Bayeux tapestry

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giovedì 14 dicembre 2017

La battaglia di Kalavryai. 1078 d.C. Terza parte. Lo scontro campale.



Vi avevo lasciato con le alte grida di guerra degli Enodroi, gli uomini in imboscata nascosti da Alessio Comneno alla sua sinistra, sfruttando le asperità del terreno irregolare. La speranza, per il giovane generale, è che essi possano scompaginare l’ala destra di Niceforo Briennio fino a farle perdere contatto con il centro e l’altra grande formazione all’estremo opposto. Dalla disposizione delle sue forze, nell’immagine sottostante, è infatti possibile intuire l’ambizioso piano. Gli Enodroi non avevano l’incarico di colpire alle spalle successivamente al primo contatto, al contrario era fondamentale che intervenissero prima proprio per rendere meno duro l’urto delle forze di Briennio, più numerose ed esperte.



Speranza, questa, presto vanificata. C’erano due linee ben distinte di combattenti in quel punto. La prima subisce l’impatto e la sorpresa dell’imboscata ma la seconda non ne rimane particolarmente impressionata. Il figlio di Niceforo, Giovanni Briennio, che aveva il comando dell’intera ala destra prende tempestivamente in mano la situazione: carica uno degli Immortali a lui prossimi e lo sventra con un solo colpo. Incita poi i suoi alla riscossa e in breve la fuga degli Enodroi è un dato di fatto con il quale Alessio deve fare subito i conti. Le due formazioni vengono presto a contatto e quella di Briennio ha quasi subito la meglio. Gli Enodroi in fuga hanno infatti abbassato il già fiacco morale degli Immortali, portando inoltre scompiglio nell’attraversare le loro fila. Giovanni spezza in due la “battaglia” principale di Alessio il quale rimane solo, al centro, con il suo seguito e il contingente di cavalieri “franchi”.

Quasi nello stesso istante, con una tempestività che va a tutto credito del genio militare di Briennio, i Chomatenoi di Alessio vengono attaccati sul fronte dal reggimento di Traci e Macedoni dell’ala sinistra e sul fianco dai Peceneghi, passati senza alcun problema oltre l’inefficace guardia del contingente turco posto da Alessio proprio in quella zona per intercettarli. Lo sfacelo è pressoché certo. Non risulta nemmeno che abbiano opposto chissà quale strenua resistenza i guerrieri di Choma. Quasi tutti a cavallo, fuggono dalla linea dei combattimenti.


Sembra una disfatta irreparabile quella che sta per subire Alessio ma un colpo di fortuna – una specie di sei al Superenalotto, per capire la sconvolgente portata dell’evento – cambia l’assetto della battaglia da sconfitta completa a battuta d’arresto. I Peceneghi, convinti che la giornata sia vinta, non inseguono i Chomatenoi ma si dedicano al saccheggio sfrenato, “Com’era nell’uso di quei barbari” scriverà Anna Comnena. Essendo durato poco lo scontro, di oggetti da saccheggiare da morti e feriti non ce ne sono poi molti. Di punto in bianco i micidiali arcieri delle steppe si voltano e si dirigono allegramente verso il grande accampamento di Briennio per ottenere un saccheggio come i loro dei comandano. Poco importa se sarà la roba dei loro alleati il bottino di quella giornata, l’equazione battaglia vinta=saccheggio sfrenato è imprescindibile. (Ricordate? Alessio non aveva fatto costruire un proprio accampamento. I Peceneghi non avevano un luogo preciso verso il quale dirigersi a compiere la propria scorreria).

Intanto i cavalieri occidentali e la scorta di Alessio riescono in qualche modo a dare del filo da torcere al centro di Briennio. Alessio però ha compreso che tutto sta volgendo al peggio intorno a lui, rischia seriamente di venire accerchiato e annientato nel punto che si ostina a difendere. Prende allora con sé sei fra i suoi più fidati compagni d’arme, uno dei quali è giunto a noi anche con un nome, Theodoto, e comunica loro che l’unica speranza è aprirsi un varco verso Briennio e ucciderlo. 
Colonna sonora di questo momento epico "In my darkest hour" dei Megadeth

