Bayeux tapestry

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martedì 16 gennaio 2018

La leggenda di Siward Barn e della Nuova Inghilterra del Caucaso. Parte 1.


La storia che sto per raccontarvi non ha solide prove, le incertezze che la contornano sono così tante che il mito e la leggenda subentrano in fin troppi particolari; purtroppo non abbiamo che pochissime testimonianze scritte a supporto dell'intera vicenda e q
ualche prova circostanziata. C'è, però, un barlume di plausibilità che continua caparbio a brillare in mezzo agli aliti di chi lo vorrebbe spegnere per relegare l’intera vicenda fuori dal reparto saggi delle librerie e affiancarla alle gesta narrate da Omero e Chetrien de Troyes. 


Per quanto riguarda le cronache, i testi che ne parlano sono quattro: una nota scritta verso il 1090 da parte di Guescelin di Canterbury; un’altra semplice annotazione, non più esauriente della prima, la troviamo in Orderico Vitale; esiste poi una cronaca vera e propria contenuta nel Chorinicon Universale dell’Anonimo Laudunensis, un monaco inglese del tredicesimo secolo; infine la Saga d’Islanda di Edoardo il Confessore, la quale potrebbe non essere altro che un sunto, ricco di invenzioni, di cronache precedenti. Vi sono poi degli indizi geografici e delle coincidenze storiche che possono supportare, ma non dimostrare inconfutabilmente, alcune supposizioni.

Analizzerò criticamente nella seconda parte di questo approfondimento tutto il materiale disponibile. Adesso, invece, è tempo che inizi a narrare...

Nell’anno del Signore 1075, stando alla cronaca dell’Anonimo Laudonensis, Stanardus (Sigurd o Siward, in lingua sassone) conte di Gloucester, fiero combattente della resistenza anglosassone ai nuovi dominatori normanni, partì dalle coste meridionali dell’Inghilterra con 235 navi e circa cinquemila fra uomini, donne e bambini. La Saga di Edoardo cita l’evento in concomitanza con la morte di Sweyn II figlio di Estrid, re di Danimarca e ultimo baluardo di speranza per gli anglosassoni. La Saga in sé non fu concepita per raccontare questa vicenda ma la presenza di tanti dettagli fa pensare alla necessità di legare tutto quanto narrato in essa a un evento storico noto: un’operazione comune negli autori del passato per poter collocare temporalmente il proprio scritto senza che potessero sorgere dubbi nei lettori.



Se il Siward alla guida di questi esuli è lo stesso che Guglielmo aveva sconfitto e imprigionato nel 1071 si può ipotizzare un certo aiuto da parte dell’establishment normanno per organizzare il viaggio. In un solo colpo un nemico irriducibile – non ucciso forse proprio per non creare un martire – e tutta la sua gente avrebbero lasciato l’isola per mai più ritornarvi. Un uomo calcolatore come Guglielmo deve aver visto un’opportunità in tutto questo.


Gli esuli navigano verso sud, costeggiando la Francia occidentale e poi la Spagna e il Portogallo. Arrivano nei pressi di Ceuta, quasi un punto di passaggio obbligato per chi dall’Atlantico decidesse di gettarsi nel Mediterraneo. La saccheggiano senza pietà, essendo una città sotto il controllo musulmano. Attaccano anche Majorca e Minorca, perché comunque si tratta dell’esodo di un popolo guerriero e rapace non certo meno dei tanti odiati normanni. Homo Homini Lupus.


Secondo il Chronicon dell’Anonimo gli Inglesi arrivano, dopo aver deviato dalla destinazione iniziale (la Sicilia o la Sardegna, non è chiaro) a Costantinopoli. Sembra che la deviazione sia stata decisa in base alla notizia che la capitale dell’Impero d’Oriente era assediata da un’armata di infedeli (nessun testo ne specifica la nazionalità). Se vogliamo prendere per buona la data del 1075 allora l’imperatore al governo era Michele VII Ducas (1071-1078) ma l’assedio non ha alcuna corrispondenza. A complicare di più le cose c'è il fatto che entrambe le cronache, discordi in moltissimi altri punti, citano Alessio I Comneno come l'imperatore (1081-1118) che accoglie Siward e i suoi. Si potrebbe spiegare l’errore ipotizzando che gli autori si siano confusi con quello che divenne uno degli imperatori più attivi nel reclutare uomini dell’isola di Thule – come i bizantini chiamavano l’Inghilterra. Un po’ forzato ma di meglio, al momento, non abbiamo.


Chiunque fosse l’imperatore, egli è grato per l’aiuto inaspettato e risolutore. Vinti i nemici, ai nobili equipaggi di Siward viene offerto di rimanere nella capitale e servire nella celeberrima Guardia Variaga. Alcuni accettano di rimanere in Miklagard, come veniva chiamata la città dalle popolazioni del nord Europa, ma il conte Siward e altri capi pregano l’imperatore di dare loro delle città che possano essere loro e dei propri eredi dopo di essi. L’imperatore accenna allora a certe terre a settentrione del suo impero che appartenevano ai suoi predecessori e che ora sono cadute nelle mani di popoli infedeli. Egli ne promette loro il pieno possesso se riusciranno a strapparle agli attuali abitanti.

Salutati i pochi che decidono di rimanere a Costantinopoli la flotta riprende il largo e veleggia verso il Mar Nero, alla ricerca disperata di una nuova patria...

[continua]



martedì 9 gennaio 2018

La permanenza di Harold Godwinson in Normandia, primavera 1064 - autunno 1065. Alcune considerazioni.



In un giorno imprecisato della primavera del 1064 Aroldo, figlio di Godwin e conte del Wessex, sbarcò sulle coste della Normandia e in questa terra rimase per circa un anno. Inizia così la narrazione per immagini dell'Arazzo di Bayeux e in effetti, è così che cominciano quasi tutte le storie che vogliono giungere alla battaglia di Hastings dell'ottobre del 1066. Nessuno, però, conosce le reali motivazioni di questo suo viaggio. 


