Bayeux tapestry

Bayeux tapestry

venerdì 14 luglio 2017

Apocalypsis Nunc. Settima puntata


Matilde si decise a lasciare il cespuglio. L’aria del mattino era così fredda che, sebbene l’inverno fosse ancora lontano, si formavano davanti alla bocca delle nuvolette di condensa a ogni respiro.
Il sasso che aveva preso per difendersi era ancora stretto nella sua mano e la pelle mostrava i segni della forte pressione che la ragazza aveva esercitato per tutta la notte attorno a quel piccolo sostegno emotivo.
Tese le orecchie, ma non udì rumori diversi da quelli usuali della natura che la circondava.
Si sentiva indolenzita come mai prima di allora, le ossa dolevano, sembravano puntellate di spille che le bucavano la carne dall’interno. La schiena era bloccata e solo con uno sforzo riuscì a non gemere nell’alzarsi in ginocchio.
Rimase alcuni istanti così, con le mani premute contro le cosce unite. La destra ancora stretta alla pietra.
Sentiva qualcosa premerle nella memoria, e dentro di lei era sicura di quale volto fosse quello che sembrava apparirle davanti. Arechi . Si maledisse: doveva rimanere forte, doveva ammazzare uno di quei senza Dio, prima di lasciarsi morire a sua volta.
Le lacrime offuscarono la vista. Come poteva se il dolore per quanto aveva perduto, perfino per la morte del padre che la desiderava, rischiava di renderla incapace di respirare? Arechi ! Ormai l’emozione aveva preso il sopravvento, il pianto venne incontrollato, selvaggio come la disperazione. Ma più le lacrime scendevano lungo le sue guance, più lasciava spazio alla rabbia. Non si trattava della volontà di uccidere alla quale si era aggrappata unendo la mano al sasso.
Stringendo i denti, serrando la mascella in un crescendo di determinazione, giurò che non l’avrebbero mai piegata. Lei sarebbe sopravvissuta e molti di loro no.
Le venne da ridere, forte del suo convincimento. La risata divenne isterica e senza alcuna cautela la lasciò echeggiare forte.
Poi tornò la fitta al cuore e il pianto.
Ripiombò sul letto di rami che l’aveva accolta per la notte e rimase lì, consapevole che stava solo mentendo a se stessa. Non aveva la forza di alzarsi, e i fantasmi di tutto ciò che aveva perduto la inchiodarono a terra per ore.

***

«Arrivano con un’altra scala, padre.»
«Da quale lato?»
«Settentrione» Folco indicò con la lama insanguinata.
«Dannati loro. Puoi provvedere?»
«Siamo già tutti impegnati. Andrò, ma le prossime non troveranno resistenza.»
«Va' figlio, fa' quel che puoi.»
Folco lasciò il suo posto presso il portale, ormai difeso solo da suo padre e una manciata di cittadini, e corse lungo il camminamento, superando morti e moribondi.
Quasi tutti gli uomini avevano dato la vita nell’opporsi alla violenza delle prime ore dell’attacco. La spinta dei saraceni si era affievolita e di fronte alla caparbia ostinazione degli abitanti del Vicus avevano smesso i tentativi mal organizzati di prendere le porte per una più complessa tattica.
Forti del numero, si erano divisi in tanti gruppi che operavano coordinati da suoni di corni e tamburi.
Nell’insieme era un’esperienza terrificante, ma i guerrieri e i cittadini del piccolo villaggio fortificato, dopo aver respinto alcuni di quei tentativi, si erano in qualche modo assuefatti ai rumori e una muta rassegnazione era calata su di loro.
Tamponavano i punti critici, correndo con passo sicuro degno dei più inveterati combattenti. Le donne all’inizio portavano acqua, curavano i feriti e piangevano i morti ma ora, affardellate di tutto ciò che occorreva alla guerra, avevano sostituito padri, figli e mariti e non si risparmiavano in nulla.
Quelle che già avevano perduto tutti gli adulti della propria famiglia erano tornate a casa e avevano sgozzato i bambini e i vecchi. Altre speravano ancora e nascondevano la loro incapacità nel compiere tale gesto affidandosi all’improbabile vittoria come appiglio.
Folco arrivò alla postazione presa d’assalto nell’attimo esatto in cui la scala venne appoggiata alla palizzata. I due robusti montanti si incastrarono tra i pali, assicurandosi saldamente a essi. Dal loro tremolio continuo era chiaro che i mori fossero già impegnati a salire. Folco provò ad affacciarsi, ma il sibilo di una freccia lo obbligò a ritrarsi. Vide però che il numero di nemici che si apprestava a salire era grande. Troppo grande per non provare un senso di disperazione dal sapor ferroso in bocca.
Il primo avversario si affacciò guardingo, lo scudo sollevato sopra la testa. Lo afferrarono in due, tirandolo oltre il parapetto, e lo colpirono con violenza tutti insieme. La donna che lo stava aiutando era la serva di sua madre. Colpiva e tagliava il corpo ormai immobile del nemico. Folco avrebbe voluto fermarla, farla tornare in sé perché altri stavano arrivando, ma non fece in tempo.
Con un balzo il secondo saraceno piombò su di loro, spingendo via il ragazzo e affondando la sua lama nel ventre della donna.
Folco si alzò per colpirlo ma un altro avversario superò la scala e si interpose tra loro. Lo scambio di colpi fu selvaggio, non c’era spazio per duellare utilizzando finte e agili mosse. Si colpirono selvaggiamente come minatori intenti a sgrossare le pietre per trovare la vena.
Folco combatteva con la disperazione di chi tenta di arginare una falla nella propria imbarcazione. Ora i saraceni sulla predella di legno erano tre, ma lo scarso spazio impediva loro di sfruttare al meglio il vantaggio, e Folco riuscì a incastrarli in un angolo. Rinvigorito dal loro impaccio, continuò a menare colpi con la spada ammaccata e piegata in punta. Stava tamponando la falla, pensò. Sarebbe riuscito a respingere anche quell’assalto.
Quando il quarto saraceno superò la palizzata e gli tagliò la gola aggredendolo alle spalle, Folco stava iniziando a credere che avrebbero vinto la battaglia.

