Bayeux tapestry

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sabato 17 febbraio 2018

Lo spettro di Ney. Un racconto gotico.

                         Lo spettro di Ney

Volevo scrivere una storia gotica. Volevo scrivere di uno dei personaggi storici che più mi hanno affascinato. Volevo scrivere qualcosa di napoleonico.

"Lo spettro di Ney" nasce da queste tre volontà letterarie. Un racconto basato su fatti storici nel quale si annida l'alito del romanticismo misterico, l'orrore dell'ignoto e delle forze sconosciute della natura. Un esperimento narrativo nato dalla mia grande passione per l'epopea napoleonica e i suoi protagonisti.



  

venerdì 9 febbraio 2018

Bogre - il film. Intervista a Fredo Valla.


Pochi giorni fa ho avuto il piacere di conoscere Fredo Valla e il suo Bogre - il film, un progetto divulgativo molto affascinante. Convinto delle qualità del lavoro e della sua assoluta necessità in un mondo che troppo spesso dimentica e ancor più di frequente non conosce, ho aderito con fervore alla campagna in corso per la realizzazione del tutto. Ho invitato Fredo, persona squisita, in questi lidi virtuali per raccontarci qualcosa di lui e di Bogre. Ecco la nostra chiacchierata.

- Ciao Fredo, vorrei iniziare con una domanda che possa farti conoscere ai nostri lettori. Chi è Fredo Valla? Come si scopre ricercatore storico, viaggiatore curioso, e come sei arrivato allo studio delle eresie manichee medievali?

Regista documentarista, sceneggiatore, montanaro e occitano per nascita. Vivo in quota davanti al Monviso, l'estremo oriente d'Occitania, le cosiddette Valli Occitane in Italia. Non ti faccio perdere tempo col racconto di cosa ho fatto. Potete trovare notizie (tante) e foto (abbastanza) sul mio sito www.fredovalla.it. Curioso sì, certamente lo sono, non farei questo mestiere se non lo fossi; viaggiatore là dove mi portano le storie che scopro via via e che desidero raccontare col cinema; ricercatore nel senso che mi piace andare alle fonti, ascoltare i veri ricercatori, gli storici sia accademici (talvolta un po' algidi) sia quelli di territorio che trasudano passione, e pure chi storico e ricercatore non è ma semplicemente ha una bella storia da raccontare... Per poi raccontarla a mia volta, filtrata dal mio sguardo, dalla mia sensibilità, dal mio voler essere narratore sullo schermo. Ai Catari sono arrivato a vent'anni - fine Sessanta / primi Settanta - cioè dai primi tempi della mia militanza occitanista. Ai Bogomili, nei primi anni Duemila, quando in Bulgaria feci una serie di puntate prodotte da Pupi Avati per Tv 2000, l'emittente della Conferenza episcopale italiana.


- Come presenteresti il progetto Bogre a un neofita, a chi ha avuto l'occasione di sfiorare il catarismo solo sui banchi di scuola e ha ricevuto il tutto in maniera edulcorata, vittima della damnatio memoriae in atto da ben ottocento anni.


"Bogre" racconterà un viaggio. Sarà una sorta di road movie di un'idea, quella del dualismo, visione spirituale presente già nel cristianesimo delle origini, che affiorò in modo forte nel mondo balcanico (in Bulgaria) a partire dal IX secolo, più tardi in Occitania (la Francia meridionale), nell'Italia centro settentrionale e pure in Bosnia e a Bisanzio. Fra Bogomili bulgari e Catari d'Occidente ci furono relazioni, ma il vero problema non è inseguire le tracce di possibili contatti, che pure ci furono, ma capire come un'idea di Dio così interessante e originale abbia potuto affiorare, magari scomparire e riaffiorare per vie carsiche in diverse parti dell'Europa medievale.

Che cos'è una dottrina dualistica? Una diversa visione del mondo terreno e di quello spirituale. Al centro il tema della "Salvezza". Risponde a una grande domanda: "perché il male?", "Dio può permettere il male?". Secondo la dottrina dualistica tutto ciò che è visibile, che muore, che si consuma, che marcisce, deperisce, è frutto della creazione di Satana, il demiurgo artefice dell'universo, mentre a Dio, al dio buono, appartiene tutto ciò che che puro spirito ed eterno.



- Bogre - il film è punto focale delle tue ricerche. Lo consideri un traguardo o solo una tappa? E nel caso il viaggio sia ancora lungi dall'essere ultimato, dove prevedi di condurci con le tue ricerche?


Forse una tappa... nonostante la mia non più giovane età. Si, una tappa.

Nella mia cinematografia ricorre il tema degli sconfitti (non so perché, non lo faccio apposta... me ne accorgo sempre dopo). Qualche mio titolo per capirci: in "Prigionieri della libertà" ho raccontato gli italiani prigionieri in India durante la seconda guerra mondiale che per desiderio di libertà, salirono i monti dell'Himalaya; in "Medusa - storie di uomini sul fondo" ho raccontato degli uomini di un sommergibile affondato nel mare di Pola nel gennaio del '42 e del tentativo di salvarli; in "Più in alto delle nuvole" il tema è il volo di Geo Chavez che per primo (nel 1910) tentò di attraversare le Alpi da Brig a Domodossola col suo areo Blériot... e ci riuscì nonostante il tragico epilogo. Ultimo in ordine di tempo, il film documentario presentato al Filmfestival di Trieste "Non ne parliamo di questa guerra", in cui narro di disubbidienti della Grande Guerra, disertori, ammutinati, rivolte... Discorso un po' diverso per il mio lavoro di autore di soggetti e sceneggiatore per i film di finzione: "Il vento fa il suo giro" e "Un giorno devi andare" regia di Giorgio Diritti, raccontano altre storie. Dimenticavo: Bogre significa bulgaro: così venivano anche chiamati i Catari. In tutta l'Occitania, e non solo, ancora oggi bogre significa reietto, babbeo. E' un insulto!




