Bayeux tapestry

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martedì 17 aprile 2018

La Grande Compagnia Catalana. La battaglia di Halmyros 15 marzo 1311.


La devastante vendetta di Berenguer d'Entenca per l'uccisione di Ruggero da Fiore costrinse la Compagnia Catalana a spostarsi verso il sud della Grecia. Spogliata la Tracia di ogni risorsa era infatti impensabile per i catalani rimanervi, così come fuori portata dovette apparire la possibilità di conquistare Costantinopoli. Vi furono scontri fra i comandanti della Compagnia, ai quali si erano aggiunti di recente inviati del re d'Aragona per indirizzare quella forza militare e utilizzarla come estensione del proprio potere nell'area. Il piano era ambizioso ma i mercenari ormai agivano come cani sciolti e rafforzandosi il potere -e la disperazione- dell'imperatore di Costantinopoli decisero di spostarsi in direzione dell'Attica, dove si prospettavano razzie indisturbate e un clima perfetto per mercenari che avevano al seguito le proprie famiglie.


Giunti al confine con il ducato di Atene gli Almogaveri vennero contattati da una loro vecchia conoscenza, Roger Deslaur, un almogavero al servizio di Gautier V di Brienne duca di Atene. Gautier (ricordato anche come Walter) aveva combattuto in Sicilia durante la Guerra del Vespro ed era stato catturato proprio da una banda di catalani durante la battaglia di Gagliano. Conosceva dunque la combattività della Compagnia e tramite Roger la ingaggiò per controllare i confini nord -dove appunto li aveva "fermati" intavolando trattative per l'ingaggio- dove premeva il suo nemico diretto, Giovanni II Ducas che in quegli anni governava sulla Neopatria, un ducato nato dalla dissoluzione del regno latino di Tessalonica, anche se a muovere le trame era l'imperatore Andronico, deciso a riconquistare i territori perduti da quel lontano 1204, anno in cui le dinastie europee si insediarono sul trono di Costantinopoli.

In sei mesi Gautier prese il controllo di trenta fortezze e arrivò a un accordo di pace con Andronico. A dispetto di quanto la recente storia della Compagnia avrebbe dovuto insegnare ai contemporanei riguardo l'efferatezza con la quale i suoi appartenenti si facevano rispettare, Gautier decise di smettere di pagarli, congedando in malo modo il grosso della Compagnia tranne 200 cavalieri e 300 fanti selezionati ai quali, oltre a garantire terre e privilegi per la continuazione dei servigi, demandò l'incarico di tenere fuori dai confini del ducato il resto dei loro compagni. Immagino sappiate già cosa accadde in seguito a questa sconsiderata decisione...
Un bel banchetto e un centinaio di armati pronti a allietare gli ospiti. Altro che Martin... 
Gli almogaveri e Gautier V giunsero allo scontro diretto e il 15 marzo 1311 nella pianura di Halmyros, nei pressi del fiume Cefiso, in Beozia. Consapevoli della superiorità tattica della cavalleria di stile franco guidata dal duca di Atene i reparti della Compagnia catalana si schierarono dietro un acquitrino così esteso che non c'era modo di aggirarlo -e secondo i cronisti Muntaner e Niceforo Gregoras creato artificialmente deviando il corso del fiume-. Quando i franchi arrivarono il contingente turco della Compagnia si rifiutò di scendere in campo sospettando che la battaglia campale fosse una scusa per eliminarli tutti. In compenso, però, in un esprit de corp davvero notevole, i cinquecento almogaveri rimasti al soldo di Gautier disertarono allegramente per ricongiungersi con i vecchi compagni. Roger rimase fedele al duca franco e combatté al suo fianco (sarà uno dei pochi superstiti fra i cavalieri e, catturato, venne "perdonato" e nominato rector et marescalcus universitatis dai catalani vittoriosi).

Per quanto riguarda le dimensioni degli schieramenti si parla di circa 6.000 combattenti della Compagnia contro almeno il doppio fra cavalieri e fanti al comando di Gautier. Va detto che dopo venti anni di combattimenti pressoché continui la componente etnica iberica della Compagnia era andata assottigliandosi e che il numero di guerrieri rimase più o meno stabile grazie al reclutamento continuo. Bulgari, turchi, epiroti, greci, traci e decine di altre differenti culture si trovarono unite sotto gli stendardi della Compagnia, apprendendo dai veterani i fondamenti del loro modo di combattere basato sulla velocità, sulle armi da getto e sulla determinazione nel compiere lavori di pura macelleria nel corso degli scontri.

