" può essere contrastata solo concentrando le proprie risorse, seppellendo dissidi e divergenze e colpendo proprio come faceva la cavalleria degli infedeli: come un possente martello! Kilij Arslan chiede quindi immediatamente aiuto a Ridwan di Aleppo e viene contestualmente contattato da Ghazi, l'emiro danishmend il cui territorio era ora sotto l'attacco degli invasati cristiani decisi a strappargli dalle mani Boemondo e per nulla leggeri con la popolazione locale, massacrata e derubata di ogni avere. L'unione dei tre trova subito un punto nel quale arrestare l'armata crociata: Gangra. La fortezza resiste all'assalto e per i crociati la situazione si fa subito complicata. Privati di una base logistica si ritrovano dispersi, incolonnati, in un territorio che già non si era ripreso dalla Prima Crociata, figurarsi ora che l'avevano spogliato di tutto, convinti di abbandonarlo presto. 


Anche i più esagitati – Rinaldo stesso così caparbio nelle sue certezze – devono accettare il fatto che non c'è alcuna speranza di proseguire con la tabella di marcia. Raimondo prova a recuperare la situazione suggerendo di muoversi verso nord, raggiungere il Mar Nero e una delle floride città commerciali fedeli all'Impero d'Oriente per riorganizzarsi. Inizialmente sono tutti concordi e la marcia prosegue ordinata per quanto possibile, ma come i turchi iniziano a tormentare i distaccamenti dei foraggiatori, a colpire ora la retroguardia ora l'avanguardia senza mai giungere a uno scontro aperto, la situazione precipita di nuovo.

"Dove ci sta conducendo Raimondo?" grida rabbioso Rinaldo. "Vuol forse farci ammazzare uno a uno, fino all'ultimo, senza avere compiuto la nostra santissima missione?" e così via. Di nuovo i Lombardi insorgono. Sono troppi, troppo arrabbiati e troppo convinti nella loro testardaggine per poter essere persuasi con le buone. Quando obbligano il cambio di marcia e decidono di puntare di nuovo verso il territorio danishmend, i principi delle altre nazioni non possono che accodarsi. L'esercito, ora ridotto a una massa compatta, tormentato dalle continue incursioni turche, attraversa il fiume Halys e penetra nel cuore del territorio danishmend.



Le armate turche riunite decidono che è giunto il momento di attaccare. Utilizzano la tattica favorita, quella del logorante caracollo di arcieri a cavallo, evitando ogni volta che possono il contatto fisico con gli europei. Nei pressi di Maresh, molto probabilmente l'attuale Merzifon, Rinaldo e i suoi compiono più volte delle cariche che finiscono per sfiancare i cavalli senza ottenere alcun risultato. Sono accerchiati ma il nemico è fluido, compatto quando attacca, sfuggente quando si ritira. Sono troppo pochi, poi, i combattenti esperti: il Conestabile Corrado ha perduto un terzo dei suoi combattenti in un'imboscata; Stefano di Blois, motivato a mostrare che non è il codardo che taluni mormorano, percorre tutte le colonne e incita e rinsalda gli animi ma ha dalla sua una manciata di cavaliere e nulla più. Il contingente bizantino si ritira, quello che attende l'armata è un massacro inevitabile perciò Tzitas decide di salvare il suo piccolo contingente e saluta tutti quanti con un probabile "gesto dell'ombrello". Raimondo, rimasto solo, si asserraglia su una collina; sa che la fuga è l'unica via di scampo e attende il momento buono.

In breve l'esercito si sfalda. Alcuni storici attribuiscono la rotta ai Lombardi. Di sicuro ebbero un ruolo notevole nel cacciarsi in quella trappola ma bisogna dire che i capi crociati non persero molto tempo a darsela a gambe, tutti. Stefano resiste ed è l'ultimo a lasciare il campo, quando viene a conoscenza della fuga di Raimondo nella notte. Chi ha un cavallo si salva, perché i turchi non hanno un piano tattico per il combattimento serrato. Nelle numerose pieghe del loro schieramento riescono a filtrare i principi e le loro scorte personali. La fanteria e gli inermi rimangono dove sono, per loro non vi è alcuna speranza. Anselmo da Bovisio perisce quel giorno, in mezzo ai suoi fedeli più poveri. Sarebbe una forzatura attribuire una precisa volontà di martirio alla sua fine, perché nessuna fonte ci conferma come avvenne la sua dipartita, sta di fatto che quattro quinti dell'intera armata finiscono massacrati o prigionieri nei pressi del campo. Rinaldo è al fianco di Guido di Briandate quando questi ordina la ritirata. Lascia tutti i suoi averi nell'accampamento e consegna al destino i due servitori armati che l'hanno seguito. Fuggono fra i monti e raggiungono la salvezza dopo giorni passati nascosti e spostamenti notturni.


Di Rinaldo parleremo ancora in seguito, perché l'essere sopravvissuto al disastro farà di lui un eroe in patria. Concludo con alcune considerazioni sulle conseguenze dirette della sconfitta. Gli emiri turchi passarono all'offensiva e in breve le strade già incerte dell'Anatolia divennero luoghi impraticabili per pellegrini e rinforzi crociati che non fossero eserciti. Questo portò enormi vantaggi alle città marinare italiane, le quali divennero di colpo di assoluta importanza per mantenere i contatti con i Regni d'Oltremare.