- Il catarismo oggi e la chiesa di Roma. Un rapporto ancora non del tutto concluso, direi. Alla luce della crisi delle grandi religioni, pensi vi possa essere spazio per gli ideali migliori del culto dei "puri" nella nostra società?

Qualcosa si è mosso. L'attuale vescovo di Pamiers, Mons. Jean Marc Eychenne, successore di quel Jacques Fournier, poi papa Benedetto XII, che nei primi anni del XIV secolo fu il grande inquisitore di Montaillou nell'Ariége (v. il bel libro di Emanuel Leroy Ladurie "Storia di un paese: Montaillou - un villaggio occitanico durante l'Inquisizione", edito da Rizzoli) è stato protagonista di una grande Giornata del Perdono a Montsegur, là dove oltre duecento Catari furono arsi, dopo la resa della rocca, il 12 marzo 1244.Di quel mondo eretico, che volle scegliere con la propria testa (eresia significa scelta), si conserva e vive nell'attualità il senso di un approccio non dogmatico, non imposto, un'idea di libertà e di ribellione al pensiero unico, di uguaglianza tra i sessi e le classi. Rimane - almeno per me - il grande interrogativo: "perché il male", perché la shoah, perché in nome di Dio si commettono stragi. .



- Fredo, Dante era un cataro?

Lo afferma con una riflessione molto convincente, mettendo a confronto le parole di Dante nella Commedia con la dottrina del catarismo, una cara amica scrittrice, Maria Soresina. L'idea di questo film nasce anche dalla conversazioni che Maria ed io abbiamo coltivato su questo sul tema. Ti suggerisco di leggere il suo "Libertà va cercando - il catarismo nella Commedia di Dante", ed. MorettI & Vitali. E di vedere sul sito della Chambra d'Oc i brevi filmati in cui Maria spiega il catarismo e i rapporti di Dante con la lingua occitana. Maria Soresina è una divulgatrice straordinaria; sarà in Bogre per la parte del catarismo italiano, che non fu meno importante di quello occitano. Si dice che al tempo di Farinata degli Uberti la popolazione di Firenze fosse per il 30% catara. Comunità catare molto numerose fiorirono a Milano, Mantova, Treviso, Verona, Spoleto, Orvieto... Italia e Catalunya furono terre rifugio per i catari occitani perseguitati dall'Inquisizione. Terre rifugio furono anche le Valli Occitane in Italia, per esempio Roccavione in val Vermenagna. A proposito di Roccavione: di questo paese è uno dei membri della troupe, Andrea Fantino; l'altro, Elia Lombardo, è di Sanfront nell'occitana valle Po (anche se per il momento Elia è domiciliato a Rimini). Ma voglio ricordare altre figure importantissime per il film, Ines Cavalcanti e Dario Anghilante della Chambra d'oc, che oltre a curare l'amministrazione hanno una fitta rete di relazioni col mondo occitano che mettono costantemente a servizio del film che stiamo facendo. E Amina Marini che ha ideato e segue il crowdfunding per il sostegno a Bogre su "produzioni dal basso".



- Con questo si conclude la nostra piccola intervista. Grazie Fredo, di essere venuto a trovarci in questo angolo di medioevo che resiste alla modernità. Le porte del Medievalista sono aperte per te e i tuoi collaboratori, tornate a trovarci quando volete con il carico di esperienze e storie che avrete accumulato nel vostro percorso. 


Grazie a te e a presto con le notizie del sopralluogo e delle riprese che faremo in Occitania in aprile. In Bulgaria abbiamo già girato nell'ottobre 2017. Dopo l'Occitania verranno l'Italia, la Bosnia e Istambul. Poi verrà il montaggio. Speriamo di chiudere il film entro il 2019.


Bogre - il film è un progetto che parte dal basso, se vorrete far parte di questa avventura non esitate a partecipare alla campagna di crowfunding seguendo il link al sito. Un'occasione speciale per contribuire alla divulgazione storica e alla diffusione del sapere antico!  

giovedì 8 febbraio 2018

La setta degli Assassini. I Nizariti.



Ogni religione produce, nel corso della sua evoluzione, rami che si distanziano dal corpus originario e crescono divergenti dall’armonia della forma centrale. Anche l’Islam ha i suoi eretici, le sue sette e le sue deviazioni, per quanto possa sembrarci un culto unitario, granitico.


Una delle sue devianze furono i Nizariti, attivi dalla metà dell’undicesimo secolo. Essi erano una radicalizzazione della setta degli Ismailiti, i quali a loro volta derivavano dagli Sciiti Islamiti. I Nizariti, un po’ come i Càtari per l’Europa cristiana, produssero scandalo e sconcerto all’interno dell’ortodossia religiosa, entrando in contrasto con la corrente Sunnita. Uno dei loro dogmi era la certezza che fosse giunto il termine del Tempo e della Legge, in quanto possibile per l’adepto che avesse agito in accordo con la forza della spiritualità interiore, lo zahir, mantenersi retto nella dottrina senza più l’obbligo della shari’ah, la legge di Dio. Essi quindi conducevano uno stile di vita in contrasto con le norme base della religione musulmana: mangiavano carne di maiale, bevevano vino e non rispettavano il Ramadan. Potete immaginare che genere di scandalo dovettero scatenare, e quanto imbarazzo per i più moderati Ismailiti dai cui ranghi essi si erano staccati. Iniziò un periodo, tra il 1060 e il 1080, di persecuzioni feroci da parte dei custodi della tradizione islamica.