Il terreno difficoltoso smorzò la carica di cavalleria al punto che l'impatto con le linee catalane fu del tutto insignificante. Lo schieramento di punta di Guatier si frammentò in piccoli gruppi incapaci di difendersi con efficacia dal modo di combattere violento ed estremamente mobile degli almogaveri. A dare il colpo di grazia, presumibilmente in concomitanza con l'attacco anch'esso molto lento della fanteria franca, intervennero i turchi che convinti dall'evidenza dei fatti della buona volontà dei catalani attaccarono sul fianco e sul retro la massa di combattenti pesanti e impacciati del ducato di Atene. Fu una vittoria completa, Gautier e quasi tutti i grandi baroni del ducato perirono quel giorno sul campo. I Catalani si impossessarono delle città e delle fortezze dell'Attica e della Beozia prendendo in spose le vedove degli uomini che avevano massacrato. In cerca di legittimità, inoltre, pregarono Federico III d'Aragona, vincitore della Guerra del Vespro, di accettare l'omaggio formale e di inviare qualcuno a governare formalmente le terre conquistate. Federico nominò il suo secondogenito Manfredi, di cinque anni, Duca di Atene e inviò Alfonso Fadrique per svolgere fattivamente gli incarichi di governo.
Sigillo della Compagnia

Sarà un avventuriero, Neri Acciajuoli, nel 1388 a porre termine al dominio catalano. Ma questa è un'altra storia che prima o poi vi racconterò.







giovedì 12 aprile 2018

Una notte di luglio né buia né tempestosa, ma solo noiosa...


Nella foto appena scattata potete vedere la mia attuale postazione di scrittura: un tavolo nel ristorante dove lavoro. Tutte le mattine apro il locale molto presto, svolgo le pulizie necessarie -ho scoperto che passando lo straccio vengono un sacco di idee!- e poi mi siedo qui e mi dedico a quella che considero la mia vera professione.  

Per uno strano scherzo del destino il primo romanzo che scrissi ha preso vita nei momenti morti della mia precedente occupazione. Per quasi dieci anni sono stato infatti una guardia giurata (ci andrebbe “particolare” in mezzo alle due parole ma ci faceva sentire più diversi che speciali e perciò, anche oggi, evito di aggiungerlo ) e fu proprio durante un lungo, lunghissimo, noioso, noiosissimo turno in centrale operativa che decisi di scrivere due righe fra un allarme e un altro. Credo che fosse solo un escamotage per rimanere sveglio, visto che il turno andava dalle otto di sera alle otto del mattino, avendo dimenticato lo zainetto con i libri che di solito portavo sempre con me. Si potrebbe dire, in effetti, che tutto ebbe inizio a causa di una dimenticanza. Prima di quell’istante preciso, il 6 luglio del 2006, non avevo mai veramente tentavo di scrivere qualcosa di più concreto di qualche avventura per giochi di ruolo -una delle mie più grandi passioni-.
Eppure in meno di un'ora avevo già delineato metà di quello che sarebbe divenuto il primo capitolo. All'inizio pensavo di limitarmi a un racconto che, cominciato in media res, si sarebbe concluso così come si può leggere nel testo. Solo che giunto all'esplosione finale avevo tirato in ballo numerosi personaggi -alcuni nemmeno inseriti ma ormai presenti alle mie spalle mentre scrivevo. Non potevo fermarmi. Andai avanti con un secondo capitolo e per alcuni giorni mi fermai indeciso su come portare avanti l'intera vicenda. Giunsero in mio aiuto un paio di letture che avevo concluso da poco, la principale delle quali era La Battaglia di Patrick Rambaud. Voglio raccontarvi meglio il piccolo, enorme, capolavoro di Rambaud, quindi ci tornerò di sicuro, per ora basti sapere che l'idea di creare un romanzo corale, con l'alternarsi delle vicende dei vari protagonisti uniti dallo spazio-tempo dell'Offensiva delle Ardenne, mi venne da lui e da quella che avevo giudicato essere una mancanza, ossia uno sguardo nello schieramento austriaco opposto a quello napoleonico di cui fanno parte i personaggi de La Battaglia.