Secondo Guglielmo di Malmesbury, cronista del XII secolo, Aroldo era uscito con il suo seguito in nave per dedicarsi alla pesca e allo svago a bordo con i propri sodali. Un fortunale spinse la barca in alto mare e successivamente costrinse l'equipaggio a fare una sosta di emergenza in Normandia. 
L'altra famosa ipotesi, diffusasi successivamente alla conquista normanna dell'Inghilterra, fu suffragata da qualsiasi cronista volesse ingraziarsi la dinastia regnante sul trono dell'isola. Con essa si afferma che il conte fosse in viaggio per portare un'ambasciata di amicizia ai conti di Normandia da parte del vecchio re Edoardo il Confessore, il quale aveva da sempre tenuto una politica filo-normanna (cosa che fa tuttora supporre a molti che egli avrebbe desiderato come successore il duca dei Normanni).

Qualunque fossero le reali motivazioni è certo che Harold non venne accolto con tutti gli onori, ma come una preda del mare. Era infatti uso comune dei signori delle coste di Normandia considerare le navi che si arenassero lungo le spiagge, così come tutto ciò che giungeva a riva dopo un naufragio (persone comprese), di loro proprietà. Dato che Aroldo fu preso prigioniero dal conte Guido di Ponthieu (indicato come Wido, nell'Arazzo di Bayeux) c'è da immaginare che la sua nave si fosse trovata in difficoltà, condotta dai flutti lungo l'arenile e lì incagliatasi. Guido cattura tutti e fa suo il bottino a bordo (cani e falconi, barili di vino e chissà quant'altro stando alle immagini dell'Arazzo di Bayeux). L'ostaggio viene poi ceduto, non senza qualche pressione, al duca Guglielmo, in quel momento ancora conosciuto come il Bastardo
Notate la fine satira politica i danni di Wido. Il suo cavallo è magro e ha le orecchie d'asino.

Non era insolito che nascessero amicizie fra prigioniero e carceriere quando il sangue univa in nobiltà i due. Quello che ci raccontano le cronache e le immagini dell'Arazzo è una collaborazione stretta fra Aroldo e Guglielmo, con il primo impegnato a combattere al fianco del duca. Addirittura, durante la battaglia contro il reietto Conan presso l'attuale Mont Saint-Michel, Harold salvò due uomini tirandoli fuori dalle sabbie mobili tipiche di quella zona.



Il primo inghippo, in un ingranaggio che per il momento stava funzionando secondo gli usi del tempo, avvenne quando Guglielmo addobbòossia donò le armi cavalleresche – Aroldo. Qui il rapporto fra i due cambiò: mentre un prigioniero poteva mantenere il suo rango, per nulla scalfito dalla cattività, e dunque essere pari (o superiore, come per esempio nella vicenda di Riccardo Cuor di Leone prigioniero del duca d'Austria, Leopoldo V) al proprio carceriere, la cerimonia di vestizione implicava la sudditanza di chi riceveva le armi nei confronti di chi le donava. Aroldo – non abbiamo idea se costretto o meno, ma è probabile non avesse scelta – riceve l'investitura e con essa la libertà, simboleggiata dalla restituzione delle sue terre tramite il dono dello stendardo che esse rappresentava nella simbologia speciale dell'addobbamento. Aroldo è dunque libero non dietro il pagamento di un riscatto ma con un atto di vassallaggio. Nelle scene successive dell’Arazzo il Bastardo fece giurare si sacre reliquie ad Aroldo di appoggiare la sua candidatura al trono d'Inghilterra, dato che Edoardo il Confessore era ormai sul viale del tramonto.
E se ci fosse stato un altro reliquario a disposizione Guglielmo pure con il piede lo faceva giurare!

Nel giuramento, ricorda Florence di Worcester, c'era l'obbligo di costruire una fortezza a Hastings da cedere a una guarnigione normanna e quello di perorare la causa del Duca nel consesso dei nobili, il Witan, che avrebbe dovuto accettare la successione al trono non per linea di sangue, essendo morto pochi anni prima l'ultimo erede legittimo, Edward Aetheling figlio di Edmund Fiancodiferro che era stato re per breve tempo nel 1016. Il figlio di Edward, Edgar, aveva solo cinque anni alla morte di Edoardo il Confessore. Diverrà re per qualche settimana prima della sua cattura da parte di Guglielmo, ora il Conquistatore.

Non ci si improvvisa re, occorrono forti basi dalle quali muoversi. Serve giustificare la pretesa, non si poteva semplicemente conquistare un trono ma si poteva difendere (anche attaccando) con la spada i propri diritti. Quali erano, allora, le giustificazioni addotte da Guglielmo di Normandia? Cosa lo rendeva certo di poter aggiungere la sua voce ai candidati al trono? 



A mio avviso occorre scartare l'ipotesi della designazione di Guglielmo come erede da parte di Eodardo il Confessore, avvenuta durante una fantomatica visita in Inghilterra. Quel viaggio è pura fantasia, il Bastardo difficilmente avrebbe potuto lasciare la Normandia per una visita oltre Manica negli anni precedenti l'arrivo di Aroldo. Sin dalla sua designazione alla guida del ducato era stato impegnato a combattere i nobili ribelli. Il Conan di Mont Saint-Michel di cui sopra era uno degli ultimi rimasti.

Alcuni storici fanno riferimento alla pretesa per legittimi legami di sangue ma direi che come tesi questa sarebbe stata molto debole anche all'epoca, o forse soprattutto all'epoca. Egli era un figlio nato fuori da regolare matrimonio e legato al regno d'Inghilterra solo attraverso un debole vincolo di parentela con Emma di Normandia, madre del re Edoardo.

Attenzione, non parliamo di motivazioni: Guglielmo doveva sentirsi più che legittimato nella sua pretesa. Stiamo cercando le giustificazioni addotte dal Bastardo per dare legalità alla sua sete di potere. Quella, a mio avviso, più solida, supportata anche da prove evidenti, è la necessità di riformare della Chiesa d'Inghilterra. Il vecchio re Edoardo aveva portato con sé dalla Francia, Robert, abate di Jumièges, e aveva assegnato al dotto chierico la missione di uniformare il culto e guidarlo secondo i dettami di Roma. Quando il padre di Aroldo, Godwin, tornò dall'esilio per il quale Robert non era certo esente da colpe, lo scacciò sostituendolo con Stigand, vescovo di Winchester, suo sodale. Solo che Stigand era stato scomunicato da ben cinque Papi consecutivi per il fatto di aver preso gli uffici di Winchester e Canterbury in pluralità . Ovviamente era un problema di rendite più che di carattere canonico, sta di fatto che i Papi Leone IX, Vittorio II, Stefano IX, Nicola II e Alessandro II fecero di tutto per vederlo deposto. Guglielmo si impegnò battendo proprio questa strada e in nome della necessità di portare ordine in un paese cruciale per la cristianità organizzò la sua invasione, con la benedizione di Papa Alessandro II, il quale concesse il suo stendardo per la "Santa" spedizione. 