Versare il sangue di un eretico (nizarita) è più meritevole che uccidere settanta infedeli greci, ci ricorda il cronista arabo Usamah Ibn-Munqidh.

Hasan i-Sabah, a capo del movimento negli ultimi venti anni dell’undicesimo secolo, organizzò i suoi seguaci istruendoli militarmente e guidandoli in una campagna di conquista, con sotterfugi, conversioni e soprattutto assassinii mirati. Fu così che egli procurò ai Nizariti un centro di potere, Alamut, e varie fortezze comprensive di villaggi montani nei quali insediarsi. Il nucleo di questo regno era nel cuore delle montagne della Persia settentrionale, ma esso non era sufficiente alla smisurata ambizione di questa pericolosa setta. La predicazione e il proselitismo sono due caratteristiche intrinseche di ogni religione ufficiale e di tutte le sue devianze. I-Sabah non venne meno a questi precetti fondanti. Inviò missionari e predicatori nelle terre circostanti, allargò la rete di contatti e promosse una politica che lasciava moltissima libertà alle cellule sparse per il Medio Oriente. Il loro culto si diffuse anche in Siria, all’epoca principale regione a contatto con i nuovi principati cristiani d’Oltremare. Il più famoso discepolo di i-Sabah passò alla Storia come il Vecchio della Montagna, il suo nome era Rashid al-Din Sinan. Tutte le fonti su di lui concordano nel descriverlo come un uomo imponente nel fisico e nella mente, colto, poliglotta e fine stratega. Capace di mirabili sotterfugi, in grado di confondere le menti dei nemici e di motivare quelle dei suoi discepoli fino al fanatismo puro.


Per quasi due secoli, a partire dalla politica aggressiva e senza apparenti limiti di i-Sabah, ogni omicidio commesso nell’area che non avesse altra motivazione evidente veniva attribuito ai Nizariti. Essi solevano chiamarsi feddayn, aborrendo il legame dispregiativo attribuitogli dai cronisti di origine araba con la sostanza stupefacente omonima. L’utilizzo della droga, l’hashish dal quale essi derivano il nome con cui sono divenuti immortali nei secoli, non sembra trovare in realtà alcuna riprova storica. Essi venivano associati all’hashish, chiamati hashashin, perché tale sostantivo era utilizzato nel mondo arabo per descrivere sia la sostanza che situazioni legate al non rispetto della legge Coranica, al libertinismo e alla decadenza morale. In pratica, mossi dal più assoluto disprezzo per le loro devianze, i musulmani ortodossi definivano “fattoni debosciati” i membri della setta.

La parola assassino colpì molto i cronisti europei, esso attecchì meglio e con più efficacia di feddayn (che sarebbe divenuto celebre nel mondo occidentale solo in tempi recenti, con l’invasione sovietica dell’Afghanistan prima e la guerra al terrorismo degli Stati Uniti poi). Uno dei primi a utilizzare la parola heyssesini è Arnoldo di Lubecca, sul finire del dodicesimo secolo. Verso il crepuscolo del medioevo è ormai uso comune chiamare assassino un omicida volontario. Praticamente si passò da un utilizzo della parola hashish come termine di paragone per la degenerazione nizarita a identificare la setta con la sostanza e il suo uso. Da qui il secolare errore storico di ritenere i feddayn dei drogati che uccidevano per ricevere, in premio, l’agognata sostanza.

Un’altra leggenda vuole che i giovinetti scelti per l’addestramento speciale venissero portati, a un certo punto della loro formazione, in un giardino pieno di delizie e lussuriose donne a loro completa disposizione. Questa sorta di Paradiso in terra serviva a mostrare loro una piccola porzione di ciò che avrebbero ricevuto nell’Aldilà servendo la causa. Anche questo particolare della loro vita segreta sembra essere una fantasia di autori dell’epoca e successivi; non abbiamo nulla a riprova di queste credenze.



Il diffondersi di leggende su di loro invece è comprensibile: i Nizariti riuscivano a infiltrarsi entro le cerchie più strette di collaboratori dei loro bersagli, soprattutto gli odiati sunniti, ma non mancarono certo vittime eccellenti fra i cristiani, come Raimondo II di Tripoli e Corrado del Monferrato. Parlavano le lingue delle loro vittime, conoscevano i riti, gli usi e i costumi del loro popolo. Spesso si travestivano da eremiti, da monaci itineranti, da pellegrini o sapienti. Erano in grado di non destare sospetti senza mai mollare la preda per mesi in attesa dell’ordine di uccidere. Come moderni agenti sotto copertura rimanevano “dormienti” in attesa che fosse richiesto il loro intervento. Questo dipendeva molto dalla politica della setta e dall’utilità o meno di una brutale esecuzione, avvenimento questo sempre pubblico e mai nascosto. Non utilizzavano veleni né altri espedienti ma solo pugnali, con i quali assalivano la vittima sprezzanti della propria incolumità.


Un simile grado di addestramento non poteva essere veicolato da droghe. Era qualcosa che cominciava fin da fanciulli, un indottrinamento per essere precisi, al quale si alternavano esercizi volti a rafforzare il fisico a lezioni e studio delle lingue e delle altre culture. Questo lo sappiamo dalla biografia di Sinan, per esempio, nella quale non viene mai citato l’utilizzo dell’hashish o l’esistenza di un Giardino dell’Eden nel quale passare "l’Erasmus" nell’ultimo anno del corso per il perfetto assassino.