A livello politico i fatti incrinarono i tentativi diplomatici di Costantinopoli per mantenere l'equilibrio nella regione. L'unione fra le stirpi turche funzionò e la politica del dividi e controlla di Alessio subì una forte battuta d'arresto. In occidente inoltre la reputazione dei "greci" calò ai minimi storici dal 1054 (anno del Grande Scisma), e quando Boemondo venne infine liberato, nel 1103, e ritornò in Europa, attuò una politica anti-bizantina che suscitò emozioni pari quasi a quelle di una crociata. Nel 1107 attaccherà proprio l'Impero d'Oriente con l'armata appena radunata. Fatti, questi ultimi, che racconto nel ciclo letterario Il giglio e Il grifone, come avete letto (o potrete leggere) in Forgiati dalla spada e Temprati dal destino, i primi due volumi della saga.

giovedì 12 ottobre 2017

La crociata degli italiani. Parte 3. Paura e delirio a Costantinopoli


L'imperatore dei romani (d'oriente, ma solo per capirci perché lui non avrebbe mai aggiunto la specifica territoriale) Alessio si ricordava fin troppo bene cosa potevano combinare i pellegrini cristiani giunti dall'Europa per "aiutarlo". Cerca quindi, sin da subito, di ingraziarsi i loro comandanti e invia Raimondo di Saint Gilles da loro. 

Raimondo è uno dei capi storici della prima crociata. L'unico che ha preso in seria considerazione l'atto di sottomissione che Alessio aveva imposto a tutti i capi della spedizione che conquistò Gerusalemme. Di lui l'imperatore si fida e in un primo momento anche i conti di Briandate e l'arcivescovo Anselmo sembrano soddisfatti di questo incontro e accettano volentieri una mano da Raimondo il quale si pone, in maniera ufficiosa, a capo della spedizione. 

Per il momento Rinaldo e le altre migliaia di compaesani attendono acquartierati alla meglio nei dintorni della città. Possono entrare a piccoli gruppi e rifornirsi ai numerosi mercati che ogni giorno presentano una moltitudine di cibi e bevande. 

Rinaldo lascia la compagnia dei suoi servitori e si presenta alle porte con altri cavalieri di nobile lignaggio. Sono alti, forti e giovani, l'effetto sulla popolazione dev'essere di pura ammirazione (o almeno così loro vedono gli sguardi, io credo più che altro preoccupati, che non li lasciano un istante). Parlano a gesti, sono poche le parole che hanno appreso della lingua locale, finché non incontrano alcuni Lombardi al servizio stabile dell'Imperatore. La gioia per l'incontro porta la comitiva in una taverna e fra spacconate e vini deliziosi il gruppo finisce per divenire così numeroso da somigliare a un piccolo esercito. Fra le tante chiacchiere viene fuori la notizia che le colonne francesi e tedesche -al comando rispettivamente del crociato pavido Stefano di Blois (in cerca di riscatto) e di Corrado conestabile dell'Imperatore dei germani- sono davvero prossime a raggiungere la città. Con il loro numero l'armata dei cristiani diverrà così numerosa che i Turchi maledetti si getteranno in mare piuttosto che cercare di fronteggiarli. 

L'entusiasmo dilaga, la notizia si diffonde per gli accampamenti. E mentre Alessio, convinto che grazie alla leadership di Raimondo si sarebbe potuto sbarazzare subito della tumultuosa folla di milanesi & co. ecco che vengono piantate delle grane per non lasciare subito l'accampamento. Tutti vogliono aspettare l'arrivo dei rinforzi e a nulla valgono le parole di esortazione, né le velate minacce, dei capi. Rinaldo è fra i più scalmanati, appende a un paletto il suo scudo e afferma che non partirà finché non sarà adunata l'intera forza dei cristiani. Lo imitano in molti e la situazione si fa subito tesa.
"Io dico: entriamo dentro e ci prendiamo cibo, donne e tutto il cucuzzaro!" "Ultreja!" 

"Perché l'imperatore ci vuole mandare subito via? Non sarà che forse tutto quel che si racconta sui suoi subdoli trucchetti è vero?" gridano Rinaldo e gli altri che hanno avuto modo di sentire i racconti di chi partecipò all'Iter al seguito di Goffredo, Boemondo e compagnia -eroica- bella. All'epoca si andava diffondendo la voce che i "greci" non avevano rispettato i patti, non avevano fornito supporto e rifornimenti e addirittura si erano presi Nicea grazie a uno sporco trucco dopo che i crociati avevano subito varie perdite assaltandone le mura. Alessio li aveva usati come mercenari non pagati! 

Insomma, bastarono pochi giorni per ritornare pronti a menare le mani. Alessio divenne nervoso, c'era un esercito sul quale non aveva controllo proprio fuori dalle mura della città. Quando le autorità imperiali bloccano gli accessi alla città e impediscono ai sudditi di commerciare con i "Celti" (come li chiama Anna Comnena) scoppia il caos. Rinaldo e i suoi compagni si gettano contro le mura del Palazzo Balcherne, vicinissimo al loro accampamento e le superano d'impeto. Il palazzo era stato costruito a ridosso delle mura teodosiane per rinforzale in quel tratto e per essere più sicuro in caso di sommovimenti interni alle mura -le rivolte non erano una novità per Costantinopoli-. In questo caso però, data l'impreparazione della milizia bizantina, la vicinanza delle Blacherne lo rese l'obiettivo più vicino e succoso per la marmaglia in armi. I Lombardi saccheggiano la residenza imperiale senza alcun ritegno e uccisero i leoni domestici di Alessio, arrivando anche ad arrostirli per desinare. Un putiferio, praticamente. 