Immaginate la scena: intorno grida e urti e schianti in una cacofonia assordante. Lo stendardo di Niceforo appena visibile e Alessio che lo indica con la spada ai suoi, stanchi, accaldati, sfiniti dal peso delle armature pesantissime: “Gloria o morte, e nessuna esclude l’altra!” e poi carica. Theodoto lo affianca, frena il suo cavallo, gli urla per farsi sentire che le forze che fuggono sono numerose, non deve gettare via la sua vita ma provare a riformare i reggimenti. Lo dissuade da quel suicidio. Con rinnovato vigore, forse perché oltre al valore personale si è aggiunta la possibilità di cavarsela, i sette si aprono una via attraverso la mischia, sbucano alle spalle dell’esercito di Briennio e galoppano per ritornare, con un lungo giro, dai propri uomini. In quell’istante ecco il secondo colpo di fortuna di Alessio!
Giovanni Skylitzes, Cronaca. Peceneghi massacrano Sviatoslav di Kiev e la sua scorta

Atterriti dalla furia dei Peceneghi gli addetti all’accampamento, incapaci di opporsi, fuggono a gambe levate verso i proprio compagni. Una fiumana umana si sta allontanando dai diavoli orientali che mettono a soqquadro tutto. Fra loro alcuni dei servitori personali di Briennio. Hanno pensato bene di salvare il cavallo bardato con i paramenti imperiali e ornato delle due spade “di stato”. Sono i simboli del potere imperiale con i quali Briennio contava di entrare a Costantinopoli da trionfatore. Lesto Alessio attacca i servi e li disperde, si impossessa del cavallo e compie la rocambolesca fuga verso le sue linee in ritirata. Solo i Franchi ancora resistono ma ormai il tracollo è inevitabile. Raggiunge i suoi e grida come un ossesso, aiutato dai suoi compagni, che Briennio è morto. Lo ha ucciso lui in battaglia, il suo cavallo e le sue spade ne sono la prova. Gli Immortali si fermano, qualcuno riesce a ricondurre anche gli Enodroi. Dei Chomatenoi non sappiamo, ma qualche unità del grande reggimento doveva ancora essere nei paraggi. Sono arrivati altri turchi, ai quali si sono aggregati quelli già presenti, che a testa bassa devono ammettere di aver manovrato davvero male. Non importa, non ora. Alessio ha ancora una possibilità e la vuole sfruttare.

Giù, nei luoghi dei combattimenti, regna ora la confusione. Il tradimento dei Peceneghi, l’arrivo delle guardie dell’accampamento, i franchi che iniziano ad arrendersi. Chi inneggia alla vittoria, chi vuole ammazzare i Peceneghi fino all’ultimo, chi è uscito dalla formazione. Insomma, da Briennio è puro caos, come sempre al termine di una battaglia. In una diversa situazione la fisiologica confusione non avrebbe comportato grandi disagi ma in questo caso la battaglia non è affatto terminata e grande sarà lo scotto da pagare. Alessio divide le sue forze in tre gruppi. Due nascosti, composti da quanti avevano già combattuto e uno, frazionato in piccole unità, da lui stesso guidato e formato principalmente dai turchi ancora freschi. Con alte grida e suoni di buccine e trombe carica verso il centro avversario. Lo scompagina ma non ha una forza d’urto sufficiente a vincere: è proprio questo il suo nuovo piano. Anche senza comandare una ritirata generale, le piccole formazioni, dopo aver scaricato le faretre e scambiato qualche colpo, sono obbligate a ripiegare verso il resto dell'armata.




Cercate di comprendere quanto possa essere difficile spiegare a tremila persone un piano di battaglia! Non è davvero possibile farlo. Allora un buon generale deve saper sfruttare virtù e debolezze umane. Come Annibale che pose i Galli in prima fila a Canne, con il solo scopo di far perdere loro il primo scontro e trascinare la legione di Roma verso le sue falangi arretrate. Alessio fa lo stesso. Sa che la sua prima linea si ritirerà e ha dato istruzioni ai comandanti di assecondare gli uomini. Briennio con tutti i suoi si getta all’inseguimento, la frustrazione per la consapevolezza errata che la battaglia fosse già vinta deve aver inferocito tutti quanti, accecandoli di una sete di sangue impossibile da controllare. La trappola è pressoché perfetta stavolta. Arrivato al punto da lui stesso stabilito con cura, Alessio si volta e fa suonare di nuovo i corni della guerra. Spossato, scompaginato e privo di ogni formazioni manovrabile, l’esercito di Briennio cade con tutti i piedi nel tranello.