Le loro capacità si erano sviluppate negli anni trascorsi nell’ombra, prima della creazione di propri regni indipendenti e abbastanza solidi per resistere ad attacchi convenzionali. L’esperienza di predicazione, autodifesa e capacità elusive sviluppate dai fondatori della setta divennero materia con la quale istruire un corpo scelto di combattenti fedeli alla missione assegnata. Con risultati stupefacenti e terribili. 


Il loro declino avvenne con la conquista mongola della Persia, nel 1255. Hulaghu Khan, nipote del ben più celebre Gengis conquistò e rase al suolo le roccaforti degli “assassini”, riuscendo a salvarsi da diversi tentativi di eliminarlo dalla scena. Oggi, i discendenti diretti della comunità risiedono in India, ove si insediarono con alterne fortune a partire dal XV secolo.


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martedì 6 febbraio 2018

L'assassinio di Corrado del Monferrato. 28 aprile 1192.



28 aprile 1192. Tiro. Prime ore del mattino.

La regina Isabella, consorte di Corrado marchese del Monferrato e eletto re di Gerusalemme da pochissimi giorni, esce dal palazzo e si dirige verso i bagni. Incinta della loro primogenita avrebbe passato la mattinata prendendosi cura di sé e dell'erede ancora nel ventre.
Matrimonio di Corrado e Isabella

Corrado l'attende per pranzo, fino a quel momento non ha ancora lasciato le sue stanze. Un servitore però gli comunica la volontà della donna di trattenersi oltre l'orario del pasto e pertanto il futuro re, affamato ma deciso a non rimanere solo, decide di uscire per recarsi dall'amico e confidente, il vescovo di Beauvais, Philippe di Dreux. Con due soli uomini di scorta percorre la strada che conduce all'alloggio del vescovo. Possiamo presumere che il punto di partenza fosse la fortificazione a ridosso del mare, la cittadella della città, e che la destinazione una delle costruzioni dell'area attualmente occupata dalla Chiesa di San Tommaso, allora cattedrale latina della città. Il vescovo in carica, secondo la cronotassi ufficiale era Ioscio di Tiro; non sappiamo se avesse ripreso in mano il controllo della diocesi in quel momento preciso dato che Ioscio fu un vescovo davvero molto impegnato negli anni della Terza Crociata. Ritengo ragionevole pensare che Philippe l'avesse sostituito nella funzione di controllo locale, soprattutto perché fu lui a sposare Corrado e Isabella, proprio a Tiro. Dunque Corrado prende la strada che scende verso il cuore pulsante della città, ancora piena di profughi e rifugiati scampati alla devastante campagna militare di Saladino e in parte non ancora ritornati nelle proprie terre. 



C'era un notevole problema di sovrappopolazione in quegli anni a Tiro e questo aiutò parecchio i due feddayn (singolare fidā'ī - devoto), come è corretto chiamare gli assassini della setta dei Nizariti. Non abbiamo molte notizie sul loro ingresso in città ma sappiamo che avevano trascorso almeno sei mesi, spacciandosi per monaci autoctoni di fede cristiana, a frequentare le personalità nobiliari del seguito di Corrado. Secondo due cronisti arabi, Imad al-Din e Ibn al-Athir, essi giunsero a Tiro all'inizio dell'anno, appunto nelle vesti di monaci eremiti o asceti. Frequentarono le chiese e condussero una vita irreprensibile, attenendosi alle norme consuetudinarie del culto dei Cristiani.
Due agenti del KGB non avrebbero saputo fare di meglio! Entrarono nel seguito del marchese Corrado molto prima che questi venisse eletto re (ma va fatto notare che entrarono in azione subito dopo la presa di posizione di Corrado nei confronti della corona di Gerusalemme), legandosi a Baliano il Secondo di Ibelin e Reginaldo di Sidone, due fidati di Corrado, secondo quanto racconta Guglielmo di Tiro nella sua Historia rerum in partibus transmarini gestarum dalla quale ho tratto molti dettagli sulla vicenda.



Stando alla ricostruzione che segue dobbiamo credere che i due, presenti nei pressi del castello, abbiano seguito i movimenti di Corrado con l'intenzione di agire. L'ordine che poneva termine alla loro fase dormiente doveva essere stato inviato pochi giorni prima, magari proprio all'arrivo di Enrico di Champagne, il 20 aprile, con la notizia che Corrado era stato scelto come re di Gerusalemme dal consesso dei nobili locali. Corrado giunto all'abitazione di Philippe, scopre con rammarico che il vescovo ha appena terminato di mangiare. Guglielmo di Tiro ci ricorda alcune sue parole, in una plausibile ricostruzione della frustrazione di Corrado per il continuo rinviare del pranzo "Signore vescovo – egli disse – venivo per mangiare con voi ma dal momento che avere già finito me ne tornerò a casa." Guglielmo ci fornisce un altro dettaglio interessante. Egli afferma che, ritornato in strada con la sua scorta, proprio davanti alle porte della Cattedrale, si ritrova in mezzo al mercato, fra i banchetti dei cambiavalute. Per evitare la gran ressa svolta perciò per una via laterale.
Interno della Cattedrale di St. Thomas, Tiro. 