Il bello è che Stigand fece subito atto di sottomissione, dopo la battaglia di Hastings, riuscendo a mantenersi saldo proprio nel ruolo dal quale Guglielmo l'avrebbe dovuto cacciare.

Di motivi addotti se ne potevano creare ex novo all'occorrenza. L'unica cosa certa rimane la volontà di Guglielmo di conquistare le isole britanniche, divenirne re e governare incontrastato su una terra che per secoli fece gola a molti. 





sabato 30 dicembre 2017

Pillole di esercito bizantino. L'ascesa dei Comneni.



I Chomatenoi - Χωματηνοί, i guerrieri della fortezza di Choma.
Questi guerrieri formavano la guarnigione di una fortezza isolata, in Frigia, circondata dai turchi ma troppo robusta per essere conquistata con un assalto diretto. La piazzaforte si chiamava Choma, da cui il nome dell'unità "gli uomini di Choma". Soldati fedeli tanto che Niceforo III li volle con sé entrando in Costantinopoli e ne affidò un battaglione a Alessio per lo scontro contro Briennio a Kalavryai.

Si trattava di un corpo di cavalleria che non rientra nella categoria dei catafratti (che vedremo più in là) ma nemmeno possono essere inquadrati nelle formazioni di cavalleria leggera e media, specializzate nelle ricognizioni e nel tiro con l'arco dalla sella. Si trattava dunque di una formazione utile per il contrasto diretto, per ingaggiare battaglia con assalti e caotiche. Non abbiamo informazioni dirette sul loro equipaggiamento ma possiamo dedurne i dettagli dall'impiego che le cronache ci raccontano di essi. Armati di lance e spade, ma anche di mazze nel puro stile bizantino, erano protetti da armature di anelli di ferro e da corazze a scaglie metalliche rinforzate, nei punti più esposti nella mischia, da schinieri e bracciali.



Gli Athanatoi - Ἀθάνατοι. Gli Immortali.

Il reggimento era stato costituito nel X secolo da Giovanni I Tzimisce e le cronache lo ricordano come costituito da cavalieri e cavalli completamente ricoperti di armatura, dei catafratti in pratica. L'unità scompare nel nulla dopo le guerre di Giovanni contro i Rus.

Niceforo III ricostituì gli Immortali quando era un giovane generale al servizio di Michele VII Ducas. Spodestato l'imperatore mantenne operativa la formazione e la "prestò" a Alessio per combattere contro l'altro Niceforo, Briennio, che incalzava dalla Tracia l'appena insediato basileus.

Dai resoconti della battaglia di Kalavryai, dal modo in cui vennero impiegati, più che dalle evanescenti parole di Anna Comnena e Niceforo Briennio il Giovane (figlio del generale avversario di Alessio durante lo scontro campale) si deduce che l'equipaggiamento difensivo sia mutato in una forma più leggera, pur dovendo annoverare gli Immortali nella categoria -molto elastica- di cavalleria pesante. Il giovane Briennio nella sua cronaca della battaglia afferma che in tutto nella capitale vi erano 10.000 Immortali, anche se Alessio ne impiegò molti meno. Questo numero, così come il nome stesso, deriva dalla famosa unità persiana degli Immortali e non può essere considerato preciso.

Per cercare di immaginarli possiamo prendere a modello, per farci un'idea che -ovviamente- solo tale può rimanere, la splendida tavola di Angus McBride qui sotto. Nel volume in cui fu pubblicata le note indicavano come catafratti i guerrieri ritratti; l'assenza di protezione per il cavallo e la tipologia delle armature mi fa però dubitare della definizione. 


I più attenti avranno notato l'assenza di speroni. Non si tratta di un errore grafico ma di un'attenta conoscenza dell'autore del soggetto trattato. Pare infatti che l'uso degli speroni fra le unità di cavalleria bizantine autoctone sia stato molto tardo, successivo alla caduta di Costantinopoli nel 1204.


I Peceneghi.

I Peceneghi (anche Patzinachi), che i bizantini chiamavano con un generico Sciti, furono un popolo di stirpe mongola (tatara, per la precisione); nazione nomade di arcieri e allevatori. Per un paio di secoli ebbero una frequentazione assai travagliata con l'impero d'Oriente. A volte alleati, molto spesso nemici, venivano sovente ingaggiati come mercenari. Niceforo Briennio il Vecchio, in qualità di governatore del Théma di Bulgaria aveva contrastato pochi anni prima dell'insurrezione una loro incursione, con il doppio risultato di aver stretto dei rapporti con i loro capi. Quando anni dopo aprì le ostilità per il trono imperiale un nutrito contingente di Sciti lo seguì in battaglia.

Successivamente furono sconfitti duramente il 29 aprile 1091 dall'imperatore bizantino Alessio I Comneno nella battaglia di Levounium e poco dopo attaccati dai Cumani, popolazione di stirpe simile ma con differenze culturali tali che i due ceppi etnici non si considerarono mai un unico popolo. I sopravvissuti al massacro di Levounium furono inglobati nelle forze a disposizione diretta dell'imperatore (quasi una polizia militare ante litteram), accasermati nei pressi di Costantinopoli e scortarono, guardandoli a vista e limitandone le malefatte, i vari contingenti crociati che pochi anni dopo attraversarono l'impero verso Gerusalemme. Alberto d'Assia, per citare uno dei cronisti che li incontrò, li chiama "Pincenariis" nella sua HISTORIA HIEROSOLYMITANAE EXPEDITIONIS.

Nel 1122 Giovanni II Comneno, figlio di Alessio, inflisse la sconfitta definitiva alle ultime tribù libere del popolo Pecenego, nella battaglia di Beroia. Da quel momento, in campo a una ventina di anni, la stirpe si estinse del tutto.