Anche la scelta delle Ardenne fu istintiva, casuale; forse a causa di alcune traversie personali in quel momento sentivo congeniale il freddo nonostante fossimo in pieno luglio, ad ogni modo da quel momento e per i successivi quattro anni portai avanti la narrazione con un ritmo di lavoro a dir poco altalenante ma sempre deciso a giungere a una conclusione completa. Alternavo momenti di esaltazione a mesi e mesi durante i quali riuscivo a mala pena a scrivere dieci righe. Ero indisciplinato, disordinato, sempre indeciso ma ero anche felice di questa presenza costante, continuativa. Era una sensazione che non avevo mai provato prima forse simile a quella descrizione di rifugio che tanti fanno parlando del desiderio di scrivere. Io non saprei dirlo con sicurezza, non ho mai trovato congeniale quasi nessuno degli altrui spunti sul perché scrivo, inoltre non mi ritrovo nelle mille manie di tanti scrittori: quello che prima il caffè quello che solo con la mia penna, quello che deve avere la sua musica in sottofondo. Non ho mai avuto un rituale né un feticcio per scrivere e questo in effetti continua ancora oggi: non esiste un come scrivo che sia costante, a volte faccio tutto a mano, così da poter lavorare anche nelle situazioni più disparata tipo in fila in autostrada bloccato da un incidente (mi pare che completai così il nono capitolo di Missione d’onore, che vi racconterò un altro giorno), oppure seduto al parco mentre la prole se la spassava alla grande. Durante i mesi di lavoro l’unica cosa che si mantenne costante era la necessità di crescere nella disciplina lavorativa. Giorno dopo giorno riuscii a imbrigliare il me più caotico finché non giunsi alla conclusione della stesura con già un’altra storia fissata in mente: il figlio illegittimo di un nobile cavaliere del XII secolo, il suo rapporto con il padre e una tragedia che li avrebbe separati. Suona familiare, vero?


Nell'agosto del 2011, finalmente, il romanzo giunse alla pubblicazione. Adesso, ogni volta che mi capita di soffermarmi sul suo incipit mi sembra di entrare in una macchina del tempo, destinazione la sala allarmi dell'ormai scomparsa Securcontrol di Macerata. Riesco ancora a vedermi, seduto davanti allo schermo, fermo sulla parola FINE, a domandarmi se qualcuno avrebbe mai letto L'Ultima offensiva di Giovanni Melappioni 😉




Capitolo I


Ardenne, 16 dicembre 1944

Se un qualche dio potesse darmi la forza di trovare un significato a tutto questo, spiegarmi le mie dita spezzate che a stento riescono a tracciare le parole, spiegarmi perché sono intriso del sangue dei miei amici, perché non riesco più a riconoscerli. Come possono degli esseri umani divenire così alieni, nel freddo della morte, a tutto ciò che li circonda, a ciò che erano poco prima? Potrò rivedere ancora la luce, percepire i colori? Il sole abbaglia eppure non scalda, la neve mi circonda eppure non sento freddo. Sono forse sprofondato in un limbo di…

«Tenente! Tornano all’attacco!» la voce riportò Tom alla realtà.
Il taccuino scivolò veloce tra le falde del cappotto, la matita in tasca, al sicuro. Le dita coperte di fasce di lana si strinsero intorno al legno della carabina, nero per l’usura, il fumo e la terra. Raffiche controllate di mitragliatrici si distinguevano dai lati della linea di difesa. Si unì a un’unità che si stava velocemente dirigendo attraverso il labirinto di macerie verso le posizioni a est, al limitare del villaggio di Holzthum, ormai distrutto dopo ore di combattimenti. «Dove sono?» chiese scrutando l’orizzonte tra due assi di legno poggiate al bordo della buca in cui era sceso[...]

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martedì 10 aprile 2018

La Grande Compagnia Catalana. Parte 1.

"Ora questi combattenti chiamati Almogavaras sono uomini che vivono per nient'altro che la guerra, e essi abitano non in città e villaggi ma nelle montagne e nelle foreste. E essi combattono incessantemente contro i saraceni e fanno incursioni nelle loro terre per uno o due giorni, saccheggiando e prendendo prigionieri. [Per questo] possono sopportare grandi disagi più agevolmente di tanti altri uomini. Sono uomini forti, abili nelle imboscate e nell'inseguimento."
Bernat Desclot, Chronica 28-9.