Ai margini della via, uno per lato, siedono i due feddayn. Volti a lui noti, che non destano alcun sospetto nei cavalieri. Corrado forse saluta pure, nel passare loro davanti. In quell'istante preciso uno dei due monaci si alza e si avvicina al re porgendogli una lettera a lui destinata. Quando Corrado si sporge per prenderla, questi gli blocca il braccio e lo infilza a un fianco con un pugnale. I due guerrieri di scorta si gettano contro l'aggressore e a quel punto, libero di muoversi, entra in azione anche l'altro sicario, che attacca Corrado, scivolato giù dal cavallo, dall'altro lato, infilzando il suo pugnale con maggiore precisione del primo.



Esistono due versioni. In entrambe il primo ad attaccare fu subito ucciso mentre il secondo aggressore fuggì verso una vicina chiesa dove venne catturato. Nell'altra ricostruzione della scena, però, Corrado era ancora vivo quando, presi dallo sconforto per le ferite, i due cavalieri di scorta lo trascinarono al sicuro proprio nella stessa chiesa dove si era rifugiato, non visto, il secondo assassino. Questi si gettò su di lui finendolo.

Dato che è certo che il secondo aggressore fu preso vivo, mi sembra improbabile che la sua cattura non sia avvenuta successivamente alla morte di Corrado in strada. Che possa aver attaccato dentro la chiesa, davanti alla scorta e non essere a sua volta ucciso mi sembra molto improbabile. La cattura del secondo fidā'ī, infatti, viene narrata da tutti i cronisti della vicenda. Egli, torturato prima dell'esecuzione, confesserà infatti un nome come mandante: Riccardo Cuor di Leone!


Nel prossimo articolo analizzerò le prove a favore e contro i potenziali mandanti dell'omicidio.

mercoledì 24 gennaio 2018

La leggenda di Siward Barn e della Nuova Inghilterra del Caucaso. Parte 2.

Lasciati i porti amici di Costantinopoli incaricati, per così dire, dall'imperatore stesso di liberare dal giogo pagano una porzione di terra "a sei giorni e sei notti di navigazione a nord est della capitale imperiale" nella quale avrebbero poi potuto insediarsi come sudditi di Bisanzio, Siward Barn e i suoi seguaci attraversano il Mar Nero e giungono infine nel luogo che diverrà la loro nuova patria. La Nova Anglia di cui ci fanno sapere le cronache interessate alla vicenda, il Chorinicon Universale dell’Anonimo Laudunensis e la Edwardsaga - La Saga d’Islanda di Edoardo il Confessore.

La leggenda termina così. Proverò in questa sede ad analizzare criticamente ogni indizio. Vediamo dove ci porteranno. 


Partiamo da quell'indicazione temporale: i sei giorni di navigazione che separano la Nova Anglia da Costantinopoli stando alla Edwardsaga- 

Il geografo arabo Idrisi, a metà del XII secolo, redasse una serie di indicazioni di rotta per la navigazione nel Mar Nero. Egli attestava, fra l'altro per prova empirica, di aver raggiunto Trebizonda dalla foce del Danubio in nove giorni. Il vescovo metropolita di Mosca, sul finire del trecento, compie la traversata da Caffa, in Crimea a Sinope, in cinque giorni. Secondo Eustachio di Tessalonica, sul finire del XII secolo marinai esperti a bordo di un ottimo vascello avrebbero attraversato l'intera estensione di quel mare interno in poco più di tre giorni, sfruttando le correnti molto particolari che ancora oggi caratterizzato il bacino. Una flotta mista, navigando in formazione e pertanto dovendo conformare la velocità sulle navi più lente, magari guidata da esperti piloti locali ma comunque armata da uomini non avvezzi a quei flutti, in "sei giorni", navigando a nord nord-est, giungerà all'incirca in Crimea. Proprio lì infatti ci condurranno gli altri indizi di questa vicenda. 




A corroborare la tesi della Crimea, e del Mare di Azov, vi sono alcuni scritti bizantini che possiamo giudicare neutri e per quanto scarni, molto interessanti. Teofilatto di Ocrida, contemporaneo degli eventi della saga di Siward, scrive due lettere nelle quali si rallegra per la liberazione dell'area "a settentrione del Mar Nero, inclusa fra l'ansa del Don - e quindi il Mare di Azov, in Crimea - e la Colchide, all'estremità di levante del Mar Nero. A compiere l'impresa di scacciare i nemici pagani (presumibilmente turchi danishmend) dall'area è Gregorio il Taronita il quale riceve la carica di dux dall'imperatore Alessio I Comneno per i meriti di guerra. Una guerra condotta proprio quando agli uomini di Siward viene affidato il compito di combattere a est, con la promessa di ricevere come proprie le terre che essi libereranno. Molto indiziaria come prova ma ci consente di legare le due vicende, quella leggendaria e quella storica, in un contesto di plausibilità. 



Anche la toponomastica offre spunti notevoli. Mi rifaccio al testo di A. Nodenskiold "Periplus: An Essay on the early history of Charts and Sailing direction", un'analisi dei portolani dal quattordicesimo al sedicesimo secolo. Nelle sezioni dedicate al Mar Nero compaiono, con nomi diversi e non sempre con la precisione di google earth, cinque toponimi che meritano un'analisi specifica. Varangolimen, Vagropoli, Varangido Agaria, Londina e Susaco. 
Partiamo da Susaco: la derivazione non è mai stata scoperta, langue pertanto nel limbo della linguistica geografica. I candidati principali sono i Chapsoug, una tribù di Circassi di quell'area, ma non è fantascienza volerci vedere una storpiatura di Saxon, non vi pare? Londina richiama fin troppo il nome Londinium. Il toponimo è associato a un fiume ma, dato che le cronache ci avvertono che gli anglosassoni diedero i nomi delle loro città ai luoghi che andarono ad abitare, un dubbio rimane. I primi tre nomi vanno trattati con molta cautela perché il fatto che la Guardia Variaga abbia questo nome deriva dalle popolazioni di stirpe Rus dell'area dell'Ucraina, da dove giunsero i primi seimila guerrieri a formare il celeberrimo corpo d'élite. Sta di fatto che tre cittadelle ebbero questo nome ma nessuna regione, né area geografica. Sembra quasi una scelta mirata a stabilire non tanto l'etnicità degli abitanti dell'area quanto quella degli aventi potere entro le mura. 