***
La testa gli doleva così forte, all’inizio, che aveva pensato gli avessero versato del piombo fuso addosso e che lo stessero torturando. Quando l’intorpidimento passò, però, si rese conto che era solo. Nessuno stava cuocendo il cuoio sotto i lunghi capelli. Aveva dormito addossato al tronco cavo di una quercia caduta a terra, mangiata da invisibili insetti che ne avevano consumato tutta la polpa, lasciando il gigantesco guscio tremulo e fragile di corteccia che aveva poi ceduto al suo stesso peso. Era il suo primo sonno, da quando aveva ripreso i sensi nel boschetto vicino al mare dove era svenuto. Valutò, dai colori del cielo, che una nuova alba era sorta da poco. Il sole filtrava obliquo fra gli interstizi del sottobosco e la rugiada era solo in parte divenuta sottile strato liquido. Alcuni steli avevano ancora i fini cristalli di ghiaccio a ornare i propri bordi. Coperto di muschio e frasche era riuscito a mantenere il proprio corpo al caldo, ma il trauma del colpo ricevuto la notte precedente era ancora forte. Fitte simili a spilli incandescenti gli tormentavano il capo e il solo volgere gli occhi intorno gli procurava un dolore in grado di strappargli gemiti tormentosi.
Matilde. Il pensiero di lei l’aveva tenuto sveglio quando il corpo ferito gli gridava di fermarsi, distendersi e aspettare. Matilde, sempre lei. Non era morto per salvarla come aveva pensato. Ma l’aveva salvata? Non poteva saperlo e quel pensiero lo torturava. Aveva osservato la spiaggia, cercandola fra i volti noti e quelli a lui sconosciuti nelle lunghe file di prigionieri che venivano portati alle barche. Lei non era mai passata di lì. Non era nessuna di quelle ragazze atterrite in abiti laceri, prede di guerra e di turpi desideri. E, ringraziò Dio ad alta voce nonostante la vicinanza dei saraceni, non l’aveva nemmeno trovata distesa al suolo, sventrata, nei punti che Matilde aveva attraversato scappando. Aveva visto le tracce dei piedi scalzi della ragazza, così perfetti e affusolati, ora nei pressi del terreno limaccioso del torrente del castrum, ora più vicino alla torbiera che divideva la spiaggia dall’entroterra in salita, verso i terreni dell’Alperti. Non l’aveva seguita oltre, per paura di attirare le attenzioni dei mori da quella parte, e frastornato ma non meno deciso a farcela, aveva provato a ritornare al Vicus solo per scoprirlo assediato. La fortuna continuava ad arridergli, nessuno l’aveva ancora notato; ciò nonostante non aveva idea di cosa fare, come muoversi. La testa in fiamme gli impediva di avere pensieri coerenti a lungo termine e si era reso conto che solo l’immediato pericolo riusciva a sviare tutta la sua concentrazione dal dolore, mettendolo in grado di agire sempre al meglio.
Il fresco della mattina non giovava e una forte nausea lo colse. Doveva mangiare qualcosa, si disse, anche solo per vomitarlo. Era passato più d’un giorno dal suo ultimo pasto. Addentò alcuni dei funghi cresciuti fra le radici della pianta secolare; erano candidi e spugnosi, di quelli da addentare sia crudi che cotti con la selvaggina. La sera prima non li aveva notati, o forse era solo il sonno che aveva vinto su qualsiasi altra esigenza del corpo. Con sua sorpresa mangiare alleviò la pressione al cranio, e gli infuse un certo ottimismo, presto velato dalla constatazione di quel che stava avvenendo intorno a lui. Non avvertiva più il senso di riprendere le forze e le capacità intellettive, dal momento che questo avrebbe significato solo una maggiore consapevolezza della fine di tutto ciò che era stata la sua vita. Matilde, lei era al sicuro? Se il Vicus era assediato, anche la casa di Alperti doveva essere stata presa d’assalto. Si alzò deciso. Sarebbe andato a verificare. Un guerriero non vive di attimi spuri ma ha bisogno di uno scopo conseguente all’altro. Un’azione per un’azione. Una parata che ferma un fendente. Una finta che precede un affondo. Sarebbe andato a casa di Matilde, e avrebbe affrontato saraceni e servi dell’Alperti con la stessa forza, se gli avessero impedito di sfiorare di nuovo la mano della donna che voleva con sé per tutta la vita.

***


Gli riuscì di sentirle come echi distanti, le parole di suo padre, I guerrieri non piangono, figlio mio. Gli uomini diventano tali quando smettono di piangere per le cose che danno dolore. Ciononostante non gli riuscì di trattenere le lacrime. Quante ancora ne aveva da versare, si domandò ricomponendo il corpo di sua madre nel tentativo di risistemare la parte di volto quasi del tutto strappato da una delle lame saracene. Era ancora sua madre, quell’ammasso informe di sangue e lembi di pelle e stoffa che non volevano rimanerle addosso?
Era diventato un uomo. Guido aveva ucciso, e aveva vinto la sua prima battaglia. Nessun saraceno di quella specie di imboscata nella quale erano incappati avrebbe raccontato di come erano stati fatti a pezzi da un esercito di bambini. Non ne erano rimasti molti in vita, di quei giovani guerrieri, e i feriti a terra che nessuno di loro sapeva curare avrebbero aumentato presto il numero dei caduti.
Guido si guardò intorno, in piedi vicino a lui c’era una manciata di ragazzi, maschi e femmine della sua età o giù di lì. Non rimaneva altro. Le loro madri si erano gettate contro i nemici per difenderli e avevano pagato con la vita. Il loro sacrificio però aveva creato confusione fra i mori, permettendo ai figli di reagire e di vincere.
Guido provò a contare i nemici uccisi. Non era bravo con i conti, ma sapeva confrontare la quantità, eppure non c'era niente da festeggiare in quella vittoria che aveva regalato loro l'opportunità di continuare a fuggire.
Che senso aveva continuare così?
Voleva sedersi e aspettare la fine. Lo voleva davvero? Scosse la testa. No. E nemmeno i ragazzi intorno a lui desideravano morire. Che tutto finisse sì, ma non erano pronti a mollare la propria vita al terribile destino che li circondava.
«Andiamo» disse calmo. Nessuno rispose. Sentì solo i loro muscoli tendersi, pronti a seguirlo. Era un uomo ora, e un capo.
«Il tempio è lassù, da qualche parte su quel costone.»
Dare istruzioni era un modo per concretizzare la voglia di sopravvivere e dava forma alla consapevolezza che era divenuto una guida. Con spirito si ricordò delle armi dei saraceni.
«Prendetele» ordinò ai suoi. Il corpo di sua madre si deformò di nuovo, sfaldandosi come un fiore appassito, un frutto ammuffito nel cuore del sottobosco.
Non avrebbe mai dimenticato quell’orrore ma, d’altronde, nulla sarebbe mai stato come prima. Mai. Tutta la loro esistenza era stata squarciata come l’esile fisico della donna ai suoi piedi. Altre lacrime gli gonfiarono gli occhi.
Non se ne vergognò e quando gli altri, anch’essi nel pianto più disperato e allo stesso tempo composto che avesse mai visto, gli si avvicinarono, si strinse a loro.

Avrebbero combattuto piangendo, avrebbero vinto piangendo. Sarebbero arrivati alla fine di quell’incubo senza più una sola lacrima da versare. Allora, lungo l’argine di quel fiume di dolore, avrebbero lavato via il passato. Ricominciò a camminare lungo il sentiero in salita. Lassù, fra le vestigia dall’antico passato romano, c’era la loro unica salvezza.

>>> puntata finale

giovedì 13 luglio 2017

Le araldiche dei padri non ricadano sui figli... Le Brisure.

Immaginatevi seduti su uno scranno, nella sala d'arme del vostro castello, novecento o quasi anni fa. Dopo anni di lotte, intrighi, viaggi, contrattazioni e un po' di fortuna siete finalmente riusciti a consolidare i vostri possedimenti. Avete giurato fedeltà al conte, poi al vescovo, poi al re e infine anche all'imperatore ma questo non ha intaccato affatto la sensazione di potere che provate all'interno dei vostri confini. Sire vi chiamano gli uomini e le donne che vi servono, messere i vostri pari. Il simbolo da voi posseduto, l'arme che ha fatto tremare i nemici sui campo di battaglia e infervorato il popolo nei tornei garrisce al vento in cima alla torre. La stessa figura fa bella mostra di sé sul vostro scudo e sulla cotta d'arme.