I Maniakatoi


Si trattava di soldati arruolati nel Mezzogiorno d'Italia. Soldati di stirpe mista, di antica discendenza longobarda in prevalenza, ma, almeno per i bizantini, ben differenti dai Franchi e dai Normanni. Essi derivano il loro nome dal generale greco Giorgio Maniace, vissuto nella prima metà del XI secolo. Questi combatté a lungo in Italia meridionale e non potendo fare affidamento solo sulle truppe inviate dai confini dell'Impero, si organizzò da sé: istituì un sistema di arruolamento, stabilì una rete di contatti diretta fra italici avvezzi alla guerra e Costantinopoli che durò oltre la sua morte. I combattenti che si erano raggruppati con questo sistema furono dunque definiti i "soldati di Maniace" da cui Maniakatoi. Erano veterani avvezzi alla guerra, addestrati e induriti dagli anni di lotte.



Hetaireia - "Il gruppo di compagni"

Questo unità della guardia comparve per la prima volta nel IX secolo. Vi sono teorie contrastanti riguardo la sua formazione. C'è chi pensa si trattasse di un'evoluzione dei corpi di cavalleria dei Foederati tardo-antichi e chi, come John Haldon con il quale concordo, ritiene sia da cercare nei torbidi dei secoli IX e X la necessità di avere una guardia di palazzo composta da truppe straniere, mescolate fra loro in maniera eterogenea (in qualche modo preparando il terreno alla celeberrima Guardia Variaga un secolo più tardi).

Niceforo Briennio, autoproclamatosi imperatore nel 1078 d.C., formò immediatamente un corpo misto di Hetairoi, con truppe trace, normanne e bulgare. Sappiamo che alla battaglia di Kalavryai i "compagni" combatterono nell'ala destra, al comando del fratello Giovanni. Anna Comnena parla di "reparto non indifferente", lasciando presupporre in base ai numeri che fornisce per gli altri contingenti, che fossero non meno di 1.000

L'unità era divisa in tre categorie: piccola, media e grande. Era l'equipaggiamento e il prestigio che differenziava gli Hetairoi. Nel periodo dei Comneni fu impiegata con continuità ma cambiò, a quanto raccontano le cronache, diminuendo di numero e composizione: non più stranieri ma giovani rampolli della nobiltà.

Il nome derivava senza alcun dubbio dalla famosa cavalleria di Alessandro Magno.

Tattica. 
Arcieri a cavallo e cavalleria da urto.
Un mix imprescindibile dell'esercito romano d'oriente.

Due ricostruzioni approssimative di tattiche realmente impiegate in battaglia, tratte dal Praecepta Militaria di Niceforo Foca, generale e imperatore bizantino nella seconda metà de X secolo.

La prima immagine mostra una sequenza d'attacco canonica, con le forze armate di arco che prendono la via più lunga per poter colpire il nemico più d'una volta e da più angoli di tiro. Una simile tattica aveva lo scopo di scompaginare le fila nemiche prima di un attacco o di provocare l'avversario e farlo impattare contro il grosso del proprio esercito schierato all'uopo.


Nella seconda grafica abbiamo invece un tiro di accompagnamento. Gli arcieri seguono la colonna di cavalleria pesante e disturbano il nemico con il doppio scopo di impedire manovre evasive all'urto che sta per arrivare e di scompaginarne i ranghi per raddoppiare l'efficacia della carica.





giovedì 14 dicembre 2017

La battaglia di Kalavryai. 1078 d.C. Terza parte. Lo scontro campale.



Vi avevo lasciato con le alte grida di guerra degli Enodroi, gli uomini in imboscata nascosti da Alessio Comneno alla sua sinistra, sfruttando le asperità del terreno irregolare. La speranza, per il giovane generale, è che essi possano scompaginare l’ala destra di Niceforo Briennio fino a farle perdere contatto con il centro e l’altra grande formazione all’estremo opposto. Dalla disposizione delle sue forze, nell’immagine sottostante, è infatti possibile intuire l’ambizioso piano. Gli Enodroi non avevano l’incarico di colpire alle spalle successivamente al primo contatto, al contrario era fondamentale che intervenissero prima proprio per rendere meno duro l’urto delle forze di Briennio, più numerose ed esperte.



Speranza, questa, presto vanificata. C’erano due linee ben distinte di combattenti in quel punto. La prima subisce l’impatto e la sorpresa dell’imboscata ma la seconda non ne rimane particolarmente impressionata. Il figlio di Niceforo, Giovanni Briennio, che aveva il comando dell’intera ala destra prende tempestivamente in mano la situazione: carica uno degli Immortali a lui prossimi e lo sventra con un solo colpo. Incita poi i suoi alla riscossa e in breve la fuga degli Enodroi è un dato di fatto con il quale Alessio deve fare subito i conti. Le due formazioni vengono presto a contatto e quella di Briennio ha quasi subito la meglio. Gli Enodroi in fuga hanno infatti abbassato il già fiacco morale degli Immortali, portando inoltre scompiglio nell’attraversare le loro fila. Giovanni spezza in due la “battaglia” principale di Alessio il quale rimane solo, al centro, con il suo seguito e il contingente di cavalieri “franchi”.

Quasi nello stesso istante, con una tempestività che va a tutto credito del genio militare di Briennio, i Chomatenoi di Alessio vengono attaccati sul fronte dal reggimento di Traci e Macedoni dell’ala sinistra e sul fianco dai Peceneghi, passati senza alcun problema oltre l’inefficace guardia del contingente turco posto da Alessio proprio in quella zona per intercettarli. Lo sfacelo è pressoché certo. Non risulta nemmeno che abbiano opposto chissà quale strenua resistenza i guerrieri di Choma. Quasi tutti a cavallo, fuggono dalla linea dei combattimenti.



Sembra una disfatta irreparabile quella che sta per subire Alessio ma un colpo di fortuna – una specie di sei al Superenalotto, per capire la sconvolgente portata dell’evento – cambia l’assetto della battaglia da sconfitta completa a battuta d’arresto. I Peceneghi, convinti che la giornata sia vinta, non inseguono i Chomatenoi ma si dedicano al saccheggio sfrenato, “Com’era nell’uso di quei barbari” scriverà Anna Comnena. Essendo durato poco lo scontro, di oggetti da saccheggiare da morti e feriti non ce ne sono poi molti. Di punto in bianco i micidiali arcieri delle steppe si voltano e si dirigono allegramente verso il grande accampamento di Briennio per ottenere un saccheggio come i loro dei comandano. Poco importa se sarà la roba dei loro alleati il bottino di quella giornata, l’equazione battaglia vinta=saccheggio sfrenato è imprescindibile. (Ricordate? Alessio non aveva fatto costruire un proprio accampamento. I Peceneghi non avevano un luogo preciso verso il quale dirigersi a compiere la propria scorreria).