È l’ultimo atto della giornata. Briennio viene catturato in maniera rocambolesca e condotto da Alessio. La battaglia fra questi due giganti dell’epoca è finita e solo l’esiguità delle forze in campo ha impedito nel corso dei secoli a questo memorabile scontro di ottenere la fama che invece, tatticamente, merita in pieno.

<<< Link alla seconda puntata.

Una curiosità. Nel terzo volume del Ciclo "Il Giglio e il Grifone" uno dei protagonisti incontrerà, per un breve quanto significativo momento, proprio Alessio Comneno, negli anni dei romanzi primo imperatore d'Oriente della sua dinastia. Secondo voi chi fra Guibert, Bertram e Reinar avrà questo onore? 



venerdì 8 dicembre 2017

La battaglia di Kalavryai. 1078 d.C. Seconda parte.


Per vincere il nemico saggezza e carisma sono da preferire all'attacco diretto. 
                                                                                                 (Leone I il Saggio. Basileus dal 886 al 912 d.C.) 

Tutti vogliono un pezzo di Costantinopoli... 
Alessio ha bene in mente queste parole quando, constatata l'assoluta inferiorità nei confronti dell'avversario, appronta il suo piano di battaglia. Poco prima dello scontro, raccontano le cronache (Briennio il Giovane, figlio del Briennio avversario diretto di Alessio), arrivò il suggerimento da parte dell'Imperatore di evitare il combattimento, tenere la posizione e attendere i rinforzi turchi in arrivo dall'Anatolia. Era però impossibile rimanere in quel luogo senza combattere, Alessio decise di ignorare le parole dell'Imperatore e di attaccare battaglia. Briennio, intanto, aveva disposto il suo esercito in formazione già fuori dagli accampamenti e marciò lungo la strada che conduceva a Costantinopoli incontro allo sbarramento delle esigue forze inviate a contrastarlo.
Da appassionato di modellismo non potevo non rimanere folgorato da queste miniature! 
 
Prima di proseguire occorre precisare un concetto fondamentale nello studio della guerra medievale: che i comandanti si accordassero sul giorno e il campo come se fosse un duello a singola tenzone è un'immagine romantica derivata da una visione ormai sorpassata dell'argomento. Sono le manovre a portare allo scontro, ogni generale che si rispetti sa che non è possibile avere la certezza del punto in cui  la miccia verrà innescata e pertanto già nella marcia di avvicinamento al nemico occorre prestare la massima attenzione alla formazione scelta. Il terreno è il comun denominatore fra le due parti in causa, perché i vantaggi o gli svantaggi saranno gli stessi per entrambi.

Briennio quindi avanza in formazione compatta, come un maglio: il suo obiettivo è Costantinopoli, non Alessio. Sa che un esercito (oltretutto raffazzonato alla meglio come quello che lo contrasta in quel momento) tagliato fuori è un esercito destinato a disgregarsi perciò si permette il lusso, vista la superiorità numerica, di andare avanti, costringendo l'avversario a fare la prima mossa. Alessio lo sa bene e per dare più efficacia alla sua azione d'apertura ha organizzato un'imboscata nascondendo una parte delle forze. I manuali di tattica bizantini chiamano queste forze nascoste con un nome preciso, Enodroi. Non abbiamo notizie precise ma è plausibile immaginare l'unità composta dai migliori degli Immortali.

Andiamo adesso a scoprire le formazioni, come direbbe Bruno Pizzul.



Lo schieramento di Alessio.


Il contingente in imboscata, detto degli Enodroi, doveva essere piccolo, non più di 500 cavalieri. Nell'ala sinistra il resto degli Immortali, un migliaio in tutto e i "franchi". Chi fossero quelle tre o quattro centinaia di guerrieri europei è ancora oggi argomento di studio. Potrebbero, a mio avviso, essere i resti delle forze di Ursel de Bailleul, un condottiero normanno in quel momento prigioniero a Costantinopoli di cui parlerò con più precisione nei prossimi approfondimenti. All'ala destra i Chomatenoi, almeno 2.000 se vogliamo fidarci del senso tattico di Alessio: avere ali numericamente equilibrate era un must dell'arte della guerra bizantina e le prove della conoscenza che ne aveva il futuro imperatore Comneno sono tutte a suo favore. All'estrema destra, a circa mezzo chilometro di distanza, un migliaio di arcieri a cavallo turchi dovevano proteggere il fianco e prevenire eventuali aggiramenti. 

La formazione d'attacco di Briennio. 