I capi della crociata erano con Alessio quando giunse la notizia di quanto stava avvenendo e devono aver visto le asce dei varangiani risuonare sotto la cote delle barbute guardie dell'imperatore, pronte a fare una strage, perché corsero a fermare i tumulti senza indugio. Il danno però, per quanto più d'onore che monetario, era stato fatto e solo l'abile diplomazia incrociata riuscì a ricucire lo strappo: infine le parole di Raimondo vennero ascoltate e la folla accettò di trasferirsi in Asia, nei pressi di Nicomedia. Soluzione che somiglia molto a una medievale sindrome Nimby

Entro Maggio 1101 i contingenti franchi e germanici raggiunsero l'allegra brigata lombarda. I tempi erano maturi. Raimondo fu acclamato, dai lombardi in maniera un po' freddina, guida e capo della spedizione. Il conte di Tolosa accettò ma doveva aver capito che i numeri, fondamentali per le decisioni, li avevano i conti di Briandate e Alselmo da Bovisio. Egli infatti viaggiò sempre un poco discosto, in mezzo al piccolo contingente bizantino (soprattutto peceneghi) al comando di tale Tsitas.

Mentre Rinaldo si domanda quale sarà la prossima mèta arriva una notizia che sconvolgerà l'intera spedizione... 


<<<<< Link alla seconda parte 

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lunedì 9 ottobre 2017

La crociata degli italiani. Parte 2. Da Milano a Costantinopoli.


Non sapremo mai con precisione quali siano state le reali motivazioni della decisione di Anselmo IV e dei suoi sostenitori dietro la scelta di partire per l'Oriente. Una certa tendenza millenaristica, per così dire, era presente nella "corte" arcivescovile: come abbiamo visto Anselmo veniva dal popolo e non dalle élite ecclesiastiche che tentavano di riprendersi Milano dopo gli episodi della pataria.

Inoltre Pasquale II, papa ufficiale contrapposto all'antipapa Clemente, diede subito il suo placet e addirittura il fratello dell'antipapa prese parte alla spedizione, viaggiando così sotto la benedizione del nemico del suo parente. Una sorta di gesto di distensione dal grande effetto. Questo la dice lunga sulle reali intenzioni della Curia romana nello stimolare, proprio nei ceti più bassi del nord Italia, lo spirito e il fervore del Pellegrinaggio Sacro. Così come per Urbano II la predicazione all'Iter era stata anche scusa per liberare, in parte, l'Europa dei suoi elementi più brutali e riottosi -i numerosi armati che difficilmente trovavano collocazione nella società senza l'uso della spada- adesso era il suo successore, in un'area più limitata, a sfruttare questo espediente per disfarsi dei residui più ostici dei movimenti pauperistici che avevano sconvolto Milano e dintorni.

Quella mattina Rinaldo scopre, con grande emozione, che le voci su una possibile adunata dei guerrieri sono vere. Un messo inviato dalla sede vescovile è infatti giunto presso il castello di famiglia. L'uomo ha cavalcato per campi e tenute tutto il giorno e si concede giusto il tempo per un breve ristoro mentre nella grande sala di Rodaldo, padre di Rinaldo, comunica quanto l'Arcivescovo ha in programma. Lui e i grandi signori di Mediolanum partiranno a breve per l'Oriente. Liberata Gerusalemme, "capitale" della cristianità, occorre dare il colpo decisivo al nemico dell'Uomo e di Dio, distruggere gli adoratori del falso profeta Maometto fin dentro il cuore pulsante del loro diabolico regno: Babilonia.
Baghdad nel X secolo, una città in grado di competere con Costantinopoli 

Babilonia è il grande nemico, la Bestia incarnata e fattasi luogo. Una città che non ha contorni o mura precise,  perché a seconda dei cronisti essa è Il Cairo, Baghdad o Gerusalemme stessa. Tornerò in seguito a parlare dei piani preliminari, perché come vedremo non erano così forti e univoci come accadde per i contingenti della Prima Crociata, tutt'altro.

"Padre, andrò io!" deve aver detto, con il cuore gonfio di emozione, il giovane Rinaldo. Figlio terzogenito, vive ancora nella casa paterna ma sa che dovrà lasciarla se non vorrà vivere nell'ombra del fratello maggiore. Potrà farlo legandosi a qualche nobile o girovagando in attesa che la sua preparazione militare faccia comodo a qualcuno, comunque è con l'esercizio delle armi che si guadagnerà da vivere. Allora perché non accettare l'invito di Anselmo -probabilmente un ordine, più che un invito, a rendere qualche armato per la spedizione- e risolvere il problema del futuro con un'occasione assolutamente unica?
Rodaldo benedice Rinaldo e gli fa dono di alcuni oggetti che il figlio sa ben utilizzare ma non ha mai davvero posseduto: una spada, una cintura, una cotta di anelli di ferro con un elmo a forma conica recante i colori della sua casa. Uno scudo, di solido legno, ricoperto di stoffa e gesso. E poi due cavalli, di eguale forza, in grado di sopportare le asprezze del viaggio e del combattimento. Due uomini lo accompagneranno per occuparsi di tutte le sue esigenze. Rinaldo sceglie due amici, due giovani come lui ma figli dei servitori del castello. Con loro ha imparato a muoversi fra le selve, a cacciare bestie selvatiche e giovani contadinelle. Sono i compagni ideali per quel viaggio e per quanto le asprezze di una simile impresa possano aver impensierito i due popolani devono anch'essi aver pensato che fosse giunta la loro occasione per un futuro ben più fortunato di quello delle proprie famiglie. Si armano anche loro come meglio possono, aiutati dagli amici e dai parenti. Rodaldo dona loro delle cavalcature di minor pregio e valore. E' comunque un regalo di grandissima valenza simbolica. Rodaldo sta, nella sua mente, allestendo la sua personale crociata e l'orgoglio per la partenza del figlio lo rende generoso ben più di quanto si sia abituati a vedere a Castel Agunto.
Rinaldo e i suoi servitori non erano proprio così, ma immagino si sentissero altrettanto belluini e corazzati presi dalla foga dell'impresa... 