Intanto i cavalieri occidentali e la scorta di Alessio riescono in qualche modo a dare del filo da torcere al centro di Briennio. Alessio però ha compreso che tutto sta volgendo al peggio intorno a lui, rischia seriamente di venire accerchiato e annientato nel punto che si ostina a difendere. Prende allora con sé sei fra i suoi più fidati compagni d’arme, uno dei quali è giunto a noi anche con un nome, Theodoto, e comunica loro che l’unica speranza è aprirsi un varco verso Briennio e ucciderlo. 
Colonna sonora di questo momento epico "In my darkest hour" dei Megadeth

Immaginate la scena: intorno grida e urti e schianti in una cacofonia assordante. Lo stendardo di Niceforo appena visibile e Alessio che lo indica con la spada ai suoi, stanchi, accaldati, sfiniti dal peso delle armature pesantissime: “Gloria o morte, e nessuna esclude l’altra!” e poi carica. Theodoto lo affianca, frena il suo cavallo, gli urla per farsi sentire che le forze che fuggono sono numerose, non deve gettare via la sua vita ma provare a riformare i reggimenti. Lo dissuade da quel suicidio. Con rinnovato vigore, forse perché oltre al valore personale si è aggiunta la possibilità di cavarsela, i sette si aprono una via attraverso la mischia, sbucano alle spalle dell’esercito di Briennio e galoppano per ritornare, con un lungo giro, dai propri uomini. In quell’istante ecco il secondo colpo di fortuna di Alessio!
Giovanni Skylitzes, Cronaca. Peceneghi massacrano Sviatoslav di Kiev e la sua scorta

Atterriti dalla furia dei Peceneghi gli addetti all’accampamento, incapaci di opporsi, fuggono a gambe levate verso i proprio compagni. Una fiumana umana si sta allontanando dai diavoli orientali che mettono a soqquadro tutto. Fra loro alcuni dei servitori personali di Briennio. Hanno pensato bene di salvare il cavallo bardato con i paramenti imperiali e ornato delle due spade “di stato”. Sono i simboli del potere imperiale con i quali Briennio contava di entrare a Costantinopoli da trionfatore. Lesto Alessio attacca i servi e li disperde, si impossessa del cavallo e compie la rocambolesca fuga verso le sue linee in ritirata. Solo i Franchi ancora resistono ma ormai il tracollo è inevitabile. Raggiunge i suoi e grida come un ossesso, aiutato dai suoi compagni, che Briennio è morto. Lo ha ucciso lui in battaglia, il suo cavallo e le sue spade ne sono la prova. Gli Immortali si fermano, qualcuno riesce a ricondurre anche gli Enodroi. Dei Chomatenoi non sappiamo, ma qualche unità del grande reggimento doveva ancora essere nei paraggi. Sono arrivati altri turchi, ai quali si sono aggregati quelli già presenti, che a testa bassa devono ammettere di aver manovrato davvero male. Non importa, non ora. Alessio ha ancora una possibilità e la vuole sfruttare.

Giù, nei luoghi dei combattimenti, regna ora la confusione. Il tradimento dei Peceneghi, l’arrivo delle guardie dell’accampamento, i franchi che iniziano ad arrendersi. Chi inneggia alla vittoria, chi vuole ammazzare i Peceneghi fino all’ultimo, chi è uscito dalla formazione. Insomma, da Briennio è puro caos, come sempre al termine di una battaglia. In una diversa situazione la fisiologica confusione non avrebbe comportato grandi disagi ma in questo caso la battaglia non è affatto terminata e grande sarà lo scotto da pagare. Alessio divide le sue forze in tre gruppi. Due nascosti, composti da quanti avevano già combattuto e uno, frazionato in piccole unità, da lui stesso guidato e formato principalmente dai turchi ancora freschi. Con alte grida e suoni di buccine e trombe carica verso il centro avversario. Lo scompagina ma non ha una forza d’urto sufficiente a vincere: è proprio questo il suo nuovo piano. Anche senza comandare una ritirata generale, le piccole formazioni, dopo aver scaricato le faretre e scambiato qualche colpo, sono obbligate a ripiegare verso il resto dell'armata.




Cercate di comprendere quanto possa essere difficile spiegare a tremila persone un piano di battaglia! Non è davvero possibile farlo. Allora un buon generale deve saper sfruttare virtù e debolezze umane. Come Annibale che pose i Galli in prima fila a Canne, con il solo scopo di far perdere loro il primo scontro e trascinare la legione di Roma verso le sue falangi arretrate. Alessio fa lo stesso. Sa che la sua prima linea si ritirerà e ha dato istruzioni ai comandanti di assecondare gli uomini. Briennio con tutti i suoi si getta all’inseguimento, la frustrazione per la consapevolezza errata che la battaglia fosse già vinta deve aver inferocito tutti quanti, accecandoli di una sete di sangue impossibile da controllare. La trappola è pressoché perfetta stavolta. Arrivato al punto da lui stesso stabilito con cura, Alessio si volta e fa suonare di nuovo i corni della guerra. Spossato, scompaginato e privo di ogni formazioni manovrabile, l’esercito di Briennio cade con tutti i piedi nel tranello.


È l’ultimo atto della giornata. Briennio viene catturato in maniera rocambolesca e condotto da Alessio. La battaglia fra questi due giganti dell’epoca è finita e solo l’esiguità delle forze in campo ha impedito nel corso dei secoli a questo memorabile scontro di ottenere la fama che invece, tatticamente, merita in pieno.

<<< Link alla seconda puntata.

Una curiosità. Nel terzo volume del Ciclo "Il Giglio e il Grifone" uno dei protagonisti incontrerà, per un breve quanto significativo momento, proprio Alessio Comneno, negli anni dei romanzi primo imperatore d'Oriente della sua dinastia. Secondo voi chi fra Guibert, Bertram e Reinar avrà questo onore? 



venerdì 8 dicembre 2017

La battaglia di Kalavryai. 1078 d.C. Seconda parte.