La Compagnia Catalana viene identificata con gli Almogavari anche se essi non furono i suoi unici componenti. Di sicuro con i loro vestiti di pelle, "mezzi nudi" come li ricordano nelle cronache i siciliani rimanendo scioccati dal fatto che "non avevano al collo neanche un piccolo scudo" e selvaggi nell'aspetto quanto nei modi, i montanari giunti dalla Spagna seppero focalizzare su di sé l'attenzione dei cronisti dell'epoca e non di meno si guadagnarono la fama di validi combattenti sul campo, ma a coadiuvarli nella Compagnia c'erano anche cavalieri e combattenti di altre etnie -addirittura Turchi.

Questi micidiali combattenti si fecero conoscere durante la cosiddetta guerra del Vespro, combattuta fra aragonesi e francesi dal 1282 al 1302 ma la storia vera e propria della Compagnia inizia alla fine del conflitto. Terminata infatti la guerra (con gli accordi di pace di Caltabellotta) Federico III, figlio di Pietro d'Aragona e ora re di Sicilia si ritrovò a dover gestire il congedo di migliaia di veterani ormai solidamente impiantatisi nell'isola. Non dobbiamo fare l'errore di immaginarci un modernissimo esercito composto di soli soldati con famiglie a casa in attesa. Moltissimi uomini si erano sposati, o comunque avevano creato delle famiglie che li seguivano durante tutte le operazioni belliche. Gli accampamenti tendevano sempre a divenire delle piccole cittadine, con tanto di servizi, mercati, tribunali. Non si trattava di imbarcare i marines dopo la Guerra del Golfo e tanti saluti, occorreva smantellare un sistema di vita durato vent'anni e reintegrarlo nei luoghi d'origine senza che vi fossero reali possibilità di ritornare alla precedente vita per quanti erano giunti in Sicilia nel corso degli anni di conflitto. 

Fu Ruggero da Fiore a risolvere, a suo vantaggio, il problema. Egli infatti ottenne il permesso, immagino senza alcun ostracismo dalla corte di Federico, di reclutare quanti, fra questi uomini rimasti senza occupazione, avessero voluto seguirlo nel suo progetto orientale. Ruggero aveva infatti contattato l'imperatore di Bisanzio Andronico II Paleologo, offrendo i servigi di una libera compagnia mercenari per nove mesi. 

Stando alle differenti cronache, da quella del Muntaner che era membro della Compagnia a quelle bizantine di Niceforo Gregoras e Pachimere, arrivarono a Costantinopoli da 3.000 a 8.000 fra uomini, donne, bambini. Non fu un arrivo del tutto pacifico dato che pochi giorni dopo lo sbarco dei primi nuclei della Compagnia ci furono scontri con i Genovesi del distretto di Pera, preoccupati che l'arrivo dei Catalani potesse intralciare i proprio affari esclusivi nella capitale. Muntaner parla di centinaia di morti e di come l'imperatore evitò il peggio spedendo repentinamente Ruggero e i suoi oltre il Bosforo, verso Cyzicus assediata dai Turchi. 

Fu l'inizio dell'epopea della Compagnia in Anatolia. Ruggero guidò i suoi uomini in una serie di scontri che si spinsero in profondità nei possedimenti turchi dove saccheggiarono a loro piacimento e si mosse seguendo una personale agenda senza badare molto alle eventuali richieste che giungevano da Costantinopoli. Dopo aver liberato Philadelfia dalla stretta dei turchi di Karaman le operazioni proseguirono lungo la piana del Saruhan. Durante l'assedio di Magnesia un messaggero raggiunse Ruggero: l'imperatore lo esortava a correre in suo aiuto sul continente europeo contro Teodoro Svetoslav, un usurpatore che aveva riunito buona parte della Bulgaria sotto il suo dominio e ora minacciava i territori traci dell'Impero. Giunti nei pressi di Gallipoli però l'ordine fu annullato. La Compagnia si fermò nella città portuale che divenne la base per le successive operazioni. 

Nello stesso tempo in cui Ruggero e i suoi soggiornavano a Gallipoli arrivò un vecchio commilitone del da Fiore, Berenguer d'Entença, con nove galee da guerra stracolme di uomini. La Compagnia, già pericolosa di per sé, divenne ancora più temibile e i due uomini, ambiziosi come pochi altri, iniziarono a fare pressioni su Andronico per ottenere il massimo da un impero debole e incapace di gestire la loro strepitosa forza. Essi domandarono l'intera Anatolia in cambio dei servigi offerti fino a quel momento e, velatamente, onde evitare il sorgere di incresciose situazioni nel resto dell'impero. Fu la goccia che fece traboccare il vaso a corte, dove il figlio di Andronico, Michele, decise di porre rimedio in maniera drastica alla minaccia catalana. Invitò a un banchetto Ruggero e un centinaio dei suoi ufficiali e nel culmine della festa li fece massacrare da un'unità di guerrieri alani. 