La schiera, radunatasi presso i campi fuori dalle porte della città di Milano, cresce ogni giorno di più. Il contado si trasforma in un accampamento e poi in una sorta di villaggio multiforme, privo di qualsiasi logica urbana giacché chi arriva si sistema dove trova posto. I ruscelli e i corsi d'acqua sono i più densamente popolati. Si creano di sicuro dispute per il cibo, e vecchi nemici costretti a stare gomito a gomito ogni tanto vengono alle mani ma sembra che in linea generale l'ordine sia stato mantenuto e le cronache sorvolano senza particolari riferimenti a problemi di coesistenza.

Rinaldo, mentre i suoi servitori sistemano alla meglio il piccolo bivacco che li ospiterà fino alla partenza, va a conoscere i capi della spedizione. Si terrà una messa solenne nella basilica e Anselmo ha invitato tutti i Capitanei e i nobili cavalieri a presiedere. A guidare la spedizione saranno i fratelli Alberto e Guido di Briandate, coadiuvati da Ugo di Montebello e Ottone Altaspada. C'è anche Guido conte di Parma che ha portato un contingente di giovani cavalieri dalla città. 

Le cronache, come dicevo, sono contraddittorie sulla destinazione della crociata. Di sicuro c'era l'intenzione sin dall'inizio di attraversare i Balcani, percorrendo le strade che conducevano a Costantinopoli e da lì attraversare il Bosforo per l'Anatolia. Vi erano dei contingenti dalla Francia e dall'Impero germanico in marcia, la notizia potrebbe essere giunta prima della partenza di Anselmo e dunque l'inevitabile tappa a Costantinopoli potrebbe avere avuto anche lo scopo di trovare un punto ben noto nel quale radunare le colonne. 

Come vederemo nella prossima puntata il normanno Boemondo di Taranto signore di Antiochia, pur non avendo alcuna parte attiva (era infatti prigioniero dei turchi) rappresenterà il centro di tutte le decisione lombarde, ma solo a partire dall'arrivo dei crociati a Bisanzio. Per il momento dobbiamo accontentarci di ciò che conosciamo: il percorso.

Siamo nel mese di Settembre dell'anno 1100 d.C. 

Rinaldo non ha mai lasciato i confini della sua terra. Già solo attraversare la Carnia, con un numero così impressionante di genti incolonnate -si stimano in circa 30.000 i partecipanti, di cui solo un decimo però veri combattenti- è per lui una meravigliosa avventura. I crociati passano i territori dei Bulgari senza apparenti incidenti. I primi guai accadono quando, raggiunti dagli inviati dell'imperatore Alessio Comneno, vengono suddivisi in gruppi troppo numerosi fra le tre maggiori città bizantine del nord: Adrianopoli, Filippopoli e Rodosto. L'imperatore aveva concesso loro uno speciale permesso per commerciare nei mercati controllati dell'Impero ma le trattative pacifiche lasciarono ben presto il posto ai tafferugli e alle angherie verso la popolazione indigena, quando i prezzi salirono a causa delle difficoltà di approvvigionamento. Forti del numero Rinaldo e i suoi compaesani si dispersero per le campagne saccheggiando e derubando. 
A volte non andava tutto liscio, nel rubacchiare dentro le case... 

Rinaldo non si tira certo indietro. La sua è una missione Santa che non può certo essere messa in pericolo per colpa del cibo troppo caro. Gli "scismatici" sono infidi e fin troppo diversi negli aspetti e negli usi dai lombardi. Sembrano tramare in continuazione e i loro funzionari giudicano dall'alto al basso i gloriosi capi dell'esercito del Cristo. Le ruberie si protraggono finché Alessio, esasperato, non da l'ordine di far ripartire le colonne. Rinaldo e tutti i suoi compagni rimangono assolutamente di stucco quando arrivano in vista della città di Costantinopoli... Uno spettacolo che mozza loro il fiato (ma che non impedirà di compiere altre scelleratezze, come vedremo) 


mercoledì 4 ottobre 2017

La crociata degli italiani. Parte 1.


Per parlare delle crociate ho deciso di saltare a piè pari gli eventi maggiori e ben noti, le cosiddette "crociate canoniche" (prima, seconda, terza -quella di Riccardo Cuor di Leone-, quarta -contro Costantinopoli- e così via... ) e concentrarmi su qualcosa di meno noto ma non certo meno interessante.

Siete pronti a partire per l'Oriente? Il grido di battaglia è "Ultreja". Si spande per le strade di Milano, risuona in tutto il settentrione d'Italia. Arriva nei territori dei tedeschi e molti di essi rispondono con teutonico ardore. Anche dei franchi si apprestano ma questa resta comunque la nostra "crociata": la crociata dei Lombardi!