Aggiungo, gettando altri "variaghi sul fuoco", che nel Vizantiiskii vremenni di K.N. Iuzbashian, una raccolta di documenti inerenti l'antico regno di Georgia, si trova una pergamena che attesta la partecipazione, al fianco di re David II il Costruttore, di un corpo di guerrieri di stirpe europea, armati di asce a due mani, di lingua prevalentemente inglese, durante la battaglia di Tiflis il 15 agosto 1121. Se ipotizziamo la Crimea come base operativa degli esuli anglosassoni non facciamo che rafforzare l'idea che essi fossero proprio lì, ai confini del regno di David II, quando questi li ingaggiò. 


Nel 1246 Papa Innocenzo IV inviò dei frati francescani verso i territori dei Mongoli con lo scopo di convertire il loro Gran Khan al cristianesimo o almeno di sensibilizzarlo al pericolo dei Turchi. Guidati da Giovanni da Pian del Carpine, Benedetto da Pola, Stefano di Boemia e Ceslao di Boemia, viaggiarono attraverso i Balcani e poi il Caucaso. Nel lungo percorso essi registrarono le meraviglie di cui furono testimoni, i popoli che incontrarono e i luoghi. Nel paragrafo del Carpine denominato "Relazione sui Tartari", coincidente con le relazioni degli altri due di Boemia, scritte in diversi tempi, si fa menzione della popolazione dei Saxi abitanti nella Terram Saxorum a sud di Kiev. Essi erano "cristiani che scambiammo per Goti" (quos nos credimus esse Gothos - parole di Giovanni del Piano). Esistono popolazioni, come gli antenati dei ceceni (Chaxan in lingua osseta) e i Sarmati Sauni che potrebbero essere quelle incontrate dai monaci in missione diplomatica. Non si fa menzione della lingua che essi parlavano, ma resta quell'incognita sul fraintendimento razziale: li scambiarono per germani ma germani non erano, evidentemente. Non è sufficiente a escludere le popolazioni locali pur lasciando aperto uno spiraglio dato che anglosassoni e germani ebbero caratteristiche fisiche alquanto similari. 


Sono questi tutti gli affascinanti indizi a nostra disposizione. Non ne esistono altri e men che meno abbiamo, purtroppo, prove incontrovertibili. Rimane la scelta, libera ma non scientifica, di credere che Siward Barn abbia davvero guidato il suo popolo in esilio fin là. Nell'equilibrio fra rigore storico e romanticismo letterario con il quale affronto ogni argomento posso solo dire che lascerò uno spiraglio sempre aperto alla loro avventura, nell'attesa che qualcuno possa un giorno trovare solide basi sulle quali poggiare questo affascinante mito. 

martedì 16 gennaio 2018

La leggenda di Siward Barn e della Nuova Inghilterra del Caucaso. Parte 1.


La storia che sto per raccontarvi non ha solide prove, le incertezze che la contornano sono così tante che il mito e la leggenda subentrano in fin troppi particolari; purtroppo non abbiamo che pochissime testimonianze scritte a supporto dell'intera vicenda e q
ualche prova circostanziata. C'è, però, un barlume di plausibilità che continua caparbio a brillare in mezzo agli aliti di chi lo vorrebbe spegnere per relegare l’intera vicenda fuori dal reparto saggi delle librerie e affiancarla alle gesta narrate da Omero e Chetrien de Troyes. 


Per quanto riguarda le cronache, i testi che ne parlano sono quattro: una nota scritta verso il 1090 da parte di Guescelin di Canterbury; un’altra semplice annotazione, non più esauriente della prima, la troviamo in Orderico Vitale; esiste poi una cronaca vera e propria contenuta nel Chorinicon Universale dell’Anonimo Laudunensis, un monaco inglese del tredicesimo secolo; infine la Saga d’Islanda di Edoardo il Confessore, la quale potrebbe non essere altro che un sunto, ricco di invenzioni, di cronache precedenti. Vi sono poi degli indizi geografici e delle coincidenze storiche che possono supportare, ma non dimostrare inconfutabilmente, alcune supposizioni.

Analizzerò criticamente nella seconda parte di questo approfondimento tutto il materiale disponibile. Adesso, invece, è tempo che inizi a narrare...

Nell’anno del Signore 1075, stando alla cronaca dell’Anonimo Laudonensis, Stanardus (Sigurd o Siward, in lingua sassone) conte di Gloucester, fiero combattente della resistenza anglosassone ai nuovi dominatori normanni, partì dalle coste meridionali dell’Inghilterra con 235 navi e circa cinquemila fra uomini, donne e bambini. La Saga di Edoardo cita l’evento in concomitanza con la morte di Sweyn II figlio di Estrid, re di Danimarca e ultimo baluardo di speranza per gli anglosassoni. La Saga in sé non fu concepita per raccontare questa vicenda ma la presenza di tanti dettagli fa pensare alla necessità di legare tutto quanto narrato in essa a un evento storico noto: un’operazione comune negli autori del passato per poter collocare temporalmente il proprio scritto senza che potessero sorgere dubbi nei lettori.