Invece di sbandarsi, come sperato da Michele, la compagnia si unì sotto l'insegna di Berenguer il quale scatenò una terribile vendetta nei confronti dei bizantini. La Tracia venne devastata in lungo e in largo e quando Andronico marciò con un esercito contro di loro essi lo sconfissero in maniera decisiva nei pressi di Rhaedestum. La Compagnia deviò poi verso sud, lungo la Tessaglia, devastando e saccheggiando a proprio piacimento lungo la via. 

La storia della Compagnia Catalana continua nel prossimo articolo. 




venerdì 6 aprile 2018

Allargare gli orizzonti.

In questi ultimi due anni ho ampliato così tanto gli amici e i contatti grazie all'attività di Medievalista virtuale che ho sentito la necessità di creare un luogo per comunicare senza mediazione storica, una rubrica che sarà un canale diretto con voi lettori. Un po' un ritorno alle origini dei blog come veicolo di comunicazione personale.

Nel settembre del 2016, appena ricevuta la notizia che Meridiano Zero aveva deciso di pubblicare la mia storia medievale (narrata, per il momento, nei primi due volumi Forgiati dalla spada e Temprati dal destino), ho pensato che fosse giusto offrire a chiunque avesse voluto iniziare a leggere i miei romanzi dei piccoli spunti che mostrassero la serietà delle ricerche effettuate per scriverli. Fu naturale farlo e credo dipendesse dal mio background.

Sono nato totalmente immerso nel mondo della musica e delle attività discografiche: mio padre aprì un negozio di dischi nel 1977, tre anni prima che io nascessi, e l'attività di famiglia è proseguita fino al 2004. Ho vissuto i miei anni più formativi circondato da vinili, musicassette, picture disc, e poi cd, mini-disc e dvd.

Ritornando a noi, per non finire nelle spire della malinconica nostalgia di quei giorni, ricordo in particolare l'utilizzo, da parte delle case discografiche, dei 45 giri in vinile e dei cosiddetti singoli, in cd, successivi, come strumento per offrire alcuni brani in assaggio, in attesa dell'uscita degli album completi.

Per me era un'operazione di rispetto, oltre che meramente commerciale. Prima dell'era di Youtube e compagnia bella potevi solo aspettarti un passaggio alla radio o su MTV (vi ricordate quando c'era la musica, su MTV?) della canzone principale, mentre con il singolo te ne beccavi almeno due, se non tre qualche volta. Aumentavi la possibilità di scoprire se i Metallica stavano per fregarti con LOAD oppure ricevevi la conferma che il terzo disco dei Foo Fighters avrebbe spaccato come sempre.

Il Medievalista nasce proprio da qui. Volevo che il mio “singolo” vi desse la possibilità di conoscermi e giudicare senza dover essere costretti a fare un salto nel buio procurandovi un romanzo e incrociando le dita sul contenuto. Inoltre, dovendo fare continue ricerche per i miei scritti, si trattava di pubblicare lavori in parte necessari e ho trovato molto stimolante farlo, soprattutto nel rimanere leggero senza perdere di professionalità.

Vi racconto tutto questo per due motivi: primo per sbloccare un poco le dita sempre restie a scrivere di me. Dovrò farci l'abitudine a mettermi in piazza senza "ripararmi" dietro la Storia 😊. Secondo, e forse più importante, per anticiparvi che proprio per questo mio modo di vedere il rapporto fra chi scrive e chi usufruisce delle opere create dall'inchiostro, sento l'esigenza di allargare di qualche centimetro gli orizzonti aperti con il Medievalista. Ho numerose novità in cantiere, "creature letterarie" che domandano spazio, storie che chiedono di essere narrate, e proprio come quando la famiglia si allarga, devo ampliare queste stanze per fare spazio a tutti.

Mettetevi comodi, allora, perché il viaggio è appena iniziato e non mancheranno le sorprese. 



martedì 3 aprile 2018

Ruggero da Fiore. Da mozzo di bordo a Granduca bizantino.