L'ala destra di Niceforo Briennio è l'incudine contro cui schiacciare l'avversario a colpi di Peceneghi! Briennio la rinforza con una seconda linea. Come vedremo dalla cronaca della battaglia solo l'ala destra ha questa unità di supporto e infatti racconta Anna Comnena che essa contava 5.000 (dei quali almeno la metà Hetairoi e Manikatoi) uomini mentre le altre due divisioni avevano 3.000 uomini ciascuna. Incerto il numero dei Peceneghi, si stima circa un migliaio di uomini, forse 1.500 ma non di più. Ovviamente le cifre, sia quelle stimate che quelle fornite dalle cronache, vanno sempre prese con il beneficio d'inventario. Possiamo però immaginare un totale di 12.000 soldati per Niceforo Briennio e 5-6.000 per Alessio senza sbagliare poi di molto. 
Se diamo retta alle cronache solo l'ala sinistra di Niceforo, composta di truppe macedoni e traci, conteneva fanteria...

Che situazione! Alessio, costretto sulla difensiva ma non potendo subire l'urto assoluto dell'avversario, apre lo scontro con un attacco e Briennio, che invece sta attaccando, si trova a dover fare i conti con un attacco nemico prima di poter caricare. 

Stanno per scontrarsi i due migliori generali bizantini di quegli anni: secoli di cultura militare, eredità di una Roma mai dimenticata, portati allo stato dell'arte. Grida ferali, belluine e il galoppo di centinaia di cavalli danno inizio alla battaglia, sono gli Enodroi che caricano come diavoli l'ala destra di Briennio...

<<< Link alla prima parte.

>>> Link alla terza parte. 

giovedì 30 novembre 2017

La battaglia di Kalavryai. 1078 d.C. Prima parte.


Ho scelto di parlare della battaglia di Kalavryai per due motivi. Primo è uno scontro in parte sconosciuto ai più, una battaglia che non viene mai elencata nei saggi periodici "Le mille battaglie che..." Le cento battaglie di..." "Le battaglie che hanno cambiato il mondo" "Un altro libro sulle battaglie? Esatto, tanto l'ho copiato da quelli usciti dieci anni fa." e così via (l'ultimo titolo è in realtà un sottotitolo di quasi tutti i volumi oggi disponibili 😄 ). E secondo è una battaglia non lineare, uno scontro combattuto fra i due generali migliori del periodo, entrambi al comando di eserciti eredi dell'ars bellica romana. Fu una battaglia in seno a una guerra civile, l'ennesima di decine che dilaniarono l'impero romano d'oriente e furono la principale causa del suo inesorabile tracollo.

La sconfitta dell'imperatore Romano IV a Manzikert nel 1071 aveva portato a un succedersi di eventi dalle nefaste conseguenze. Michele IV Ducas, asceso al trono grazie al potente zio, il Cesare Giovanni, era un inetto, manovrato da parenti e consiglieri privi di scrupoli - Su tutti Michele Psello, filosofo, cronista e funzionario imperiale senza nulla da invidiare a Ditocorto.
Che faccia da... Proprio! 
Nel giro di pochi anni aveva perso il controllo dell'Anatolia centrale, ceduta ai turchi in cambio dell'appoggio militare contro lo zio Giovanni che gli si era rivoltato contro e guidava i mercenari normanni operanti nell'area, arrabbiati perché da mesi rimasti privi di paga (Va bene tutto, ma come si fa a non pagare dei mercenari NORMANNI? Roba da pazzi.)
"Finalmente è arrivata la paga. Sotto con i dadi!"
Inoltre continuò la politica dei suoi predecessori di deprezzamento dei nomismata. In breve si ritrovò con un imperio che scricchiolava, isolato e privo di qualsiasi idea su come salvarsi. In quel momento, quasi in contemporanea, due uomini di grande reputazione si rivoltarono contro di lui. Condividevano il nome ma non certo gli intenti dato che nessuno dei due era disposto a mettersi al servizio dell'altro nella lotta contro Michele. Il primo si chiamava Niceforo III Botoniate, governatore della Bitinia. L'altro era Niceforo Briennio detto Il Vecchio, stratego del Théma di Bulgaria. Il Botoniate, mentre Briennio tentava un colpo di mano (fallito) contro Costantinopoli, conquistò Nicea e proclamò decaduto Michele sostituendolo con l'appoggio del clero e dell'aristocrazia. Michele si ritirò in convento senza fiatare, giudicando meglio arrendersi a un nemico lontano che al Niceforo Briennio che aveva quasi sotto casa.
"Quest'anno è la quarta volta che tiro su un bellimbusto con lo scudo." "Shhh, questo è quello buono." "Se lo dici tu..."