Se il Siward alla guida di questi esuli è lo stesso che Guglielmo aveva sconfitto e imprigionato nel 1071 si può ipotizzare un certo aiuto da parte dell’establishment normanno per organizzare il viaggio. In un solo colpo un nemico irriducibile – non ucciso forse proprio per non creare un martire – e tutta la sua gente avrebbero lasciato l’isola per mai più ritornarvi. Un uomo calcolatore come Guglielmo deve aver visto un’opportunità in tutto questo.


Gli esuli navigano verso sud, costeggiando la Francia occidentale e poi la Spagna e il Portogallo. Arrivano nei pressi di Ceuta, quasi un punto di passaggio obbligato per chi dall’Atlantico decidesse di gettarsi nel Mediterraneo. La saccheggiano senza pietà, essendo una città sotto il controllo musulmano. Attaccano anche Majorca e Minorca, perché comunque si tratta dell’esodo di un popolo guerriero e rapace non certo meno dei tanti odiati normanni. Homo Homini Lupus.


Secondo il Chronicon dell’Anonimo gli Inglesi arrivano, dopo aver deviato dalla destinazione iniziale (la Sicilia o la Sardegna, non è chiaro) a Costantinopoli. Sembra che la deviazione sia stata decisa in base alla notizia che la capitale dell’Impero d’Oriente era assediata da un’armata di infedeli (nessun testo ne specifica la nazionalità). Se vogliamo prendere per buona la data del 1075 allora l’imperatore al governo era Michele VII Ducas (1071-1078) ma l’assedio non ha alcuna corrispondenza. A complicare di più le cose c'è il fatto che entrambe le cronache, discordi in moltissimi altri punti, citano Alessio I Comneno come l'imperatore (1081-1118) che accoglie Siward e i suoi. Si potrebbe spiegare l’errore ipotizzando che gli autori si siano confusi con quello che divenne uno degli imperatori più attivi nel reclutare uomini dell’isola di Thule – come i bizantini chiamavano l’Inghilterra. Un po’ forzato ma di meglio, al momento, non abbiamo.


Chiunque fosse l’imperatore, egli è grato per l’aiuto inaspettato e risolutore. Vinti i nemici, ai nobili equipaggi di Siward viene offerto di rimanere nella capitale e servire nella celeberrima Guardia Variaga. Alcuni accettano di rimanere in Miklagard, come veniva chiamata la città dalle popolazioni del nord Europa, ma il conte Siward e altri capi pregano l’imperatore di dare loro delle città che possano essere loro e dei propri eredi dopo di essi. L’imperatore accenna allora a certe terre a settentrione del suo impero che appartenevano ai suoi predecessori e che ora sono cadute nelle mani di popoli infedeli. Egli ne promette loro il pieno possesso se riusciranno a strapparle agli attuali abitanti.

Salutati i pochi che decidono di rimanere a Costantinopoli la flotta riprende il largo e veleggia verso il Mar Nero, alla ricerca disperata di una nuova patria...

[continua]



martedì 9 gennaio 2018

Aroldo il sassone in Normandia. Primavera 1064 - autunno 1065.



In un giorno imprecisato della primavera del 1064 Aroldo, figlio di Godwin e conte del Wessex, sbarcò sulle coste della Normandia e in questa terra rimase per circa un anno. Inizia così la narrazione per immagini dell'Arazzo di Bayeux e in effetti, è così che cominciano quasi tutte le storie che vogliono giungere alla battaglia di Hastings dell'ottobre del 1066. Nessuno, però, conosce le reali motivazioni di questo suo viaggio. 



Secondo Guglielmo di Malmesbury, cronista del XII secolo, Aroldo era uscito con il suo seguito in nave per dedicarsi alla pesca e allo svago a bordo con i propri sodali. Un fortunale spinse la barca in alto mare e successivamente costrinse l'equipaggio a fare una sosta di emergenza in Normandia. 
L'altra famosa ipotesi, diffusasi successivamente alla conquista normanna dell'Inghilterra, fu suffragata da qualsiasi cronista volesse ingraziarsi la dinastia regnante sul trono dell'isola. Con essa si afferma che il conte fosse in viaggio per portare un'ambasciata di amicizia ai conti di Normandia da parte del vecchio re Edoardo il Confessore, il quale aveva da sempre tenuto una politica filo-normanna (cosa che fa tuttora supporre a molti che egli avrebbe desiderato come successore il duca dei Normanni).

Qualunque fossero le reali motivazioni è certo che Harold non venne accolto con tutti gli onori, ma come una preda del mare. Era infatti uso comune dei signori delle coste di Normandia considerare le navi che si arenassero lungo le spiagge, così come tutto ciò che giungeva a riva dopo un naufragio (persone comprese), di loro proprietà. Dato che Aroldo fu preso prigioniero dal conte Guido di Ponthieu (indicato come Wido, nell'Arazzo di Bayeux) c'è da immaginare che la sua nave si fosse trovata in difficoltà, condotta dai flutti lungo l'arenile e lì incagliatasi. Guido cattura tutti e fa suo il bottino a bordo (cani e falconi, barili di vino e chissà quant'altro stando alle immagini dell'Arazzo di Bayeux). L'ostaggio viene poi ceduto, non senza qualche pressione, al duca Guglielmo, in quel momento ancora conosciuto come il Bastardo
Notate la fine satira politica i danni di Wido. Il suo cavallo è magro e ha le orecchie d'asino.