La storia di Ruggero non iniziò certo nel migliore dei modi. Figlio di Richard von Blume, un cavaliere e falconiere tedesco giunto in Italia al seguito di Federico II e di una nobildonna di origine italica, nacque pochi mesi prima o dopo la battaglia di Tagliacozzo, che segnò la fine del dominio svevo sull'Italia del sud, nel 1268. Il padre morì nel corso dello scontro campale lasciando la vedova e il figlioletto costretti a fuggire dalle proprie terre con appena quello che la donna poté portare con sé. I due esuli trovarono rifugio in una baracca in riva al mare, nei pressi del porto di Brindisi.

Proprio in quell'ambiente duro e affascinante allo stesso tempo trascorse la fanciullezza Ruggero. Sono anni di estrema povertà alla quale cerca di sopperire racimolando qualche soldo aiutando a scaricare le stive e a ormeggiare le imbarcazioni, accompagnando i marinai per bettole e bordelli e dedicandosi a tutte quelle piccole attività collaterali tipiche di un'area ricca di attività come solo un porto può essere. Nel frattempo ascoltava i racconti di viaggi e terre lontane, assaporando il dolce presentimento di avere una possibilità di . Infatti non ha mai dimenticato suo padre, né sua madre ne ha obliato per timore il nome -da Fiore è la traduzione italiana di Von Blume-. Così, a dieci anni, ottenne il permesso dalla madre di imbarcarsi su una galera di proprietà dell'Ordine dei Templari.

Nei successivi dieci anni il destino getterà le solide fondamenta della sua epopea. Compiuti i venti anni d'età, visti i meriti ottenuti al servizio dell'Ordine, Guillaume de Beaujeu, Gran Maestro templare lo nomina fratello servente. All'ingresso nella congrega monastico militare fa seguito, poco dopo, il comando di una delle principali imbarcazioni da guerra dei templari: il Falcone. Partecipa, nel maggio del 1291, alla difesa di Acri, ultima roccaforte cristiana degli ormai estinti regni d'Outremer. Non vi sono menzioni particolari della sua prodezza durante gli scontri, è però certo che a un certo punto accolse a bordo diverse decine di profughi -sembra quasi tutte donne, nobili e disposte a tutto pur di essere tratte in salvo- e, fatto questo ancora abbastanza controverso, caricò un abbondante tesoro in gran parte di proprietà dell'Ordine (Vicenda, questa, che se la scoprissero Giacobbo e company verrebbe collegata subito con l'allineamento di Giove all'asse terrestre alla fine del tredicesimo secolo e la presenza di alieni con teste di cristallo fra le fila dei saraceni 😄). Fatto questo salpò, più simile a un predone di ritorno da una soddisfacente scorreria che a un cavaliere templare del nostro immaginario.

Denunciato al papa Ruggero non si scompose poi molto. Approdò a Genova si accordò con Ticino Doria per fare da scorta alle sue navi da carico, occupando i tempi morti di questa attività con azioni piratesche ai danni dei nemici della città ligure. Nel corso di queste audaci quanto feroci spedizioni entrò in contatto con i contendenti della Guerra del Vespro, in corso dal 1282. Prima approcciò Carlo d'Angiò, pupillo del papa, e forse dietro questa decisione vi fu il tentativo di calmare i bollori dei templari nei suoi confronti. La trattativa però naufragò quasi subito e allora Ruggero passò dalla parte di Federico d'Aragona il quale colse in pieno il potenziale di un uomo come il da Fiore. Gli affidò una piccola flotta di una dozzina di navi e permise di reclutare l'equipaggio fra le unità di fanteria leggera (passatemi il termine moderno) giunte dalla Catalogna in Sicilia. Questi combattenti sono a noi noti come Almogaveri (anche Mogaveri, Almugaveri, Almogravi ecc.) e avremo modo di conoscerne il valore nel prossimo approfondimento.