La notizia della conquista di Gerusalemme, a seguito dell'Iter Hierosolymitanum del 1096-99, la spedizione che passerà alla storia come Prima Crociata, ebbe un duplice impatto sulla cristianità. Da un lato ci si convinse che fosse stata davvero frutto della volontà di Dio quanto avvenuto, un vero e proprio miracolo; dall'altro i titubanti, gli indecisi, coloro che per un motivo o per un altro non erano partiti sentirono tutto il peso dell'aver mancato l'avvenimento del millennio. "Avresti dovuto esserci!" è forse la frase compiuta più antica della storia dell'umanità; quel sottile piacere nel far crepare d'invidia l'altro è così antico che non si sbaglia molto a immaginare l'australopiteco Lucy sbeffeggiare il resto del branco mentre si stampa nel fango consegnandosi all'eternità. Sul finire dell'anno 1099 i racconti di chi ritornava a casa, compiuto il proprio dovere, si mescolavano fra loro, creando un poliedrico quadro narrativo fatto di prodezze e meraviglie esotiche. Il potere esercitato su chi si era perso il "grande spettacolo" doveva essere enorme.

E poi lamentele, fra le righe o eclatanti "Eh, Gerusalemme è libera ma il nemico la circonda." "I turchi le hanno prese ma mica sono scomparsi. Si riorganizzeranno." C'è spazio per chi vuole recuperare l'occasione perduta, devono aver pensato speranzosi quelli rimasti a casa.

C'è, infine, un altro elemento da tenere in considerazione. Milano agli inizi del XII secolo è una città in pieno fermento pauperistico. Movimenti riformatori ribollono fra i vicoli e nelle sale, mettono in discussione il potere viziato della Chiesa e ne chiedono a gran voce, a volte con violenza, una riforma in chiave spirituale. Meno oro e più incenso, lasciar stare le lotte di potere secolari e ritornare a guidare il gregge del Signore lungo la via della Salvezza. Non sappiamo con certezza se papa Pasquale II fosse stato artefice e promotore della spedizione o se ne avesse accolto subito i presupposti su suggerimento dell'arcivescovo Anselmo da Bovisio. Le fonti divergono. Alcuni ritengono che il papa abbia chiesto a Anselmo di partire, e la presenza di Alberto da Briandate, fratello dell'antipapa Clemente, potrebbe indicare il tentativo di riappacificare le correnti interne alla Chiesa con una spedizione Santissima e condivisa, pertanto ben sponsorizzata da Pasquale II. 

Questi i presupposti, ora non ci serve che un protagonista.

Seguiremo l'intera spedizione attraverso gli occhi di Rinaldo figlio di Rodaldo da Castrum Agunto (Trattasi di nomi fittizi) un giovane imbevuto di epica guerresca, figlio secondogenito di nobile schiatta desideroso di trovare la propria via al di fuori dello stretto ambiente famigliare dove sono il padre e il fratello maggiore a godere di tutti i vantaggi della loro nobile nascita.

Rinaldo è uno juvenes, un giovane cavaliere in cerca del proprio destino

>>> Link alla seconda parte.    




venerdì 29 settembre 2017

Temprati dal destino!

Finalmente disponibile il seguito di Forgiati dalla spada. 

Temprati dal destino vi attende in tutte le librerie e gli store online dell'Impero! 





Dopo il successo di Forgiati dalla spada, il nuovo capitolo della saga “Il Giglio e il Grifone”. 
Scontri epici, follia, lacrime e sangue in questo secondo episodio che segue le vicende di Guibert, Bertram e Reinar!


Guibert, insieme a un pugno di uomini, combatte la sua personale, disperata battaglia per riconquistare le terre del padre dove regna un usurpatore coi suoi mercenari. Reinar, dopo aver ucciso il proprio sire, cerca rifugio presso la comunità del chierico folle Fernàn, che sta preparando una santa impresa che lo condurrà a rischiare la vita in terra straniera. Bertram, in fuga con Aalis, si mette sulle tracce di Hugh di Le Puiset unendosi all'armata di Boemondo di Taranto diretta in Terra Santa, ma dovrà fare i conti con uomini senza scrupoli.
Tra giochi di potere e sanguinosi campi di battaglia, un viaggio tra le profonde insidie dell'animo umano capace di leali amicizie e delle più feroci vendette.

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mercoledì 20 settembre 2017

Nemico pubblico numero uno. Il lupo nel medioevo.

Se per tutto il medioevo il demonio fu l'avversario dell'anima, il lupo rappresentò il nemico del corpo. Apparentemente nessun altro animale è stato oggetto di così tanto odio nel corso della storia dell'uomo (se escludiamo le zanzare) e tutto ebbe inizio a partire proprio nell'età di Mezzo...


Se ci pensate ancora oggi, nel tentativo di domare i più scalmanati bambini, si possano ascoltare minacce di imminenti assalti da parte di lupi in branco o solitari -il famigerato Lupo Nero-; belve mangiatrici di bimbi capricciosi che durante la mia infanzia, chissà per quale portento, erano solite mettersi in agguato proprio nei luoghi dove gli adulti non volevano che andassi! Mi viene da pensare che ce li mettessero proprio loro, a questo punto. 

Non voglio però addentrarmi in un discorso di infanzie traumatizzate e bambine costrette a portare torte a nonne malate da un capo all'altro di una foresta ma andare a monte della questione. Proviamo a scoprire come e perché il lupo divenne il Cattivo. 