Insomma, avete lottato una vita con quei colori e quei simboli indossati in ogni occasione e ora che state scivolando inesorabilmente verso il termine ultimo della vostra avventurosa vita, che fine faranno? Sì, perché l'arme non rappresenta solo voi, esclusivamente, ma parla anche di un feudo, di un territorio, di un'intera esistenza. E queste terre le lascerete in eredità a vostro figlio, quel brillante ragazzotto che quando va per fienili e tornei, sempre alla ricerca di piacere -pur se di diversa natura- è in tutto e per tutto uguale a voi. Ecco, appunto. In tutto e per tutto? Anche nell'arme, dunque? Ma come potranno i vostri discendenti dire "Ah, quello era l'arme del prode avo!" se poi tutti loro avranno lo stesso emblema? Una soluzione sarebbe imporre loro di cambiare colori, disegni e ripartizioni ma poi che fine farebbe il fondamentale legame fra simbolo e territorio che a fatica avete costruito?

Un bel dilemma, non trovate? Per un cavaliere del XII secolo era davvero un problema. Enorme, oserei dire. Una nuova società si è sviluppata, con esigenze e priorità ben definite. Questa della differenziazione araldica, in particolare, sembra essersi resa necessaria nei paesi del nord Europa: Francia, Inghilterra, Paesi Bassi e Germania occidentale. In Italia, per esempio, era meno sentita e lo stesso dicasi per la Spagna e i paesi Scandinavi. Perché? Probabilmente essere riconoscibili era, prima ancora che in battaglia, un'esigenza tecnica legata ai tornei. In effetti i paesi con una forte tradizione di giochi di guerra, giostre e scontri fra campioni per la gioia del pubblico sono stati i primi a trovare una soluzione alla questione.
Prima di finirti vorrei sincerarmi che tu mi abbia riconosciuto, sir. Hai visto il mio scudo? Hai capito chi sono?

Nacquero quelle che oggi chiamiamo BRISURE briṡura s. f. [dal fr. brisure, der. di briser, propr. «rompere, fare in pezzi»] Treccani.it. Sono modifiche, codificatesi nel corso dei secoli, all'arme originale di famiglia. Lo richiamano, all'inizio in maniera quasi completa, ma ne modificano una piccola porzione. Sono, in pratica, delle personalizzazioni allo stemma primitivo dal quale nessun cadetto si sarebbe del tutto distaccato per ovvi motivi di prestigio, necessarie affinché fosse chiaro chi ci fosse dietro il cappuccio di anelli di ferro e l'elmo sempre più grande e avvolgente.



La procedura ha oggi, nell'araldica complessa giunta fino a noi dopo quasi un millennio di vita, un sistema molto preciso, con regole e etichette serrate.

Dal Registro Araldico Italiano, attuali suggerimenti di brisure

Primogenito: un lambello (o rastrello), di solito a tre pendenti
Secondogenito: una bordura
Terzogenito: un bastone scorciato.
Quartogenito: cotissa
Quintogenito: un contrafiletto
Sestogenito: un cantone
Settimogenito: una cinta
Figli naturali: un bastone scorciato in sbarra

(affronterò più in là, con calma, tutta la questione araldica)

Agli albori delle brisure, però, la fantasia e l'inventiva del momento dovevano aver giocato invece un ruolo fondamentale. Si potevano invertire i colori di fondo con quello della figura, oppure aggiungere una figura in più, qualcosa che "parlasse" per il nuovo rampollo della famiglia (es. Robert detto il Leone -per la chioma foltissima-, figlio di Robert di Torre Alta, avrebbe aggiunto un leoncino rampante vicino alla torre fortificata simbolo del padre). E così via fino, magari, a perdere del tutto la centralità della torre sostituita, ma quasi mai perduta, da figure più recenti o più importanti. La ricostruzione delle brisure permette, con una certa precisione, di risalire agli antenati comuni di moltissime famiglie nobili e non di epoca medievale.

Studiando il fenomeno dell brisure, inoltre, ho trovato forse una spiegazione gesto culmine del bisticcio fra Chandos e Clermont che vi avevo raccontato tempo addietro. Fra le varie ipotesi non avevo preso in considerazione la possibilità che fosse proprio una brisura lo stemma oggetto dell'alterco.

La seconda generazione di appassionati rievocatori si sta affacciando sulle scene del reenactment, pensate che meraviglia constatare al solo colpo d'occhio i legami di parentela durante le manifestazioni storiche. Perché la passione per la Storia, al pari dell'araldica, sono cose che si tramandano.
Seguendo le orme dei padri...  (foto di Sara Colciago - Impressum.photography)

venerdì 7 luglio 2017

Apocalypsis Nunc. Sesta puntata.


Matilde osservò con occhi spenti l’origine della luce che aveva usato come un faro nella notte per raggiungere la sicurezza di casa sua. Era rimasta nascosta fra la boscaglia per ore, che nel delirio della disperazione le sembravano già essere durate giorni interi. Non aveva visto il sole sorgere, si diceva cercando di razionalizzare le sensazioni. Non poteva essere rimasta a lungo nascosta. E quella luce, in direzione di casa sua, doveva essere dei fuochi accesi dal padre quando aveva scoperto che la sua bambina non era sotto le pelli vicino al focolare, dove per causa sua era costretta a dormire. La vide ingigantirsi, quella luce, mano a mano che le si avvicinava. Sì, i suoi volevano mostrarle la strada; forse anche Arechi  era fuggito verso quella luce, dopo aver eliminato tutti i nemici. Doveva essere così. Continuò a camminare, arrivò tanto vicina che poteva sentire il calore del fuoco sulla pelle. Sullo sfondo degli edifici in fiamme vide i corpi che dondolavano osceni, appesi a ganci, issati sui rami degli alberi intorno ai quali, da bambina, era solita giocare. Le fiamme che divoravano il castello di suo padre avevano messo fine a tutta la sua vita, al disgusto, alla protezione, agli amici. Tutto se ne andava nelle ceneri che volavano scomposte in mulinelli verso il cielo. Non era stata nascosta per giorni, solo il tempo necessario a quei demoni per eliminare tutto ciò a cui lei apparteneva, nel bene e nel male. Si rannicchiò nel cespuglio, con le ginocchia al petto, e pianse. La follia era l’unico conforto che le rimaneva, le stava preparando un giaciglio sul quale stendersi e lasciar scivolare via il dolore. Sorrise, e pensò di immolarsi fra le fiamme, ma poi afferrò, d’istinto, un sasso di grandi dimensioni, e soppesandolo si domandò che rumore avrebbe fatto una testa rotta da quella pietra. Decise che l’avrebbe scoperto aprendo il cranio a uno dei mori.