Alla testa degli Almogaveri Ruggero combatté con valore e compì imprese che lo renderanno noto nel Mediterraneo e amato dai suoi sottoposti tanto che, a guerra conclusa (pace di Caltabellotta, 1302) essi lo seguiranno fedelmente verso il Levante.
Ruggero infatti, chiesto il congedo a Federico, aveva stipulato un accordo con l'imperatore d'Oriente Andronico II Paleologo. L'impero di bisanzio era ormai un'ombra di sé stesso ma il suo non era certo un pacifico declino: gli ormai scarsi territori sottoposti a Costantinopoli erano sotto costante assedio. Regni balcanici, turchi, genovesi, franchi e veneziani ognuno voleva un pezzo d'Impero. Servivano costantemente mercenari per combattere queste guerre e Ruggero avrebbe condotto con sé un piccolo e agguerrito esercito, dotato delle capacità operative ideali per quel genere di conflitti. Il contratto fu la consacrazione di una vita volta passata nello sprezzo del pericolo e alla costante ricerca di ricchezza e affermazione di sé. Ruggero venne nominato Granduca e generale del mare, ottenendo la mano della nipote dell'imperatore, Maria. Inoltre assicurò ai suoi uomini quattro mesi di paga anticipata, tra l'altro superiore alla media perfino per i ranghi più bassi della Compagnia. 

Ruggero giunse in Oriente e cominciò a vincere una battaglia dietro l'altra. Analizzerò i motivi dell'efficacia militare della Compagnia Catalana nel prossimo articolo. Oltre che valorosi, però, i suoi combattenti si dimostrarono avari e ingordi oltre ogni modo. Racconta Raimondo Muntaner, uno dei cronisti che ci hanno tramandato la vicenda, che Ruggero fu convocato per rendere conto dei debiti contratti dagli Almogaveri e lui, in spregio alle richieste dei creditori e in totale autonomia, dichiarò seduta stante affrancati da ogni accusa i suoi uomini i quali presero "a baciargli le mani e le vesti, vedendo in lui come un Messia". Un simile atteggiamento non poteva condurre che a un tragico epilogo. Michele, il figlio di Andronico, non accettò la nomina di Ruggero a Cesare, estorta in cambio della restituzione dei territori riconquistati ai Turchi. Con l'aiuto dei genovesi -che l'avevano carica con i catalani sin dal loro arrivo- ordì una trama per liberarsi dei mercenari. Il 5 aprile del 1305 Ruggero e un centinaio dei suoi comandanti furono assassinati durante un banchetto a Adrianopoli. La Compagnia Catalana però non si sfaldò e resistette grazie alla guida di Berenguer d'Entença. La terribile vendetta che ne seguì portò alla devastazione della Macedonia e della Tracia ed ebbe, come epilogo, la creazione di un ducato almogavero nell'Attica, destinato a durare una settantina di anni.

La storia di Ruggero da Fiore è giunta fino a noi grazie alle cronache di Raimondo Muntaner e di Bernard Desclot. Il primo fu testimone oculare dell'esperienza di condottiero di Ruggero in Oriente. 



lunedì 26 marzo 2018

I mastini della guerra. Mercenari dell'epoca pre-condotte.

Se parliamo di mercenari durante l'epoca medievale il pensiero corre agli anni centrali del Trecento e lì si sofferma, con caparbietà. L'immaginario comune tende infatti a concentrarsi sull'epopea travagliata delle grandi compagnie e dei condottieri che per circa tre secoli furono protagonisti della storia europea e in particolare della nostra penisola.


Per anni c'è stata, in effetti, la tendenza a dividere in due periodi netti la logistica della guerra nel medioevo, ritenendola feudale fino alla Guerra dei Cent'anni, e basata sui mercenari in seguito. Una forzatura, questa, che cozza con i risultati che si evincono da qualsiasi studio più approfondito. 

Enrico I d'Inghilterra, detto il Chierico, è noto per aver fatto ampio utilizzo dello scutagium (anche escuagium o scuagium), ossia la possibilità per un suddito della corona in obbligo di servizio armato di ovviare allo stesso tramite il pagamento di una tassa che avrebbe permesso l'ingaggio di mercenari. Siamo nei primi anni del 1100. L'importo pro capite si aggirava intorno a due terzi di un pound -il quale corrispondeva a una libbra d'argento, all'incirca mezzo chilo- ed è noto che l'aumento fino a tre pound (uno sproposito!) da parte di re Giovanni il Senza Terra portò alla sollevazione di molti dei suoi baroni, con conseguente nascita della Magna Charta. 