Nel periodo classico i lupi non avevano interpretazioni particolarmente negative. Virgilio ci fornisce un esempio illuminante nell'Eneide (libro XI). L'etrusco Arrunte dopo aver ferito a morte Camilla, la giovane guerriera eroina dei Volsci, spaventato dell'enormità del misfatto fugge come un lupo che "ucciso un pastore o un grande giovenco, diviene conscio del fatto audace". Una piccola metafora che però la dice lunga sulla considerazione che si aveva delle capacità offensive del lupo. Si tratterebbe di un caso eccezionale quello di un lupo che uccide qualcosa di più grande dell'animali da cortile o da gregge. Orazio si vanta addirittura di aver fatto fuggire, da solo e senza armi, un grande lupo incontrato nelle zone più impervie della Sabina. 

L'aggressione all'uomo viene interpretata più spesso come un prodigio, un omen (presagio) dal mondo dell'invisibile. Così in Tito Livio, Cassio Dione e Appiano. Un lupo che aggredisce un uomo è paragonato al fulmine che colpisce un tempio, alla nascita di animali deformi e apparizioni di fantasmi. Perfino Plinio il Vecchio giudica innocui i lupi, anche nelle forme più esotiche come lo sciacallo. Columella, autore del De Re Rustica, una sorta di guida alla vita di campagna per ricconi annoiati della vita di città, afferma che i cani da pastore devono essere vigili ai sotterfugi dei lupi, perché questi predano gli animali più piccoli e più deboli e mai quelli più grandi e ben controllabili. Inoltre alcuni dei erano accompagnati da lupi fedeli, basti pensare ai Lupi Sacri di Marte da cui il facile collegamento con la lupa dei fratelli più famosi del Lazio, Romolo e Remo. Per Sabini ed Etruschi, concludendo questo piccolo excursus nel passato greco-romano d'Europa, era un animale legato all'aldilà e ai riti funebri. 

Il lupo, dunque, per quanto raptor, improbus e rapax, non era un vero pericolo per l'uomo ma più un fastidio o, al contrario, un'entità legata al sovrannaturale. Il quadro completo della figura del lupo nell'antichità romana è chiaramente più complesso ma quello che volevo mostrare era questa sorta di neutralità nei confronti dell'animale silvestre. Neutralità che muta completamente nel corso del medioevo...

A partire dal VI secolo le cose cambiano. Nelle cronache la presenza di lupi diviene indice di decadenza e in effetti l'inizio dell'epoca medievale è caratterizzata da una contrazione demografica a tratti drammatica, con intere regioni decimate (solo per citarne una, nel Piceno alla fine della guerra gotico- bizantina scomparirono circa la metà delle municipalità di origine romana). La natura si riprese gli spazi strappati dal lavoro dei contadini dell'epoca di Roma, facilitata in alcune zone dallo strapotere dei latifondisti i quali impoverirono la popolazione per lasciare poi, con l'inizio della crisi del mondo latino, intere regioni abbandonate a sé stesse. Le foreste si allargarono, la selva inglobò strade, edifici, pascoli. Il moltiplicarsi delle specie di animali non addomesticati fu inevitabile, naturale direi se mi passate il termine. Fra questi ovviamente i lupi, forti del vantaggio della cooperazione in branco sia per procurarsi il cibo che per allevare la prole, i cui livelli di mortalità sono inferiori a quelli di altre specie di predatori solitari. 

Il primo fattore che incise sulla trasformazione in negativo del lupo fu sicuramente la sua crescita esponenziale in numero.

Non esiste un modo per conteggiare numericamente questo grande nemico dell'uomo medievale ma si possono fare delle stime, con tutte le problematiche del caso, basandoci sui resoconti dei cronisti -come abbiamo visto molto spesso esagerati- oppure sui dati relativi alle ricompense per gli animali uccisi, questi necessariamente più precisi. 

Lo storico Robert Delort, nel suo studio sul commercio delle pelli del 1978, rivela dettagli documentali sui numeri degli animali uccisi. Circoscrivendo alla zona di Parigi la ricerca del Delort vengono fuori dati impressionanti: 995 cuccioli uccisi nel 1298, 1465 l'anno successivo, 1439 nel 1301 e così via fino alla fine del trecento, con numeri quasi sempre sopra il migliaio. 

Forse il nobile cacciatore Gaston Phoebus può aiutarci a comprendere quanto fosse diffuso il lupo. Liquida così, infatti, nella sua accuratissima guida all'arte venatoria e agli animali selvatici, il lupo. 


Il lupo è una bestia piuttosto comune, e così non conviene nemmeno che ne descrive l'aspetto, dacché sono davvero pochi quelli che non l'hanno veduto
Gaston Phèbus, conte di Foix, Livre de chasse, 1390 circa

Trattandosi di un manuale che risultò fra i più applauditi del suo tempo, possiamo dedurne l'accuratezza e la precisione. A questo punto, se Gaston pensò bene di saltare la parte dedicata al lupo, non resta che constatare che davvero doveva trattarsi di un animale comune quanto quelli allevati. E un animale predatorio così diffuso da essere da chiunque riconoscibile non poteva che costituire un grave, gravissimo, problema.   

Se il numero è un dato oggettivo, la paura che ne conseguì è più difficile da circoscrivere. Perché è appurato che non vi fu alcun mutamento di razza, che non furono più aggressivi i lupi medievali rispetto a quelli dell'antichità per una forma di rabbia o per variazioni di razza all'interno della specie. Fu il numero immane di creature a determinarne l'aumento dell'aggressività. I branchi lottavano fra di loro per gli stessi spazi per cui gli uomini, secoli prima, avevano a loro volta combattuto, contro la natura ma anche contro i propri simili, mi riferisco alle riforme agrarie e alle problematiche relative, per esempio, alla sistemazione dei veterani di guerra. 
Non sempre andare in pensione voleva dire chiudere in pace la propria esistenza... 