***
«Resisteremo finché non giungeranno i rinforzi dai castra vicini» ripeté con calma Arnaldo. I suoi arimanni assentirono, anche se le espressioni preoccupate stampate sui volti lasciavano intendere quanto ritenessero improbabile un esito positivo della vicenda. Alla luce del sole che splendeva  indifferente alle umane vicende, la loro situazione appariva disperata. Dall’alto del bastione che difendeva la porta del monte si poteva constatare l’entità dell’assalto saraceno: ovunque si vedevano pennacchi di fumo, a volte denso e nero per l’incendio vivo sotto di esso, in altri punti più chiaro e flebile, come la speranza che sotto le ceneri qualcosa fosse sopravvissuto alla distruzione. Quei pennacchi costellavano il panorama dell'entroterra e sembrava che nessun luogo abitato, villa, castello o semplice baracca di coloni, fosse stato risparmiato.
Radunati intorno allo Sculdascio, i guerrieri evitavano di guardare verso il mare, e quando erano costretti a farlo la visione dell’enorme flotta li irretiva ipnotica nella sua terrificante magnificenza.
«Ecco perché non se n’era più vista una, di quelle vele saracene» aveva detto Chilperico, quando l’alba aveva reso evidente la gravità della situazione. «Si stavano organizzando, mettendo insieme la flotta più grande che si sia mai vista.» Era il più fido degli uomini dello Sculdascio, il guerriero più forte e l’amico più sincero dal momento che, come il suo nome stesso ricordava, era figlio di un uomo nato schiavo e poi affrancato. Le sue origini umili lo rendevano al di sopra di ogni sospetto, per Arnaldo.
Folco ricordò i discorsi con l’equipaggio della nave veneta e mostrò a suo padre e agli altri le navi da guerra che i saraceni avevano catturato al doge a seguito della sconfitta subita dai Cristiani nelle Apulie. Ora i mori si stavano prendendo la rivincita e non era certo il sacco dei fondi dell’antica Cluana il loro obiettivo principale.
In ogni caso, qualunque fosse la loro meta ultima, stavano distruggendo il territorio alla foce del Cluentum con una metodicità che aveva sconcertato tutti. Le difese del Vicus erano sempre state sufficienti per evitare gravi danni dalle fugaci incursioni di quei predoni del mare, e i saraceni si limitavano a fare una veloce razzia lungo la fascia costiera e a fuggire prima di incappare in una risposta in armi organizzata e numerosa. Ora invece tutto era diverso, non si trattava di una scorreria ma di una vera e propria invasione su larga scala, organizzata con metodo e razionalità.
I nemici sembravano conoscere benissimo il territorio intorno al Vicus Cluentensis e in poche ore tutto ciò che poteva costituire per loro una minaccia era stato cancellato dai rapidi attacchi iniziati nella notte.
Era ormai evidente che la pianificazione necessaria a compiere un’azione di quella portata, il numero di navi e di guerrieri coinvolti e l’esecuzione perfetta fino a quel momento potevano significare che c’era molto di più, negli intenti dei saraceni, che devastare quella parte della Marca Fermana.
«Non saremo certo noi, il loro unico bersaglio» esordì Folco facendo voltare tutti. Era in età adatta per presiedere al consiglio dei guerrieri, ma anni di relativa pace non avevano mai dato la possibilità al giovane di assistere a una riunione di quella importanza.
«Che intendi dire?» gli domandò il padre.
«Non riceveremo aiuti, padre. È chiaro che una zona molto più grande di questa sarà attaccata, se non lo è già ora che parliamo.»
Il silenzio che seguì era carico di tensione, generata dalla consapevolezza di quanto Folco fosse nel giusto.
«Non accetterò di arrendermi» disse Aldonerompendo lo stato di quiete irreale.
«No, non lo faremo di certo, ma dobbiamo prendere in considerazione il fatto che potremmo essere costretti a non lasciare nessuno di indifeso, prima della nostra morte su questi spalti.»
Ammazzare donne e bambini. Folco sapeva che suo padre non stava scherzando. Quello di cui erano testimoni in quel momento era qualcosa che andava al di là di qualsiasi esperienza avessero vissuto o sentito raccontare. Arnaldo stava tentando di farvi fronte anche prendendo in considerazione  gesti estremi, come impedire che i loro cari finissero preda di quei demoni.
La selva di teste infilzate nello spiazzo antistante i portali del Vicus era aumentata, ma anche due cadaveri saraceni completavano ora la scena, colpiti dalle frecce lanciate  dalla fortificazione. Da quel momento i nemici avevano smesso di mostrare i trofei di guerra e il morale dei cittadini si era risollevato un poco.
«Sia quel che sia, non mi avranno vivo. E nessuno dei miei cari finirà in mano loro.»
«Siamo d’accordo, dunque. Ora cerchiamo di organizzare la difesa.» Arnaldo era deciso a vendere cara la pelle. I mori avrebbero pagato un prezzo altissimo per gli assalti al Vicus Cluentensis.
Folco continuò a osservare il desolante panorama. Sarebbe rimasta anche solo la memoria delle loro vite?, si domandò in preda a una forte angoscia. Che senso aveva morire coraggiosamente se poi nessuno avrebbe reso immortale il gesto con la memoria?

***

La prima parte della discesa era la più ripida e più d’uno incespicò e fece rumore nel tentativo di non rotolare fatalmente a valle. Guido cercava di sostenere i più piccoli e guidava, bisbigliando consigli, tutti gli altri.
I rumori della battaglia, nella grande sala di suo padre Tebaldo, andavano affievolendosi, e questo poteva solo significare che la difesa dei guerrieri della casa era stata ormai sopraffatta.
Erano tutti morti, pensò con gli occhi che si riempivano di lacrime. Era rimasto solo lui, poco più di un fanciullo, a difendere i sopravvissuti, sua madre e i suoi due fratelli.
Suo padre era morto, i guerrieri della casa non c’erano più. Adesso non si trattava di continuare il percorso di vita lasciatogli in eredità: tutto era morto, non solo il suo genitore. Tutto.
«Dove andremo, Guido?» gli domandò la madre. Una malattia l’aveva resa lo spettro della donna vigorosa che era stata un tempo. Ridotta quasi a uno scheletro, le erano rimasti però gli occhi intelligenti e morbidissimi.
L’espressione del viso, che voleva essere determinata, lasciava trasparire fin troppo il desiderio di lasciar perdere quell’inutile tentativo di salvarsi.
«Madre, ho bisogno di te. Per favore, in nome di Dio, non fermatevi ora.»
Ricattata nell’animo, strinse le labbra e sembrò sul punto di replicare. Poi però il suo volto si addolcì. Le guance, tese nell’incavo fra la mandibola e gli zigomi, tremarono.
«Resisterò, figlio mio, ma devi decidere da che parte andare.»
Già, pensò Guido, da qualche parte bisognava pur dirigersi. Il Vicus sembrava la soluzione più logica, ma era in prossimità del mare, troppo vicino al nemico.
E poi se era così logico per lui, lo sarebbe stato di certo anche per chi si fosse messo al loro inseguimento.
Di colpo gli venne in mente un’idea forse folle ma che avrebbe potuto funzionare.
«Andremo al tempio.»
«Il tempio?» chiese sgomenta la donna.
«Sì, è quasi del tutto integro e ha una vasca per l’acqua che sarà piena a metà  in questa stagione.»
La donna guardò verso le colline, dove il figlio intendeva portarli.
«Lassù potremo nasconderci.»
«Forse.»
«Più che in mezzo agli alberi» indicò i piccoli piagnucolanti e le donne in camicia da notte.
«Hai ragione. Così non resisteremo a lungo. Portaci là.»
«Sì madre mia» le baciò la fronte. «Seguitemi» disse poi rivoltò ai sopravvissuti «e pregate per ogni passo che dovremo fare.»


>>> settima puntata

venerdì 30 giugno 2017

Apocalypsis Nunc. Quinta puntata.