Briennio aveva il controllo di Adrianopoli ma nessun altro appoggio se non degli uomini che aveva adunato intorno a sé. Costantinopoli aveva scelto il nuovo imperatore, trasformando di fatto Briennio in un nemico. Si cercò di trovare un accordo ma ormai, armi in pugno, la tentazione di prendere tutto quel che restava della gloria imperiale doveva essere troppo forte per lui. Quando i negoziatori giunti da Costantinopoli gli chiesero di accettare Botoniate come imperatore, garantendo per lui il titolo di Cesare e il diritto di successione al seggio imperiale, Briennio disse che non poteva ricevere solo lui qualcosa in cambio della sottomissione ma tutto il suo entourage, i suoi generali e perfino i soldati semplici dovevano vedere rispettate le promesse fatte, per mano del nuovo imperatore.

Ovviamente gli accordi si interruppero perché Botoniate aveva già speso gran parte dei suoi crediti per soddisfare le esigenze dei suoi, non c'era modo di accontentare anche gli uomini di Briennio. L'imperatore aveva una carta da giocare, un generale giovane ma coraggioso e di grande astuzia. Un novello Belisario: Alessio Comneno. Botoniate ordinò a Alessio di iniziare subito le manovre offensive per intercettare Briennio prima dell'inevitabile attacco alla capitale.
"Amico mio. Che si dice?" "Mah, nient di che. C'è un tipo nuovo in città, un tale Alexio. Per me è tutto fumo..."





Alessio riunì le scarse forze a disposizione nella capitale e marciò nella Tracia fedele al Briennio. Si accampò non distante dalla fortezza di Kalavryai, nei pressi dell'attuale Silivri.

Non fortificò la sua posizione, contrariamente a tutta la dottrina militare bizantina. Forse, ma è un forse molto grande, non voleva affaticare i suoi pochi uomini con i lavori. Costruire un accampamento temporaneo era fattibile se, con adeguata turnazione, tutti gli uomini potevano lavorare e riposare. Potrebbe essere che non ne avesse a sufficienza perché il trinceramento fosse completato senza esaurire le forze di tutti loro? Purtroppo nessun cronista offre indizi per risolvere questo enigma.
Inviò poi delle spie, numerose a quanto raccontano le cronache, sia nei dintorni che direttamente nell'accampamento di Briennio, a Kedoukton (un nome che non ha corrispondenza moderna e potrebbe indicare un luogo ove sorgeva un Aqueductus di epoca romana). Scoprì, dai loro rapporti, che la situazione era ben peggiore di quanto avrebbe desiderato: il nemico era più numeroso e le forze di Briennio composte di veterani mentre i suoi erano uomini di recente arruolamento. Tutto sembrava indicare che non vi era possibilità di vittoria per lui.


Davvero, nella storia della guerra, una simile disparità di esperienza e numero è di fatto una condanna alla sconfitta... Alla prossima settimana!


>>> Link alla seconda parte.

giovedì 9 novembre 2017

Lavori "sporchi". L'usura

E se prestate a coloro da cui sperate di ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla (luca 6, 34-35)


Una delle caratteristiche più affascinanti dell'epoca medievale è l'irrefrenabile spinta a creare categorie sociali. L'uomo medievale, che sia un monarca o uno squattrinato villano, ha insita in sé la necessità di collocare ogni cosa al suo posto, ripetendo in qualche modo, in una scala mentale non certo più ridotta, l'opera di Dio. Il lavoro, in particolare, riceve particolare attenzione. Esso non solo viene definito dall'area produttiva di interesse ma finisce per identificare con i suoi tratti più marcati anche il carattere di chi lo svolge. Il macellaio, il beccaio, il conciatore, il contadino, assumono aspetti vividi come marchi a fuoco che sono propri dell'attività svolta.
"Ordine, ordine per la miseria. Non fatemi imprecare!"

Spesso è il Vangelo a definire la purezza o meno di un mestiere. Coltivatori diretti e pescatori sono uomini semplici che hanno il privilegio di purificare l'anima peccatrice proprio svolgendo questi lavori, purché siano onesti con sé stessi e con gli altri. Altri invece, come le prostitute, vivono sul filo del rasoio, compiono peccati inevitabili e a volte necessari ma dovranno redimersi per tempo pena perdere l'anima lordata.