Ricordo le parole di un veterano della seconda guerra in Iraq il quale, durante la battaglia per la diga di Hadithah raccontò di come i cani della spopolata città si fossero ben presto riuniti in branchi e avessero iniziato a mangiare i cadaveri sparsi per le strade della cittadina. Provate a immaginare un mondo dominato dalle forze della natura e popolato da predatori capaci di operare in branchi compatti e numerosi, perennemente affamati e in lotta per la sopravvivenza. 

Ecco dunque che nella Francia meridionale, a voler credere alle parole di Prudenzio vescovo di Troyes negli Annales di Saint Bertin, che lupi divoratori di uomini minacciavano il contado con incursioni quotidiane. "Multi mortalium a lupi devorantur" ci avvisano gli Annales di Hildesheim nel 1119. Ancora, Salimbene de Adam nella celeberrima Cronica ricorda che a seguito della guerra fra l'imperatore Federico II e i comuni dell'area emiliana si moltiplicarono all'inverosimile i lupi rapaces al punto che interi branchi si erano stanziati a ridosso delle città e di notte penetravano attraverso i varchi delle mura divelte e divoravano chiunque avessero trovato all'aperto. E sempre Salimbene riporta di assalti anche all'interno delle abitazione nell'area del Reggiano, con diversi bambini sbranati nelle culle. 

Ci informa un anonimo cronista, presumibilmente un monaco dell'abbazia benedettina di San Pietro a Erfurt, che in Franconia in un solo anno morirono più di trenta persone per attacchi di lupi. La nota I degli Statuti del Comune di Vicenza riporta l'obbligo rionale di costruire -e mantenere- dei muri per difendere l'abitato non dai briganti o dai nemici ma dai lupi. 

Gocce d'acqua in un oceano di testimonianze. Davvero, non basterebbe un anno per completare l'elenco delle cronache che ho trovato, impensabile censirle tutte. Spero che il quadro sia chiaro e che sia evidente l'emergenza lupi nel corso del medioevo, perché il passaggio successivo fu facilitato proprio dalla costante presenza del canide nella vita degli uomini di tutti i giorni: il lupo divenne demoniaco. 

Era quasi impossibile che questo non avvenisse, il medioevo vive di simbologia. Nelle università, ci fa sapere lo storico degli atenei C. H. Haskins, erano detti Lupi i delatori in ambiente accademico. Il canto della battaglia di Maldon, un poema epico del X secolo opera anonima, ricorda i "martiri" guerrieri dell'Essex guidati dal conte Byrhtnoth, caduti combattendo contro i "lupi assassini" con riferimento ai guerrieri danesi giunti in Inghilterra nel 991.
Gli avversari sono lupi, come poteva non avvenire il parallelo con l'avversario per eccellenza della cristianità, il diavolo?
Umberto di Selvacandida scrisse un trattato sulla simonia e l'eresia, nel XI secolo, e pensate un po', qual è l'animale più accostato ai nemici della Chiesa: il lupo. Il lupus diabolus lo si trova negli atti di Carlo Magno, in quelli di Enrico III e così via, sempre in riferimento agli avversari politici. E come dimenticare la Lupa per eccellenza, quella che accoglie Dante all'inizio della Commedia? Essa rappresenta l'avarizia, il peccato che nel '300 ha scalzato come importanza la superbia, il peccato dell'età feudale. Non è un caso che sia proprio il lupo a farsene carico. 

In conclusione il processo spontaneo e sistematico di depauperamento delle campagne e la riduzione della popolazione attiva, capace di opporsi al rinnovarsi della natura, portò i branchi a crescere in numero e potenzialità al punto che per scoprirlo Nemico non fu necessario nessun procedimento mentale complesso come avvenne per l'orso. Il destino del lupo era già segnato. 

Il lupo è il mio animale totem, una creatura che ho sempre amato, per il fascino del branco che vince la solitudine e coopera, per lo sguardo fiero e altero o forse proprio a causa del suo tragico destino. 


sabato 16 settembre 2017

Le immagini più misteriose della Tappezzeria di Bayeux. Vol. 1

Una piccola carrellata di immagini bizzarre e misteriose tratte dalla Tappezzeria di Bayeux. 

TUROLD 
- Turoldo 

Beh, questo è proprio particolare. Si tratta della seconda figura misteriosa dopo Ælfygyva della quale parlavo ieri . Il nome è una variante regionale del norreno Thorvaldr. Questo non aiuta molto a inquadrare il personaggio in quanto nome molto diffuso: Adigard des Gautries nel suo studio della prima versione "inglese" della chancon de Roland identifica 29 persone con quel nome, fra le quali l'autore appunto della trascrizione della Canzone.

Si è discusso se per caso Turoldo non fosse la figura vestita di rosso a sinistra. In effetti non vi sarebbe spazio per indicare l'uomo alto, un normanno, che fa da messaggero nella scena se non scrivendo il nome al suo fianco. Le caratteristiche dell'omino però lo rendono così particolare che è lecito ipotizzare sia lui il protagonista di questa scena, il nome dunque rafforzerebbe solo il riconoscimento di una figura di per sé già molto particolare. C'è chi ipotizza fosse un giocoliere nano, per via degli abiti e della barbetta a punta o comunque un personaggio caratteristico della corte di Guglielmo. Notare i pantaloni, fuori dal comune rispetto alle calze degli altri personaggi della Tappezzeria. Sembra che in Catalogna, stando alle parole di P. Bennett nel suo studio su Turoldo (ma io non ho potuto verificarlo direttamente per ora), i menestrelli e i giocolieri fossero usi utilizzare abiti di quella foggia.