Il colpo impattò con tale violenza sullo scudo che ruppe la cinghia vicino al gomito.
Impacciato, assorbì per pura fortuna il secondo fendente. Un terzo riuscì a pararlo con la spada. Avvicinandosi al suo avversario gli impedì di recuperare l’iniziativa. Forte della corporatura robusta e del peso superiore, Tebaldo spinse il saraceno contro il muro di tronchi.
Con un rapido movimento affondò la spada poco sopra all’inguine privo di armatura del moro e, trattenendolo con lo scudo a comprimergli la testa, lo sventrò fino allo sterno.
Con una smorfia liberò la lama e si girò ad affrontare gli altri. Erano ovunque. Avevano assaltato la villa scavalcando la palizzata, e se non fosse stato per i cani li avrebbero uccisi tutti nel sonno. Le fedeli bestie invece avevano svegliato tutti e si erano anche sacrificate attaccando i saraceni che, in un primo momento, erano stati costretti sulla difensiva dall’improvvisa comparsa dei molossi.
I guerrieri erano balzati giù dai giacigli e si erano armati alla meglio. Quando erano usciti nel cortile però non avevano impiegato molto a capire che non c’era alcuna speranza di ricacciare i nemici oltre la palizzata: gli assalitori avevano già ucciso gli uomini di guardia e i cani, mentre la porta della fortificazione era stata aperta. Dal varco ne stavano entrando altri, fra cui alcuni a cavallo.
Tebaldo e i suoi si erano allora rinchiusi nella Casa Grande con quanti fra i loro consanguinei vivevano nell'edificio patronale, per un’ultima, disperata, difesa.
Un saraceno tentò di entrare a sua volta dal portale divelto, spinto da una ferocia che a Tebaldo parve sovrannaturale. L’arabo calò un colpo a due mani che tagliò via la spalla e il braccio del suo primo guerriero, Arduino. Il compagno di un’intera esistenza, con il quale aveva giocato alla guerra da bambino e che da adulto lo aveva accompagnato in centinaia di avventure, moriva così, sulla soglia di casa sua, dove aveva giurato che l’avrebbe sempre tenuto al sicuro, fatto a pezzi senza gloria da un maomettano invasato che ora stava puntando su di lui.
Il figlio di uno dei suoi fedeli, inviato dal padre presso di lui perché divenisse un uomo servendolo, si interpose e il guerriero saraceno con due rapidi fendenti gli aprì ferite terribili che lo fecero accasciare urlante. Tebaldo guardò fugacemente la parete di passaggio: la botola era stata richiusa ed era tornata invisibile a occhi poco attenti. La sua famiglia era salva. Con un grido caricò il terribile nemico alle cui spalle erano comparsi altri, troppi, suoi compagni. I sopravvissuti della sua casa si unirono a lui andando incontro a morte certa, sicuri di non avere via di scampo, sacrificarono le loro vite per dare altro, prezioso tempo a donne e bambini di allontanarsi dalla villa.
I saraceni dovettero accettare il fatto di non poter prendere prigionieri, tanto selvaggiamente lottarono e spacciarono i difensori.

Il comandante degli assalitori passò in rassegna i suoi, e imprecando per le eccessive perdite, li guidò verso l’altro obiettivo che Shabba, il signore della guerra che li aveva condotti fino a quelle terre, aveva assegnato loro.

***
Oddo seguì i giovani servitori nell’oscurità a malapena rischiarata dalle migliaia di stelle nel cielo terso. I ragazzetti erano stati mandati a chiamarlo da Ergarda, l’anziana sposa di Ciriolo, un ricco libero, padrone di un'enorme tenuta, che viveva fuori dalla cerchia del Vicus e godeva di un potere sufficiente a rendersi in parte indipendente; aveva sempre trattato da pari con lo Scudalscio, servendolo solo nei casi di grande pericolo e limitandosi per il resto a pagare i giusti tributi. Un uomo potente ma pur sempre di carne e ossa, pensò Oddo, mentre arrancava nella notte per potergli portare gli ultimi conforti religiosi.
Ad attenderli c’erano quasi tutti gli abitanti del complesso fortificato. Con torce accese li accolsero, e fra il crepitio delle fiaccole Ergarda salutò il suo arrivo con deferenza. Era sempre stata una donna molto pia e la sua fede contagiosa aveva più volte impedito al marito di compiere azioni avventate come schierarsi apertamente con Alperti. Quella piccola donna aveva una forza straordinaria, l’aveva sempre avuta, pensò Oddio nel rispondere al saluto.
«Mia signora Ergarda, non dovevate venir fuori nell’umidità.»
«Le preghiere scaldano il mio corpo quel tanto che basta per non venir meno in questo momento; di altro non ho bisogno. E dopo questa notte ancor meno desidererò dalla vita, perché perderò lui che ne era il sole.»
«È così grave?»  domandò Oddo ma lo sguardo della donna, come del resto dei presenti, era eloquente. Il grande possidente stava per abbandonare la vita terrena.
«Chi lo veglia?» il prete si era fatto scuro in volto; non bisognava mai lasciare il letto di morte di un cristiano, soprattutto di notte: l’anima del poveretto era fragile, negli ultimi istanti di vita. Occorrevano robuste preghiere e menti vigili, attente, a che nel delirio non venissero chiamati al mondo i servi del demonio. Una scala di pura fede andava innalzata per sostenere il viaggio spirituale del moribondo verso la Casa del Padre.
«Ci sono i miei figli; tutti e tre» sottolineò lei come a intendere che riteneva ben fatto essere riuscita a riunirli insieme per il tragico evento.
«Bene, bene» le rispose. «Andiamo allora, è molto importante che riesca a comunicarsi.» Non aggiunse che temeva l’esplodere dei rancori mai del tutto sopiti tra i tre riottosi rampolli, e anzi alimentati dalla prospettiva dei lasciti ereditari.
«Mi segua padre, abbiamo installato il giaciglio nella sala grande» e così dicendo si avviò verso la costruzione in legno che dominava il resto degli edifici racchiusi nella palizzata.
L’interno era rischiarato da una coppia di torce in anelli ai muri, sulla cui sommità, per impedire pericolosi sfavillii, erano saldate delle piccole cupole di bronzo. Oddo ne ammirò fugacemente l’ingegnosità, per nulla infastidito dalle figure lascive che le ornavano. Il letto di morte di Ciriolo era stato collocato vicino a un solido braciere di ferro al centro della sala. Fini incisioni ne decoravano il sostegno: scene di caccia e vita agricola si alternavano a combattimenti fra guerrieri, la maggior parte dei quali erano privi di qualsiasi indumento o protezione guerresca. Scritte in latino accompagnavano il susseguirsi dei panorami antichi. Il signore di quei luoghi faceva gran vanto della sua discendenza romana e sosteneva con forza che i suoi avi erano stati senatori a Ravenna, quando l’Urbe era ormai decaduta. Aveva anche adottato l’antica onomastica romana per presentarsi agli ospiti, divenendo noto come Ugo Molendino Ciriolo. Anni addietro, quando era giunto al Vicus per divenirne il pastore di anime della comunità, Oddo aveva velatamente accennato al fatto che nessuna gens romana a lui nota aveva il nomen preso da un edificio agricolo, il mulino, ma comprese ben presto che Ciriolo, per quanto magnanimo e di animo gentile, non era disposto a discutere sulle proprie convinzioni riguardo le origini della sua casata. Un giorno un folto gruppo di Molendini e loro seguaci aveva preso d’assalto la chiesa del Vicus, dopo una funzione, e solo l’intervento delle forze dello Scudalscio aveva impedito che fosse commesso qualche gesto irreparabile. La riconciliazione avvenne poco dopo e Oddo benedisse Ciriolo e tutta la sua discendenza in nome dell’episcopo di Firmum. Eccolo là ora, ridotto a un involucro di pelle tirata e ossa fragili, il grande vecchio. Nonostante il caldo soffocante della sala, tremava in preda a convulsioni e balbettava parole in buona parte prive di significato, fra schizzi di saliva giallastri.
I suoi tre figli maschi sedevano alla sua destra, in ordine di età. Oddo li salutò come si conveniva e non fece mancare un’occhiata ostile all’ultimogenito, il più turbolento dell’intera famiglia, che da quando aveva raggiunto la maggiore età non aveva più avuto cura di radersi le guance e curare la chioma come si conveniva alla gente civile, ma portava una lunga coda di spessi capelli neri tenuta stretta da nastrini di cuoio e una barba, pur curata, folta alla maniera dei guerrieri di origine longobarda.
«Benvenuto, buon padre» lo salutò il primogenito, in tutto e per tutto simile al padre, compreso il buon costume di radersi a fondo il viso.
«È con il cuore gonfio che giungo a voi» replicò Oddo costretto a distogliere gli occhi da quelli del più giovane dei fratelli che aveva risposto con sfrontatezza al suo sguardo, sostenendone il peso.
«Credo che non abbia ancora molto da soffrire.»
«No, avete ragione. E neanche voi: a breve potrete avere fra le mani ciò che bramate.»
Indifferente agli sguardi furiosi e ai borbottii indispettiti, Oddo preparò i paramenti sacri necessari ad assolvere al proprio compito. Troncò le espressioni di malumore dei giovani con poche, efficaci parole e li invitò a rispondere alle sue invocazioni e ai salmi che andava recitando.