Andando più indietro nel tempo non possiamo fare a meno di notare che la grande avventura normanna nel sud d'Italia ebbe origine dallo spostamento di un certo quantitativo di ambiziosi guerrieri che inizialmente vendettero le proprie spade, salvo poi decidere di fare da soli e di conquistare i territori che le forze autoctone non erano in grado di difendere. Una situazione non certo dissimile da quella che vedrà protagonisti Francesco Sforza, Alberico da Barbiano, Gattamelata e così via, in ordine rigorosamente sparso, tutti gli altri Condottieri protagonisti del crepuscolo del Medioevo. Fare similitudini studiando gli eventi storici, però, è sempre una mossa azzardata, lungi quindi da me il voler trovare minimi comun denominatori fra epoche e situazioni decisamente differenti fra loro. L'unica certezza rimane il fatto che le "spade assoldabili" sono sempre esistite.


Sempre rimanendo nel meridione italiano come non menzionare i 700 cavalieri suebi che combatterono con grande valore contro i normanni al soldo, letteralmente, di Papa Leone IX il quale si trovò costretto ad assoldare mercenari durante il viaggio di ritorno dalla corte dell'imperatore tedesco dove aveva sperato, invano, di ricevere aiuto in chiave anti-normanna. Enrico III non poté fornire armati ma permise al Papa di reclutare nel suo regno. Il contingente germanico che riuscì a radunare fu poi distrutto nella successiva battaglia di Civitate (giugno 1053), un trionfo normanno dalle enormi ripercussioni storiche. 

Guglielmo il Bastardo, perseguendo il suo scopo di cambiare soprannome e divenire il Conquistatore, portò con sé a Hastings (ottobre 1066) una forza eterogenea di alleati, vassalli e mercenari, quest'ultimi arruolati però nelle vicine Fiandre e nella Bretagna che non si sentiva né franca né normanna. 


Si potrebbe inoltre aprire un intero capitolo solo accennando alla fame di combattenti dell'impero di Bisanzio. Mercenari da ogni dove combattevano per (e a volte rivoltandosi contro) il Basileus. Fra i più famosi e fedeli i Variaghi della Guardia, forse l'unità combattente più famosa dell'intero periodo per gli appassionati di guerra medievale. 


L'avventura cavalleresca, riportata circoscritta entro codici comportamentali eticamente accettabili nelle Chanson de Geste, molto spesso traeva ispirazione dal fermento che coglieva i membri guerrieri di una società dove occorreva un'inquadramento di tutti ma che a causa della sua rigidità e fragilità allo stesso tempo era facile creasse sbandati, dei mal collocati a voler essere specifici, perché i termini dispregiativi quali reietti e vagabondi vanno bene per descrivere la situazione ma sono poco calzanti se conferiti a giovani audaci nel pieno delle loro forze e abili nel combattere. 

Guglielmo di Malmesbury, Orderico Vitale e altri raccontano di milites stipendiarii che, allo sciogliersi del contratto che li vincolava a re e duchi, divenivano ruptores, saccheggiatori, cotherelli, consociati, che vagavano lungo i confini di quelli che erano stati i teatri operativi della campagna militare che li aveva visti impegnati, pronti a essere ingaggiati da chiunque potesse pagarli o a prendere con la forza quel di cui abbisognavano per sopravvivere e per soddisfare la propria ingordigia. I brabantini di Higounet di Brouges, antagonisti dei primi due volumi del Ciclo Il Giglio e il Grifone, altro non erano che una consorteria guerriera pronta a seguire il richiamo dell'argento ovunque li avesse portati, purtroppo per Ademar e i suoi uomini.
Guerrieri del XII secolo. Art by Johnny Shumate

Compagnie di questo genere giocarono un ruolo chiave durante il regno di Riccardo Cuor di Leone, come forza pronta a essere reclutata al suo ritorno dalla prigionia in Austria. Secondo Guglielmo di Newburgh, cronista coevo, il re assoldò un'armata di stipendiarii nel Poitou e nel Limousine con la quale riprese gli scontri contro il re di Francia. Uno dei capitani viene anche citato per nome, tale Mercadier, il quale servì con costante fedeltà il re e fu incaricato, quando Riccardo partì per l'Oriente, di mantenere il controllo dei castelli dell'Anjou in suo nome. 







venerdì 16 marzo 2018

Il giorno degli eroi. Racconto + breve saggio

Su Waterloo sono stati spesi fiumi di parole, ma i suoi testimoni hanno ancora molto da dire. Nelle sue memorie Henry Pequod ricostruisce la storia di quel giorno, scritta grazie all'acume tattico del colonnello John Colborne.
Contiene in appendice un saggio dell'autore sulla guerra napoleonica.



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