Chissà...







UBI UNUS CLERICUS ET ÆLFGYVA 
- Qui un chierico e Ælfgyva
Di tutto l'arazzo non esiste una figura più misteriosa di questa donna (no, non è proprio così, ce n'è almeno un'altra) ). Sono almeno due secoli che eminenti storici cercano di risolvere l'arcano senza grandi risultati.

Intanto la scena: un chierico, ce lo dicono sia il testo che l'immagine (tonsura e corpo magrolino rispetto ai guerrieri) e la donna sono sotto una struttura molto particolare. Ho letto un'ipotesi che ne farebbe un seidhjallr, un soppalco, a volte con tanto di sedile a volte più simile a un gazebo, dal quale parlavano le profettesse nordiche come le Vǫlur. Mi sembra azzardata, nonostante il fascino chiaramente "vichingo" della struttura.

Che si tratti di un portico sembra certo e questo dettaglio pone la scena all'esterno, donandole una certa aurea di mistero aggiuntivo, di qualcosa di ordito alle spalle dei grandi che invece stanno parlando nella Sala Magna di Rouen (la scena prima).

Secondo McNulty, uno storico inglese che nel 1980 pubblicò un'interessante monografia sul personaggio, potrebbe trattarsi di
Ælfygyva di Northampton, la quale sarebbe stata causa di discordie e dissapori presso la corte inglese dopo la morte di Canuto. Forse un'allusione didascalica al fatto che ci fosse "del marcio, in Inghilterra" già da tempo. Infatti poco prima Guglielmo e Araldo parlano per la prima volta, subito dopo la liberazione di quest'ultimo.

Purtroppo nulla di certo...

Per quanto riguarda il chierico, questi sembra colpire la donna. Forse è un'immagine forte per testimoniare di un ammonimento, piuttosto che una percossa. C'è un indizio che potrebbe collegarlo con la cattedrale di Norwich, si tratta della forma a spirale della colonna, la stessa del sigillo del vescovo Herbert Losinga, ma da qui a trarre conclusioni io non mi azzardo.

Insomma, proprio un bel mistero!






HIC WIDO ASSUXIT HAROLDUM AD WILGELMUM NORMANNORUM DUCEM 
- Qui Guido conduce Aroldo da Guglielmo, Duca dei Normanni

C'è un particolare divertente in questa immagine ma prima di descriverlo occorre spiegare brevemente chi era Wido e cosa aveva combinato.

Si tratta di Guido di Ponthieu, succeduto come Conte al fratello Enguerrand caduto in battaglia nel 1053. Questi, secondo un'usanza comune dell'epoca in quelle zone della Normandia, aveva preso Harold e tutti i suoi uomini suoi prigionieri poche scene prima. Accadeva infatti, lungo le coste del Nord Europa, che i sopravvissuti a un disastro marittimo fossero considerati preda dei signori delle coste presso le quali trovavano scampo dai flutti (Secondo William di Poitiers era un "costume barbaro contrario ai principi cristiani" mentre per William di Malmesbury "chi sopravviveva a un naufragio correva peggiori pericoli sulla terraferma"). Aroldo dunque, lasciata l'Inghilterra per conferire con Guglielmo, ebbe un incidente in mare e fu catturato da Guido. Solo l'intervento diretto di Guglielmo il Bastardo gli restituirà la libertà e infatti in questa parte Guido-Wido sta per incontrare Guglielmo che gli ha ordinato di lasciare il nobile Aroldo.

Quello di cui volevo parlarvi però è di un dettaglio che spesso sfugge all'attenzione, in maniera comprensibile perché di cose di cui meravigliarsi ne è piena questa opera d'arte. Se ci fate caso il cavallo è molto magrolino e ha le orecchie d'asino. E' diverso da qualsiasi altra cavalcatura presente nella Tappezzeria (ve ne sono 200). Qualche autore interpreta l'animale proprio come un asino e non un cavallo dalle fattezze ambigue. Insomma, appare chiaro che questo Guido non doveva essere molto simpatico né a Guglielmo, né a Oddone, il fratellastro che commissionò l'opera di tessitura.

Un esempio di satira politica molto interessante.




ISTI MIRANT STELLA 
- essi ammirano le stelle 


Anno milleno sexagesimo quoque seno / Anglorum mete crinem sensere comete
(Johannis de Fordun - Chronica gentis scotoeum)

Cominciamo con un dettaglio non così sconosciuto ma sicuramente di grande fascino: la cometa di Halley.

La cometa, il cui ciclo di 76 anni è stato scoperto da Halley nel 1682, apparve effettivamente nei cieli d'Europa fra la fine di Aprile e l'inizio di Maggio del 1066. Seguendo la cronologia della Tappezzeria essa viene avvistata prima dell'ascensione al trono di Harold ma i fatti storici differiscono in quanto la cometa apparve appunto dopo. (Harold divenne re il 5 Gennaio dello stesso anno). Essendo ogni segno straordinario del cielo interpretato in chiave profetica gli autori della Tappezzeria forzarono un poco la mano per far risaltare il passaggio della cometa come segno del futuro disastro che incombeva sul re anglosassone.