A circa metà della notte, quando solo il maggiore dei ragazzi era riuscito a non cadere addormentato irretito dalle nenie di Oddo, un grido fece sobbalzare tutti i presenti nella Grande Sala.
Persino il moribondo sgranò gli occhi, ritrovando per istinto l’antica vitalità guerriera.
«Cos’è stato?» la domanda ripetuta da ogni bocca ruppe il silenzio seguito all’urlo.
«Ascoltate» disse l’ultimogenito facendo segno di tendere le orecchie.
Oddo non sentì nulla al di fuori del battere frenetico del suo cuore, poi, però, percepì quello che il giovane aveva inteso. Passi affrettati su tavolacci di legno, voci che domandavano, grida di spavento.
   «Bestie feroci nel recinto» disse il fratello di mezzo, alzandosi in piedi.
«Dannazione a loro, saranno dei lupi» concordò il primogenito. Si diressero verso la porta, solo accostata, ma prima che potessero afferrarne le maniglie essa venne spalancata verso l’intero.
Figure nere come la notte si gettarono nella sala. I due fratelli alzarono d’istinto le mani nude per schermarsi, ma vennero ammazzati senza alcuna pietà. Il più giovane dei ragazzi, che non aveva rinunciato a portare la spada anche alla veglia del genitore, sguainò l'arma e con un grido si gettò contro gli aggressori.
Ne infilzò uno subito, con un’abilità che lasciò padre Oddo sorpreso. Per un istante quell’aggraziato gesto di morte dispensato dal giovane guerriero sembrò, da solo, in grado di ribaltare tutto, di ricacciare le ombre vestite di cuoio e tessuti orientali. Ma il colpo di punta fu fatale anche al ragazzo: l’arma, incastrata nel torace del saraceno morente, gli sfuggì di mano.
Due lame calarono su di lui e la sua testa rotolò via con impresso un ghigno di futile sfida a deformare le labbra.
Padre Oddo gemette a quella vista, ora che non c’era alcuna speranza. In ginocchio congiunse le mani e fra le lacrime iniziò a pregare.
Uno dei mori lo superò, giudicandolo innocuo, e si fermò a guardare il vecchio che non proferiva parola ma osservava con occhi sgranati gli assassini dei suoi figli.
L’uomo disse qualcosa nella sua lingua e due dei suoi afferrarono il moribondo sotto le ascelle.
«Che volete fargli?» gemé Oddo.
Fu colpito alla nuca per farlo tacere. Oddo reclinò il capo lasciandosi condurre all’esterno, dove una scarna fila di sopravvissuti veniva radunata fra urla e bastonate.
Sentiva Ciriolo ansimare sempre più acutamente ma sapeva che il tormento vero era per lui assistere a quanto stava accadendo attorno a lui. I prigionieri erano tutti bambini, i quali piansero ancora più forte nel vederlo. Sembrava che nessun altro adulto fosse stato risparmiato.
I fanciulli erano stati legati fra loro con spesse corde che ferivano le mani. Atterriti si stringevano l’un l’altro osservando il loro intero mondo svanire nelle urla delle loro madri violentate, fra il crepitare schioccante delle fiamme che divoravano ogni cosa. Vicino ai prigionieri, con le grandi braccia incrociate sul petto, soprintendeva alle operazioni di saccheggio quello che aveva tutta l’apparenza di un capo. Non era alto, non più dei suoi, ma aveva la schiena tesa e diritta di chi è abituato a non reclinare il capo se non a pochi. Di carnagione scura, solo uno spruzzo di bianco sulla barba ben curata lasciava supporre che avesse superato la giovinezza da un po’, le movenze atletiche e gli occhi acutissimi avrebbero altrimenti fatto pensare a un rampollo in cerca di gloria. Quando vide i suoi portare a braccio Ciriolo, fece segno che lo lasciassero al suo cospetto. Essi spinsero il nobile italico in ginocchio, continuando a sorreggerlo per le spalle perché era chiaro che non aveva le forze per mantenersi in quella postura. Il condottiero saraceno disse qualcosa che Oddo non poté comprendere perché lasciato a distanza. La domanda fu ripetuta, e per la seconda volta non vi fu risposta da parte del moribondo. Stizzito, il saraceno sguainò la spada, la librò nell’aria per qualche istante e poi la calò sul collo di Ciriolo. Oddo emise un gemito acuto e il moro alzò il capo verso di lui. Non sorrideva crudele, come per un istante era parso al prete. O come si sarebbe immaginato che quei demoni facessero, ogni volta che uccidevano. Aveva lo sguardo serio di chi sta compiendo, con solerzia, un compito comunque ingrato. A grandi passi si portò davanti a Oddo che nel frattempo era scivolato a terra, seduto sui calcagni.
«Allah è grande.»
Il suono gli ricordò quel poco che aveva percepito dalla conversazione con Ciriolo. Con un brivido comprese che era una richiesta, quella. Una richiesta specifica che aveva come prezzo la sua stessa anima. Gli stava offrendo la possibilità di convertirsi. Era una cosa che avveniva spesso nelle terre da loro conquistate e sentì un conato di vomito occludergli la gola: erano stati, dunque, conquistati? In una sola notte? Alzò gli occhi e incrociò quelli del saraceno.
«Allah è grande. Ripeti» ringhiò quello nella lingua dei cristiani d’Italia. Oddo annuì. Mosse il capo su e giù, con gli occhi stretti. Sussultò quando, con la punta della spada insanguinata, quello gli recise il cordino del crocifisso che aveva al collo. Quando il capo dei predoni si allontanò, lo spinsero fra i giovinetti disperati. Li abbracciò, li strinse a sé. Avrebbe voluto dire loro di pregare il Signore, ma si ritrovò a ripetere, con voce rotta: «Convertitevi. Rispondete sì. Convertitevi, non negate nulla di quel che vorranno. Iddio capirà.»