C'è poi un mestiere che mette in dubbio la possibilità di avere la Salvezza Eterna, salvo gesti eclatanti e di rottura definitiva che, a ben vedere, sembra che nessuno abbia mai messo in atto se non al termine ultimo della propria esistenza. Sto parlando del prestito di denaro con interesse, meglio conosciuto come usura. Oggi, nell'economia di capitale, prestare denaro è una pratica normale, regolamentata da tassi che tengano conto della sostenibilità della rata, oltre che dalla valutazione da parte dell'istituto di credito dell'affidabilità del richiedente. L'usura è praticare assistenza creditizia con tassi di interesse estremi, insostenibili. Nel medioevo invece l'usura era il prestito di denaro in sé, senza specifica sui metodi di rimborso. Praticava l'usura chi pretendeva, in ritorno, una somma più alta di quella prestata. Chi non donava, in un'epoca molto particolare per quanto riguarda il "dono". E chi non aiutava senza malizia. 

"è usura tutto ciò che viene richiesto in cambio di un prestito oltre al valore del prestito stesso" Spiega il Consuluit di Urbano III che inserisce le norme di condanna dell'usura nel diritto canonico.

Era usuraio chi, insomma, guadagnava denaro con il denaro, pratica condannata perfino da Aristotele -e di lui si fidavano tutti, all'epoca!-.

L'usuraio tipico è grasso "pinguis usurarius", laido e viscido. Si muove nelle ombre, bisbiglia, mostra sotto banco le possibilità che offre e lucra su qualcosa che non è suo: il tempo.


Non c'è un solo documento che non condanni l'usura, nessun tentativo di giustificarla nell'ordinamento sociale della cristianità e infatti solo chi è fuori dalla Societas Fidelium come gli ebrei era in qualche modo autorizzato a prestare il denaro per riceverne. Eppure essa era diffusa come una peste e soprattutto a partire dalla ripresa economica di metà XIII secolo, praticata anche dai cristiani. C'era un bisogno enorme di denaro contante, di credito. Ne abbisognavano i re e i principi, i Comuni per pagare le continue guerre, i mercanti, per spingersi ancora più lontano con i propri prodotti. Il denaro non era mai sufficiente. Allora si presentava l'occasione, anche a chi possedeva poco, di fornire questo "supporto aureo allo sviluppo" a chi sapeva come impiegarlo. O a chi non poteva fare a meno di dotarsene perché già coperto di debiti per un raccolto andato a male, o per pagare il riscatto del cugino della moglie, catturato dai Turchi mentre veleggiava beato verso Oriente. 

"Mancano venti bizanti per tirarti fuori da qui, dove vado a prenderli?" 

Il denaro non è assente nel medioevo. L'economia di scambio ha un valore diverso, di sussistenza in primis e per cementare i rapporti sociali poi. Per tutto il resto le monete sonanti sono necessarie, ricercate e utilizzate.

Ma perché, allora, se c'era tutta questa necessità di chi si occupasse di prestare denaro per compiere, fra le altre, opere lecite o a cambiare le valute per permettere commerci fra diverse culture, l'usuraio era demonizzato e additato come indegno della Cristianità? Alcuni documenti possono aiutarci a rendere più chiaro l'inghippo.

"Che ciascuno mangi il pane guadagnato con la sua fatica, che dilettanti e oziosi siano messi al bando." - Robèrto di Courçon, cardinale e legato pontificio XII secolo.

"L'usura porta guadagno senza sosta, anche nei giorni di Nostro Signore. E' un peccato senza fine e senza fine va condannata." - Tabula Exemplorum, Anonimo XIII secolo, Parigi.

"La moneta è stata inventata in primo luogo per gli scambi; il suo naturale uso è dunque di essere utilizzata e spesa negli scambi. Pertanto è in sé ingiusto ricevere un prezzo per l'uso di denaro prestato." Summa Teologica, II q 78, Tommaso d'Aquino.