Per vincere il nemico saggezza e carisma sono da preferire all'attacco diretto. 
                                                                                                 (Leone I il Saggio. Basileus dal 886 al 912 d.C.) 

Tutti vogliono un pezzo di Costantinopoli... 
Alessio ha bene in mente queste parole quando, constatata l'assoluta inferiorità nei confronti dell'avversario, appronta il suo piano di battaglia. Poco prima dello scontro, raccontano le cronache (Briennio il Giovane, figlio del Briennio avversario diretto di Alessio), arrivò il suggerimento da parte dell'Imperatore di evitare il combattimento, tenere la posizione e attendere i rinforzi turchi in arrivo dall'Anatolia. Era però impossibile rimanere in quel luogo senza combattere, Alessio decise di ignorare le parole dell'Imperatore e di attaccare battaglia. Briennio, intanto, aveva disposto il suo esercito in formazione già fuori dagli accampamenti e marciò lungo la strada che conduceva a Costantinopoli incontro allo sbarramento delle esigue forze inviate a contrastarlo.
Da appassionato di modellismo non potevo non rimanere folgorato da queste miniature! 
 
Prima di proseguire occorre precisare un concetto fondamentale nello studio della guerra medievale: che i comandanti si accordassero sul giorno e il campo come se fosse un duello a singola tenzone è un'immagine romantica derivata da una visione ormai sorpassata dell'argomento. Sono le manovre a portare allo scontro, ogni generale che si rispetti sa che non è possibile avere la certezza del punto in cui  la miccia verrà innescata e pertanto già nella marcia di avvicinamento al nemico occorre prestare la massima attenzione alla formazione scelta. Il terreno è il comun denominatore fra le due parti in causa, perché i vantaggi o gli svantaggi saranno gli stessi per entrambi.

Briennio quindi avanza in formazione compatta, come un maglio: il suo obiettivo è Costantinopoli, non Alessio. Sa che un esercito (oltretutto raffazzonato alla meglio come quello che lo contrasta in quel momento) tagliato fuori è un esercito destinato a disgregarsi perciò si permette il lusso, vista la superiorità numerica, di andare avanti, costringendo l'avversario a fare la prima mossa. Alessio lo sa bene e per dare più efficacia alla sua azione d'apertura ha organizzato un'imboscata nascondendo una parte delle forze. I manuali di tattica bizantini chiamano queste forze nascoste con un nome preciso, Enodroi. Non abbiamo notizie precise ma è plausibile immaginare l'unità composta dai migliori degli Immortali.

Andiamo adesso a scoprire le formazioni, come direbbe Bruno Pizzul.



Lo schieramento di Alessio.


Il contingente in imboscata, detto degli Enodroi, doveva essere piccolo, non più di 500 cavalieri. Nell'ala sinistra il resto degli Immortali, un migliaio in tutto e i "franchi". Chi fossero quelle tre o quattro centinaia di guerrieri europei è ancora oggi argomento di studio. Potrebbero, a mio avviso, essere i resti delle forze di Ursel de Bailleul, un condottiero normanno in quel momento prigioniero a Costantinopoli di cui parlerò con più precisione nei prossimi approfondimenti. All'ala destra i Chomatenoi, almeno 2.000 se vogliamo fidarci del senso tattico di Alessio: avere ali numericamente equilibrate era un must dell'arte della guerra bizantina e le prove della conoscenza che ne aveva il futuro imperatore Comneno sono tutte a suo favore. All'estrema destra, a circa mezzo chilometro di distanza, un migliaio di arcieri a cavallo turchi dovevano proteggere il fianco e prevenire eventuali aggiramenti. 

La formazione d'attacco di Briennio. 


L'ala destra di Niceforo Briennio è l'incudine contro cui schiacciare l'avversario a colpi di Peceneghi! Briennio la rinforza con una seconda linea. Come vedremo dalla cronaca della battaglia solo l'ala destra ha questa unità di supporto e infatti racconta Anna Comnena che essa contava 5.000 (dei quali almeno la metà Hetairoi e Manikatoi) uomini mentre le altre due divisioni avevano 3.000 uomini ciascuna. Incerto il numero dei Peceneghi, si stima circa un migliaio di uomini, forse 1.500 ma non di più. Ovviamente le cifre, sia quelle stimate che quelle fornite dalle cronache, vanno sempre prese con il beneficio d'inventario. Possiamo però immaginare un totale di 12.000 soldati per Niceforo Briennio e 5-6.000 per Alessio senza sbagliare poi di molto. 
Se diamo retta alle cronache solo l'ala sinistra di Niceforo, composta di truppe macedoni e traci, conteneva fanteria...

Che situazione! Alessio, costretto sulla difensiva ma non potendo subire l'urto assoluto dell'avversario, apre lo scontro con un attacco e Briennio, che invece sta attaccando, si trova a dover fare i conti con un attacco nemico prima di poter caricare. 

Stanno per scontrarsi i due migliori generali bizantini di quegli anni: secoli di cultura militare, eredità di una Roma mai dimenticata, portati allo stato dell'arte. Grida ferali, belluine e il galoppo di centinaia di cavalli danno inizio alla battaglia, sono gli Enodroi che caricano come diavoli l'ala destra di Briennio...

<<< Link alla prima parte.

>>> Link alla terza parte.

giovedì 30 novembre 2017

La battaglia di Kalavryai. 1078 d.C. Prima parte.


Ho scelto di parlare della battaglia di Kalavryai per due motivi. Primo è uno scontro in parte sconosciuto ai più, una battaglia che non viene mai elencata nei saggi periodici "Le mille battaglie che..." Le cento battaglie di..." "Le battaglie che hanno cambiato il mondo" "Un altro libro sulle battaglie? Esatto, tanto l'ho copiato da quelli usciti dieci anni fa." e così via (l'ultimo titolo è in realtà un sottotitolo di quasi tutti i volumi oggi disponibili 😄 ). E secondo è una battaglia non lineare, uno scontro combattuto fra i due generali migliori del periodo, entrambi al comando di eserciti eredi dell'ars bellica romana. Fu una battaglia in seno a una guerra civile, l'ennesima di decine che dilaniarono l'impero romano d'oriente e furono la principale causa del suo inesorabile tracollo.