Non era insolito che nascessero amicizie fra prigioniero e carceriere quando il sangue univa in nobiltà i due. Quello che ci raccontano le cronache e le immagini dell'Arazzo è una collaborazione stretta fra Aroldo e Guglielmo, con il primo impegnato a combattere al fianco del duca. Addirittura, durante la battaglia contro il reietto Conan presso l'attuale Mont Saint-Michel, Harold salvò due uomini tirandoli fuori dalle sabbie mobili tipiche di quella zona.



Il primo inghippo, in un ingranaggio che per il momento stava funzionando secondo gli usi del tempo, avvenne quando Guglielmo addobbòossia donò le armi cavalleresche – Aroldo. Qui il rapporto fra i due cambiò: mentre un prigioniero poteva mantenere il suo rango, per nulla scalfito dalla cattività, e dunque essere pari (o superiore, come per esempio nella vicenda di Riccardo Cuor di Leone prigioniero del duca d'Austria, Leopoldo V) al proprio carceriere, la cerimonia di vestizione implicava la sudditanza di chi riceveva le armi nei confronti di chi le donava. Aroldo – non abbiamo idea se costretto o meno, ma è probabile non avesse scelta – riceve l'investitura e con essa la libertà, simboleggiata dalla restituzione delle sue terre tramite il dono dello stendardo che esse rappresentava nella simbologia speciale dell'addobbamento. Aroldo è dunque libero non dietro il pagamento di un riscatto ma con un atto di vassallaggio. Nelle scene successive dell’Arazzo il Bastardo fece giurare si sacre reliquie ad Aroldo di appoggiare la sua candidatura al trono d'Inghilterra, dato che Edoardo il Confessore era ormai sul viale del tramonto.
E se ci fosse stato un altro reliquario a disposizione Guglielmo pure con il piede lo faceva giurare!

Nel giuramento, ricorda Florence di Worcester, c'era l'obbligo di costruire una fortezza a Hastings da cedere a una guarnigione normanna e quello di perorare la causa del Duca nel consesso dei nobili, il Witan, che avrebbe dovuto accettare la successione al trono non per linea di sangue, essendo morto pochi anni prima l'ultimo erede legittimo, Edward Aetheling figlio di Edmund Fiancodiferro che era stato re per breve tempo nel 1016. Il figlio di Edward, Edgar, aveva solo cinque anni alla morte di Edoardo il Confessore. Diverrà re per qualche settimana prima della sua cattura da parte di Guglielmo, ora il Conquistatore.

Non ci si improvvisa re, occorrono forti basi dalle quali muoversi. Serve giustificare la pretesa, non si poteva semplicemente conquistare un trono ma si poteva difendere (anche attaccando) con la spada i propri diritti. Quali erano, allora, le giustificazioni addotte da Guglielmo di Normandia? Cosa lo rendeva certo di poter aggiungere la sua voce ai candidati al trono? 



A mio avviso occorre scartare l'ipotesi della designazione di Guglielmo come erede da parte di Eodardo il Confessore, avvenuta durante una fantomatica visita in Inghilterra. Quel viaggio è pura fantasia, il Bastardo difficilmente avrebbe potuto lasciare la Normandia per una visita oltre Manica negli anni precedenti l'arrivo di Aroldo. Sin dalla sua designazione alla guida del ducato era stato impegnato a combattere i nobili ribelli. Il Conan di Mont Saint-Michel di cui sopra era uno degli ultimi rimasti.

Alcuni storici fanno riferimento alla pretesa per legittimi legami di sangue ma direi che come tesi questa sarebbe stata molto debole anche all'epoca, o forse soprattutto all'epoca. Egli era un figlio nato fuori da regolare matrimonio e legato al regno d'Inghilterra solo attraverso un debole vincolo di parentela con Emma di Normandia, madre del re Edoardo.

Attenzione, non parliamo di motivazioni: Guglielmo doveva sentirsi più che legittimato nella sua pretesa. Stiamo cercando le giustificazioni addotte dal Bastardo per dare legalità alla sua sete di potere. Quella, a mio avviso, più solida, supportata anche da prove evidenti, è la necessità di riformare della Chiesa d'Inghilterra. Il vecchio re Edoardo aveva portato con sé dalla Francia, Robert, abate di Jumièges, e aveva assegnato al dotto chierico la missione di uniformare il culto e guidarlo secondo i dettami di Roma. Quando il padre di Aroldo, Godwin, tornò dall'esilio per il quale Robert non era certo esente da colpe, lo scacciò sostituendolo con Stigand, vescovo di Winchester, suo sodale. Solo che Stigand era stato scomunicato da ben cinque Papi consecutivi per il fatto di aver preso gli uffici di Winchester e Canterbury in pluralità . Ovviamente era un problema di rendite più che di carattere canonico, sta di fatto che i Papi Leone IX, Vittorio II, Stefano IX, Nicola II e Alessandro II fecero di tutto per vederlo deposto. Guglielmo si impegnò battendo proprio questa strada e in nome della necessità di portare ordine in un paese cruciale per la cristianità organizzò la sua invasione, con la benedizione di Papa Alessandro II, il quale concesse il suo stendardo per la "Santa" spedizione. 


Il bello è che Stigand fece subito atto di sottomissione, dopo la battaglia di Hastings, riuscendo a mantenersi saldo proprio nel ruolo dal quale Guglielmo l'avrebbe dovuto cacciare.

Di motivi addotti se ne potevano creare ex novo all'occorrenza. L'unica cosa certa rimane la volontà di Guglielmo di conquistare le isole britanniche, divenirne re e governare incontrastato su una terra che per secoli fece gola a molti.