>>> sesta puntata

venerdì 23 giugno 2017

Apocalypsis Nunc. Quarta puntata.


«Sarò una delle tante, ora? Una di quelle il cui nome sostituirai nella memoria con la prossima che cederà al tuo corteggiamento?» la domanda ruppe il silenzio che era sceso fra di loro quando, esausti per l’amore consumato con passione, si erano distesi sul mantello di lui, nudi, abbracciati sotto lo scintillio delle stelle che quella notte apparivano ancora più fitte e luminose.
«Il tuo nome è inciso col fuoco. Ha occupato per intero il mio cuore fin dal primo giorno che ti vidi.»
«Ma ero solo una bambina» rise lei piano, sospirando nell’infossare il volto fra il collo e la spalla muscolosa del ragazzo.
Quando lui non rispose lei alzò la testa e lo guardò con espressione stupita.
«Non ricordi più? Al mercato, tanti anni fa… Il mercato di Santa Eufrosina.»
«Non ricordo. Eri forse la figlia del maniscalco? O quella bruna, figlia del pescatore a meridione della foce del Cluentum? Ho promesso di sposare così tante fanciulle…»
«Sei uno sciocco» gli rispose irritata, strattonando e puntellando le braccia per liberarsi dal suo abbraccio, ma lui non cedette e la tenne stretta a sé.
«Certo che mi ricordo: camminavi vicino a tua madre, stringendole un lembo della gonna. In testa avevi una coroncina di fiori che non voleva saperne di rimanere al suo posto.»
«Era quella che preferivo, troppo grande per me, ero testarda anche allora. Ricordi bene, allora non posso che fidarmi di ciò che dici.» Lo abbracciò più stretto: «Questa notte sono diventata tua.»  Pronunciò quelle parole ardite senza riuscire a scacciare la propria preoccupazione.
«Sarai mia per tutto il tempo che Dio ci concederà.»
Matilde gli baciò la guancia e Arechi  proseguì: «Se non potremo restare qui ce ne andremo. Ad Ancòn, o a Monte Santo. Ovunque ci accoglieranno, perché liberi e sani, e potremo ricominciare una vita insieme.»
«Mi sposerai? »
«Sì.»
«Io intendo davanti al Signore. Mi sposerai, come ci si aspetta che facciano i buoni cristiani?»
«Lo farò. Ti sposerò all’altare del Santo Cristoforo. Lui portò nostro Signore sulle spalle, difenderà anche la nostra unione con la sua forza. È a meridione di qui, vicino…»
«Al mulino sul Cluentum» disse lei, sorridendo. «Lo conosco, e adoro quel posto.»
«Chiederò a un frate di sposarci. E saremo una cosa sola, per sempre, anche davanti agli occhi di Dio.»
Commossa dalla dichiarazione dell’uomo, Matilde stava per tornare a baciarlo quando nel buio della notte uno sciabordio ritmato giunse alle loro orecchie. Arechi  si alzò a sedere e si concentrò per cercare di cogliere il significato di quel suono. Dei colpi sull’acqua, battute ritmiche di qualcosa che affondava con forza e poi risaliva, in uno sciacquio zampillante e veloce. Remi, molti remi in azione.
«Pescatori?» domandò lei, alzandosi a sua volta.
«Forse. Sono un po’ troppo rumorosi, però» le disse cauto. C’era qualcosa che non andava e con rapidi gesti si rivestì. Matilde lo imitò svelta, inquietata da quel tono sospettoso. Arechi  tentò di sbirciare fra i rami, in direzione dei rumori sempre più forti: un’imbarcazione sottile, lunga decine di braccia, si stava avvicinando alla riva. Nel tentativo di comprenderne l’appartenenza, non si rese conto che dietro di essa, intorno ad essa, altre barche simili nella foggia seguivano la scia e si andavano delineando nel fioco baluginio delle stelle sul mare.
«Chi sono?» chiese Matilde. Aveva indossato le vesti in fretta, senza badare a sistemarle.
«Non lo so, ma dobbiamo andare via di qui. Nessuno che abbia buone intenzioni viene a farci visita in questo modo.»
Cercarono a tastoni il resto della loro roba.
«La mia spada, dov’è?» chiese con impazienza Arechi  strusciando la mano a terra. Matilde si mise carponi ad aiutarlo.
«Era qui. Credo.»
«Dobbiamo andare via, Arechi .»
«Senza la mia spada? Mai!»
«Hai sentito quei rumori, era la ghiaia, sono arrivati alla spiaggia!» Chiunque  fosse a bordo di quelle imbarcazioni aveva molta fretta: in rapida successione giunsero loro i rumori di numerosi uomini che saltavano in acqua per guadagnare la riva .
«Devi tornare al Vicus, dare l'allarme» gli bisbigliava Matilde concitata, sentendo le mani tremare, il petto batterle all'impazzata.
«L’ho trovata» bisbigliò Arechi . «Siamo ancora in tempo» provò a farle coraggio con un sorriso nervoso che lei non poteva distinguere al buio.
Non potevano muoversi al riparo dagli alberi, il sottobosco era troppo fitto per non rischiare di farsi seriamente male. Certi di avere un buon vantaggio sulla gente che era arrivata dal mare, si arrischiarono a uscire allo scoperto e percorrere la strada che li separava dalla palizzata di Cluentensis.
Dovevano averli visti, il mare rifletteva i flebili raggi lunari sui loro vestiti. Sentirono delle voci chiamarsi fra loro in tono sommesso e brusco, e poi il nitrire di un cavallo, a cui se ne aggiunse un altro e un altro ancora. Se avevano anche delle cavalcature non poteva che trattarsi di una forza ostile giunta per attaccarli.
Arechi  strinse forte la mano di Matilde. Provò ad accelerare il passo ma il trotto distinto che si avvicinava lo convinse a fermarsi.
«Entra nel bosco, attraversalo più che puoi e poi nasconditi.»
«Ma…»
«Va per Dio, o dovrò ammazzarti io stesso.»
«Perché?» chiese la ragazza atterrita. «Perché?»
«Sono saraceni, non devono prenderti» i cavalli erano ormai arrivati loro addosso. «Vai.»
«Io…»
«Addio. Avrei voluto davvero una vita con te» la spinse così bruscamente che Matilde perse l’equilibrio cadendo carponi in un cespuglio che le graffiò le braccia e il volto. Con le lacrime a renderla cieca arrancò carponi lasciandosi la spiaggia alle spalle.
Arechi  estrasse la spada, la lama scintillò mentre la mulinava nell’aria.
Il primo degli inseguitori, sorpreso dal trovarsi di fronte un guerriero, non si accorse in tempo del pericolo e un fendente del giovane lo ferì alla gamba e raggiunse il fianco del cavallo, che scartò per il dolore. «Avanti. Venite, maledetti!» urlava con quanto più forza aveva, per coprire il rumore degli arbusti spezzati da Matilde. Avrebbe voluto vivere per lei ma nello stringere l’elsa sentì la forza della disperazione infondergli coraggio: allora sarebbe morto per lei, per l’amore che provava. Per salvarla. Non a tutti era concesso così tanto, e fu come avere in sé la forza di dieci uomini. Gli altri due mori caricarono insieme e l’avrebbero visto sorridere se vi fosse stata più luce; i cavalli lo travolsero gettandolo a terra stordito, immobile. I cavalieri scesero di sella e gli si avvicinarono guardinghi. La reazione di Arechi  fu però fulminea e con un solo scatto tranciò il piede di quello più vicino che cadde urlando, impacciando la corsa del compagno. Il secondo scartò di lato dando a Arechi  l’occasione di ruotare su se stesso e calargli un fendente sulla testa che abbatté il moro. Il ragazzo colpì, e colpì di nuovo, finché fu certo che nessuno dei due avrebbe visto l’alba. Gli ci volle un attimo per ritornare alla lucidità, preso dal furore dello scontro. Davanti a lui la spiaggia pullulava di invasori: non aveva alcuna speranza restando un attimo di più. Balzò a cavallo. Una freccia sibilò vicina alla sua testa. In sella alla bestia era un bersaglio fin troppo invitante. Diede di sprone ma la bestia, ferita da uno dei dardi, non si lasciò guidare e si tuffò nel folto del boschetto che costeggiava la spiaggia. Le felci e i rami frustarono Arechi . L’impatto con una nodosa fronda di quercia lo scagliò a terra, privo di sensi.