La sconfitta dell'imperatore Romano IV a Manzikert nel 1071 aveva portato a un succedersi di eventi dalle nefaste conseguenze. Michele IV Ducas, asceso al trono grazie al potente zio, il Cesare Giovanni, era un inetto, manovrato da parenti e consiglieri privi di scrupoli - Su tutti Michele Psello, filosofo, cronista e funzionario imperiale senza nulla da invidiare a Ditocorto.
Che faccia da... Proprio! 
Nel giro di pochi anni aveva perso il controllo dell'Anatolia centrale, ceduta ai turchi in cambio dell'appoggio militare contro lo zio Giovanni che gli si era rivoltato contro e guidava i mercenari normanni operanti nell'area, arrabbiati perché da mesi rimasti privi di paga (Va bene tutto, ma come si fa a non pagare dei mercenari NORMANNI? Roba da pazzi.)
"Finalmente è arrivata la paga. Sotto con i dadi!"
Inoltre continuò la politica dei suoi predecessori di deprezzamento dei nomismata. In breve si ritrovò con un imperio che scricchiolava, isolato e privo di qualsiasi idea su come salvarsi. In quel momento, quasi in contemporanea, due uomini di grande reputazione si rivoltarono contro di lui. Condividevano il nome ma non certo gli intenti dato che nessuno dei due era disposto a mettersi al servizio dell'altro nella lotta contro Michele. Il primo si chiamava Niceforo III Botoniate, governatore della Bitinia. L'altro era Niceforo Briennio detto Il Vecchio, stratego del Théma di Bulgaria. Il Botoniate, mentre Briennio tentava un colpo di mano (fallito) contro Costantinopoli, conquistò Nicea e proclamò decaduto Michele sostituendolo con l'appoggio del clero e dell'aristocrazia. Michele si ritirò in convento senza fiatare, giudicando meglio arrendersi a un nemico lontano che al Niceforo Briennio che aveva quasi sotto casa.
"Quest'anno è la quarta volta che tiro su un bellimbusto con lo scudo." "Shhh, questo è quello buono." "Se lo dici tu..."

Briennio aveva il controllo di Adrianopoli ma nessun altro appoggio se non degli uomini che aveva adunato intorno a sé. Costantinopoli aveva scelto il nuovo imperatore, trasformando di fatto Briennio in un nemico. Si cercò di trovare un accordo ma ormai, armi in pugno, la tentazione di prendere tutto quel che restava della gloria imperiale doveva essere troppo forte per lui. Quando i negoziatori giunti da Costantinopoli gli chiesero di accettare Botoniate come imperatore, garantendo per lui il titolo di Cesare e il diritto di successione al seggio imperiale, Briennio disse che non poteva ricevere solo lui qualcosa in cambio della sottomissione ma tutto il suo entourage, i suoi generali e perfino i soldati semplici dovevano vedere rispettate le promesse fatte, per mano del nuovo imperatore.

Ovviamente gli accordi si interruppero perché Botoniate aveva già speso gran parte dei suoi crediti per soddisfare le esigenze dei suoi, non c'era modo di accontentare anche gli uomini di Briennio. L'imperatore aveva una carta da giocare, un generale giovane ma coraggioso e di grande astuzia. Un novello Belisario: Alessio Comneno. Botoniate ordinò a Alessio di iniziare subito le manovre offensive per intercettare Briennio prima dell'inevitabile attacco alla capitale.
"Amico mio. Che si dice?" "Mah, nient di che. C'è un tipo nuovo in città, un tale Alexio. Per me è tutto fumo..."





Alessio riunì le scarse forze a disposizione nella capitale e marciò nella Tracia fedele al Briennio. Si accampò non distante dalla fortezza di Kalavryai, nei pressi dell'attuale Silivri.

Non fortificò la sua posizione, contrariamente a tutta la dottrina militare bizantina. Forse, ma è un forse molto grande, non voleva affaticare i suoi pochi uomini con i lavori. Costruire un accampamento temporaneo era fattibile se, con adeguata turnazione, tutti gli uomini potevano lavorare e riposare. Potrebbe essere che non ne avesse a sufficienza perché il trinceramento fosse completato senza esaurire le forze di tutti loro? Purtroppo nessun cronista offre indizi per risolvere questo enigma.
Inviò poi delle spie, numerose a quanto raccontano le cronache, sia nei dintorni che direttamente nell'accampamento di Briennio, a Kedoukton (un nome che non ha corrispondenza moderna e potrebbe indicare un luogo ove sorgeva un Aqueductus di epoca romana). Scoprì, dai loro rapporti, che la situazione era ben peggiore di quanto avrebbe desiderato: il nemico era più numeroso e le forze di Briennio composte di veterani mentre i suoi erano uomini di recente arruolamento. Tutto sembrava indicare che non vi era possibilità di vittoria per lui.


Davvero, nella storia della guerra, una simile disparità di esperienza e numero è di fatto una condanna alla sconfitta... Alla prossima settimana!


giovedì 9 novembre 2017

Lavori "sporchi". L'usura

E se prestate a coloro da cui sperate di ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla (luca 6, 34-35)


Una delle caratteristiche più affascinanti dell'epoca medievale è l'irrefrenabile spinta a creare categorie sociali. L'uomo medievale, che sia un monarca o uno squattrinato villano, ha insita in sé la necessità di collocare ogni cosa al suo posto, ripetendo in qualche modo, in una scala mentale non certo più ridotta, l'opera di Dio. Il lavoro, in particolare, riceve particolare attenzione. Esso non solo viene definito dall'area produttiva di interesse ma finisce per identificare con i suoi tratti più marcati anche il carattere di chi lo svolge. Il macellaio, il beccaio, il conciatore, il contadino, assumono aspetti vividi come marchi a fuoco che sono propri dell'attività svolta.
"Ordine, ordine per la miseria. Non fatemi imprecare!"

Spesso è il Vangelo a definire la purezza o meno di un mestiere. Coltivatori diretti e pescatori sono uomini semplici che hanno il privilegio di purificare l'anima peccatrice proprio svolgendo questi lavori, purché siano onesti con sé stessi e con gli altri. Altri invece, come le prostitute, vivono sul filo del rasoio, compiono peccati inevitabili e a volte necessari ma dovranno redimersi per tempo pena perdere l'anima lordata.