L'usuraio cristiano è un ladro. Non turba l'ordine pubblico al contrario, come abbiamo accennato, egli spesso è motore di sviluppo e di imprese altrimenti non realizzabili, resta il fatto che egli rubi a Dio. Perché esso non fa altro che guadagnare con il tempo, sfrutta cioè qualcosa che non gli appartiene, veicolandolo attraverso il simbolo per antonomasia della cupidigia: l'oro. Il tempo appartiene a Dio, le monete sono il lusso, la ricchezza (e Gesù condanna la ricchezza che non porti benessere ai poveri). Peccano poi di un delitto contro natura "vogliono far generare un mulo da un mulo." cita la Tabula Exemplorum. L'usuraio fa fruttare qualcosa che non ha nulla di fecondo, di naturale. L'oro non può generare l'oro, se non stravolgendo le norme divine del mondo.
"Colpa dell'oro, se si riproducesse da solo non avrei bisogno di depredarvi. E adesso continuate!"

Come ha potuto una pratica tanto abominevole sopravvivere a sé stessa e agli innumerevoli detrattori? Per prima cosa dobbiamo tenere ben presente che i detrattori sembrano tanti perché hanno lasciato traccia scritta, ma in realtà erano molti di più chi aveva necessità di rivolgersi ai prestatori. Perché il presupposto per cui l'usura esisteva era proprio la necessità. Da quando l'essere umano ha inventato "l'economia" tutte le forme di società che non contemplino la crescita sono relegate nel terreno, fertile e affascinante, dell'utopia. Partendo quindi da questa necessità si può vedere i fili della tela intessuta dalla Chiesa per incastrare gli usurai farsi lenti, la trama larga e incerta. La Chiesa stessa infatti fornirà, forse non del tutto inconsapevolmente, gli strumenti di tolleranza dell'usura. Il concetto di rimborso del rischio nel ritardo di restituzione: tutto era sottoposto al vaglio del Diritto, se chi ha dato del denaro ne riceveva la restituzione in ritardo era giusto che fosse compensato (mirabile escamotage, scommetto inventato da un vescovo usuraio!). Ma c'è un'invenzione EPOCALE che in qualche modo crea una base di tutela per l'usuraio e permette dunque di procedere in maniera sfacciata con la sua attività fino al pentimento finale, necessario: il Purgatorio. Di questa rivoluzione teologica, però, parlerò più approfonditamente più in là.
"Ecco qua, un altro usuraio cotto e pentito da portare sopra!" 





giovedì 2 novembre 2017

Ive Taillefuer, il poeta guerriero di Hastings

Consiglio caldamente l'ascolto di questo pezzo EPICO: Doomsword "the youth of Finn McCool" durante la lettura



Guglielmo di Malmesbury nel Gesta Regum Anglorum ci fa sapere che a Hastings i normanni partirono all'attacco intonando alcuni versi della Chanson de Roland.

Il cantore Robert Wace, quasi un secolo più tardi, aggiunge colore alla vicenda raccontando di un giullare (no, non il buffone, ma un cantore cavaliere in arme -come vedremo-) che all'inizio della battaglia chiese il permesso a Guglielmo di caricare per primo. Permesso che fu concesso.


Tagliaferro, questo il nome del poeta-guerriero, si lanciò contro il muro di scudi anglosassone recitando il poema del Paladino di Carlo Magno e fu il primo a colpire il nemico e il primo a morire, secondo la leggenda.

Taillefuer qui mult ben canthout,
Sur un cheval qui tost alout,
Devant le Duc alont chantant,
De Karlemaigne e de Rollant,
E d'Oliver e des vassals,
Qui moururent en Roncesvals


Tagliaferro che molto bene cantava,
su un cavallo che veloce correva, 
Davanti al Duca cantò,
Di Carlomagno e di Rolando,
e d'Oliviero e dei vassalli,
Che morirono a Roncisvalle. 

Così scrive Robert Wace, un normanno che nella metà del XII secolo redasse una storia dei Duchi di Normandia, fino alla battaglia di Tinchebray del 1106 (guarda caso l'anno in cui iniziano le vicende di Forgiati dalla spada... ).

Nel Carmen de Hastingae Proelio, attribuito al Vescovo Guido di Amiens e scritto appena due anni dopo la battaglia, si fa menzione dell'evento ma non del nome di Tagliaferro. Questi viene descritto come un jogluer e dobbiamo intendere il termine con l'accezione buffonesca del tardo medioevo ma immaginandolo attribuito a un uomo di corte avvezzo non solo alle armi ma anche al canto e all'intrattenimento.