***
«Folco, alzati!» il grido lo strappò al sonno con un brusco risveglio.
«Che c’è?» scacciò spazientito le mani che lo stavano scrollando. Era uno dei guerrieri della casa, ma non era vestito della comoda tunica con la quale erano soliti passare le ore libere dal servizio; indossava invece l’armatura completa e l'elmo ornato con i lunghi crini di cavallo.
«Ci attaccano. Mi manda tuo padre, ti vuole alla porta dei monti.»
La porta dei monti, ripeté mentalmente Folco mentre, ancora intontito, si preparava con i gesti che i guerrieri anziani gli avevano insegnato ogni giorno, da anni.
Indossò una camicia leggera, lunga fino a metà coscia, sopra la quale infilò il corpetto imbottito cucito da sua madre. Non perse tempo con i calzari, e si diresse alla cesta con l’armatura: fasce di cuoio cucite una sull’altra e uno strato regolare di piccole placche di metallo sul tronco, il dorso e le spalle. Riuscì a infilarla dalla parte inferiore, facendola scivolare al suo posto muovendo le braccia e il bacino.
Sul fondo, dentro un sacco bianco, il prezioso elmo a placche completò la vestizione. Si allacciò la cintura con i foderi della spada e del pugnale mentre percorreva la strada verso il portone.
L’intero Vicus era in allarme, nelle case dei liberi così come nelle baracche dei servi i lumi accesi e i rumori dei preparativi facevano risuonare il piccolo centro fortificato come un accampamento militare.
Altri uomini armati stavano dirigendosi verso i camminamenti costruiti lungo la palizzata, ma l’assenza di ordini secchi e la relativa calma con cui si muovevano le figure sugli spalti, appena distinguibili nel tenue cobalto del giorno nuovo, gli fecero pensare che non vi fosse una minaccia diretta al Vicus.
Risalì i gradini di legno che conducevano alla predella fortificata sopra il portale di ponente. Suo padre e i più fidi dei guerrieri erano schierati lungo il bordo della palizzata e stavano osservando fra i pali l’orizzonte.
Prima di poter fare domande, anche Folco venne irretito dallo sconcertante spettacolo che si offriva ai suoi occhi. Il mulino ad acqua era in fiamme, lingue di fuoco ne circondavano la tozza figura risaltandone i contorni. Alla sua destra un denso fumo con riflessi vermigli si alzava dalla collina dove viveva il nobile Tebaldo. La zona era illuminata da un incendio che non lasciava spazio a dubbi sulle sorti del piccolo castellum che il nobile caparbiamente aveva mantenuto in vita quando tutti si ritiravano nel rinato Vicus Cluentensis.
«Cosa sta…»
«Siamo circondati dai nemici» gli rispose il padre, senza smettere di scrutare davanti a sé.
«Ma chi ha una tale forza?»
Folco indicò con un gesto eloquente il fuoco: pure da altre zone si alzavano lingue di fiamma, case isolate di contadini, granai, forse anche ai piedi del colle in riva al mare.
Solo in quel momento Folco si accorse delle lance conficcate nel terreno davanti alla porta. A metà di ognuna di esse era stata fatta scivolare una testa mozzata.
«Santo Iddio» esclamò il ragazzo. «Non può essere stato l’Alperti.»
«No. Non è Alperti. Lui e quei quattro porcari che lo servono non avrebbero potuto mettere insieme una simile faccenda. Sono arrivati i demoni saraceni» disse Chilperico, figlio di Aldone, con la voce strozzata dall'angoscia. Era un uomo che, nato da una famiglia di semi liberi, aveva lottato con tutte le sue forze per ottenere una posizione sociale migliore, e l’aveva fatto con la spada, spillando il sangue dei nemici dello Sculdascio. Proprio per questa sua indomita determinazione era divenuto il primo guerriero di Arnaldo ed era fuori discussione il suo coraggio; eppure, al pari degli altri, il suo volto era pallido di fronte al terribile pericolo che incombeva su di loro.
«Ma padre, ce ne vorrebbero…»
«Migliaia? Sì, non potrebbero portare una simile devastazione in numero inferiore.»
«Com’è possibile? Non avevano mai messo insieme una simile forza.»
«Taci» lo interruppe il padre gesticolando verso uno dei suoi. «Eccoli che tornano. Preparati» ordinò secco. Il soldato incoccò una freccia e si fece avanti.
Un rumore di zoccoli al galoppo anticipò la comparsa di un cavaliere. L’uomo, avvolto in un ampio caffetano sul quale spiccava il lucido acciaio di una corazza ad anelli, si stava lanciando letteralmente contro il Vicus. Aveva in mano una lancia sulla punta della quale una testa impalata grondava ancora sangue.
Con una brusca tirata di redini fece alzare il cavallo sulle zampe posteriori, fermandone la folle corsa.
«Allah ù akbar!» gridò, infilzando il macabro totem al suolo. La freccia a lui diretta lo sfiorò e quello, per nulla intimorito, lanciò in risposta un urlo di sfida che parve alle loro orecchie il grido di un animale selvaggio. Alcuni dei guerrieri impallidirono a quella dimostrazione di coraggio. Il moro quindi voltò il cavallo e si allontanò. Ripresosi, l’arciere lasciò partire un altro strale, mancandolo di poco.
«Dannato sia il tuo arco!» Arnaldo lo spinse via furioso.
«Ma da dove sono arrivati?» domandò di nuovo Folco.
«Dal mare, da dove altrimenti?» rispose stizzito. «La bruma deve aver nascosto la flotta, e dal raggio della loro incursione non sarà certo composta di due barche.»
«Per agire in simultanea in una zona così vasta devono aver impiegato centinaia di navi» disse Chilperico. Tutti annuirono tetri.
«Non si limiteranno a spaventarci» Arnaldo indicò i macabri trofei allineati all’esterno. «Faremo meglio a preparare le difese. E a pregare che abbiano già preso bottino a sufficienza per ignorarci.»

Nessuno riponeva alcuna fiducia in quella possibilità.



>>> quinta puntata. Venerdì 30 giugno
<<< terza puntata.