C'è poi un mestiere che mette in dubbio la possibilità di avere la Salvezza Eterna, salvo gesti eclatanti e di rottura definitiva che, a ben vedere, sembra che nessuno abbia mai messo in atto se non al termine ultimo della propria esistenza. Sto parlando del prestito di denaro con interesse, meglio conosciuto come usura. Oggi, nell'economia di capitale, prestare denaro è una pratica normale, regolamentata da tassi che tengano conto della sostenibilità della rata, oltre che dalla valutazione da parte dell'istituto di credito dell'affidabilità del richiedente. L'usura è praticare assistenza creditizia con tassi di interesse estremi, insostenibili. Nel medioevo invece l'usura era il prestito di denaro in sé, senza specifica sui metodi di rimborso. Praticava l'usura chi pretendeva, in ritorno, una somma più alta di quella prestata. Chi non donava, in un'epoca molto particolare per quanto riguarda il "dono". E chi non aiutava senza malizia. 

"è usura tutto ciò che viene richiesto in cambio di un prestito oltre al valore del prestito stesso" Spiega il Consuluit di Urbano III che inserisce le norme di condanna dell'usura nel diritto canonico.

Era usuraio chi, insomma, guadagnava denaro con il denaro, pratica condannata perfino da Aristotele -e di lui si fidavano tutti, all'epoca!-.

L'usuraio tipico è grasso "pinguis usurarius", laido e viscido. Si muove nelle ombre, bisbiglia, mostra sotto banco le possibilità che offre e lucra su qualcosa che non è suo: il tempo.


Non c'è un solo documento che non condanni l'usura, nessun tentativo di giustificarla nell'ordinamento sociale della cristianità e infatti solo chi è fuori dalla Societas Fidelium come gli ebrei era in qualche modo autorizzato a prestare il denaro per riceverne. Eppure essa era diffusa come una peste e soprattutto a partire dalla ripresa economica di metà XIII secolo, praticata anche dai cristiani. C'era un bisogno enorme di denaro contante, di credito. Ne abbisognavano i re e i principi, i Comuni per pagare le continue guerre, i mercanti, per spingersi ancora più lontano con i propri prodotti. Il denaro non era mai sufficiente. Allora si presentava l'occasione, anche a chi possedeva poco, di fornire questo "supporto aureo allo sviluppo" a chi sapeva come impiegarlo. O a chi non poteva fare a meno di dotarsene perché già coperto di debiti per un raccolto andato a male, o per pagare il riscatto del cugino della moglie, catturato dai Turchi mentre veleggiava beato verso Oriente. 

"Mancano venti bizanti per tirarti fuori da qui, dove vado a prenderli?" 

Il denaro non è assente nel medioevo. L'economia di scambio ha un valore diverso, di sussistenza in primis e per cementare i rapporti sociali poi. Per tutto il resto le monete sonanti sono necessarie, ricercate e utilizzate.

Ma perché, allora, se c'era tutta questa necessità di chi si occupasse di prestare denaro per compiere, fra le altre, opere lecite o a cambiare le valute per permettere commerci fra diverse culture, l'usuraio era demonizzato e additato come indegno della Cristianità? Alcuni documenti possono aiutarci a rendere più chiaro l'inghippo.

"Che ciascuno mangi il pane guadagnato con la sua fatica, che dilettanti e oziosi siano messi al bando." - Robèrto di Courçon, cardinale e legato pontificio XII secolo.

"L'usura porta guadagno senza sosta, anche nei giorni di Nostro Signore. E' un peccato senza fine e senza fine va condannata." - Tabula Exemplorum, Anonimo XIII secolo, Parigi.

"La moneta è stata inventata in primo luogo per gli scambi; il suo naturale uso è dunque di essere utilizzata e spesa negli scambi. Pertanto è in sé ingiusto ricevere un prezzo per l'uso di denaro prestato." Summa Teologica, II q 78, Tommaso d'Aquino.

L'usuraio cristiano è un ladro. Non turba l'ordine pubblico al contrario, come abbiamo accennato, egli spesso è motore di sviluppo e di imprese altrimenti non realizzabili, resta il fatto che egli rubi a Dio. Perché esso non fa altro che guadagnare con il tempo, sfrutta cioè qualcosa che non gli appartiene, veicolandolo attraverso il simbolo per antonomasia della cupidigia: l'oro. Il tempo appartiene a Dio, le monete sono il lusso, la ricchezza (e Gesù condanna la ricchezza che non porti benessere ai poveri). Peccano poi di un delitto contro natura "vogliono far generare un mulo da un mulo." cita la Tabula Exemplorum. L'usuraio fa fruttare qualcosa che non ha nulla di fecondo, di naturale. L'oro non può generare l'oro, se non stravolgendo le norme divine del mondo.
"Colpa dell'oro, se si riproducesse da solo non avrei bisogno di depredarvi. E adesso continuate!"

Come ha potuto una pratica tanto abominevole sopravvivere a sé stessa e agli innumerevoli detrattori? Per prima cosa dobbiamo tenere ben presente che i detrattori sembrano tanti perché hanno lasciato traccia scritta, ma in realtà erano molti di più chi aveva necessità di rivolgersi ai prestatori. Perché il presupposto per cui l'usura esisteva era proprio la necessità. Da quando l'essere umano ha inventato "l'economia" tutte le forme di società che non contemplino la crescita sono relegate nel terreno, fertile e affascinante, dell'utopia. Partendo quindi da questa necessità si può vedere i fili della tela intessuta dalla Chiesa per incastrare gli usurai farsi lenti, la trama larga e incerta. La Chiesa stessa infatti fornirà, forse non del tutto inconsapevolmente, gli strumenti di tolleranza dell'usura. Il concetto di rimborso del rischio nel ritardo di restituzione: tutto era sottoposto al vaglio del Diritto, se chi ha dato del denaro ne riceveva la restituzione in ritardo era giusto che fosse compensato (mirabile escamotage, scommetto inventato da un vescovo usuraio!). Ma c'è un'invenzione EPOCALE che in qualche modo crea una base di tutela per l'usuraio e permette dunque di procedere in maniera sfacciata con la sua attività fino al pentimento finale, necessario: il Purgatorio. Di questa rivoluzione teologica, però, parlerò più approfonditamente più in là.

"Ecco qua, un altro usuraio cotto e pentito da portare sopra!"