Secondo quanto riporta il Carmen questo jogluer, improvvisamente, diede di sprone e sorpassò lo schieramento normanno in lento avvicinamento alla collina di Senlac e salutato il Duca Guglielmo, caricò cantando l'immenso muro di scudi anglosassone. Provocò i campioni avversari finché uno di questi non uscì dai ranghi cogliendo la sfida. Il cantore lo uccise quasi subito e poi si gettò, ebbro della vittoria, nel varco aperto dall'avversario dove -letteralmente- svanì sommerso dagli avversari. Aveva forse compreso, l'anonimo bardo-guerriero, che la battaglia sarebbe stata di quelle che nessun mortale avrebbe mai dimenticato e voleva dunque consegnarsi all'eternità?


Affascinante ipotesi che non può che solleticare anche il più stoico dei ricercatori. Forse è proprio per questo che ho scoperto la vocazione al romanzo: a volte la fantasia, opportunamente stimolata, è difficile da contenere entro le seriose mura del rigore accademico.


domenica 29 ottobre 2017

Un notaio che scrive in volgare nel XII secolo? Quando la fretta vince sulla forma.


Un interessantissimo documento redatto nel 1184 ci mostra un raro caso di utilizzo del volgare per un atto ufficiale in un'epoca durante la quale era ancora il latino la lingua ufficiale di qualsivoglia documento. Il testo è stato redatto a Villanova,  un villaggio oggi non più esistente nel territorio di Mirano, in provincia di Venezia. All'epoca faceva parte del distretto del comune di Padova. L'atto riguarda la ripartizione di feudi, masnade, concessioni e decime fra i fratelli Girardino e Bonifacino da Villanova, della famiglia dei Crespignaga.

Notate come il cum sia quasi sempre costruito con nom. singolare, chiaro segno dell'assoluta incapacità del notaio di coniugare sostantivi e aggettivi con la corretta declinazione. 

Ecco il testo, leggiamo come se fossimo nel XII secolo ;) 

In no(min)e D(omi)ni. An(no) nat(ivitatis) mc oct(uagesimo) iiii,
i(n)dic(ione) ii, die
vi i(n)tra(n)te m(en)se madii, p(re)sencia testiu(m) videlicet Aimelricus de Brusaporco, Leo de Vilanova et Sarasinus et Arpoinus et alii. Hin istoru(m) p(re)sencia
Girardinus et Bonifacinus fratres de Vilanova concordes fuerunt dividere int(er) se masnate quos ipsi abet in
Brusaporco et in Burgarico et in Anoale et i(n) Briana
et in Vilanova. Et hecem alia pars: Mecil de Brusaporco cu(m) filiis et filie et cu(m) o(mn)ia que posidet et Aongeto cu(m) filiis et filie et cum o(mn)ia que posidet et
B(er)taldinus cum o(mn)ia que posidet; de Anoale Vuireseto cu(m) filiis et filie, cu(m) uxore et cu(m) matre et cu(m)
soror sua Halda et cu(m) o(mn)ia que posidet, filie Olvradi d’Anoale cu(m) filiis et filie et cu(m) o(mn)ia que
posidet; de Vilanova Meglurelo cum filiis
et filie et cu(m) o(mn)ia que posidet; de Borgarico Ra(m)-baldo cum mulier, cu(m) filiis et filie et cu(m) o(mn)ia que
posidet. Hin ipsamet parte feudu(m) Amelrici de Brusa de Porco et feudu(m) Ruçeroli d’Anoale; de Vilanova lo feo de Leo et de so fredelo et de Boçounus; hin ipsamet parte lo feo de Façadeo de Sala et de Vivianus de B(er)ta et la decima
Iacomeli d’Anoale et feudu(m) Alberti et
Petri de Cres de Bugignana. Et ho(c)
feudu(m) de Façadei de Sala et de Vivianus
de B(er)ta et decima Iacomeli d’Anoale
et feudu(m) Alb(er)ti et Petri de Cres de
Bugignanab
abuit d(omi)n(u)s Bonifacia. feudum soprascritto.
nus p(ro)pt(er) feudum Girardini filius Holvradi d’Anoale pro stauru(m) et hecem pars d(omi)ni Bonifacini. Actum in Vilanova.
(st) Ego Vitalis F(ederici) inperatoris not(arius) audivi
scripsi et co(m)plevi.


Siete riusciti a comprendere tutto, vero? Creano più problemi le parentesi che la lingua in sé, direi. Sembra quasi di poter sentire leggere e rileggere, in una lingua sicuramente primordiale ma meno aliena per noi del latino ufficiale della maggior parte dei testi.

Trovo sempre emozionante quando ci si "avvicina" un po' di più a quell'epoca a volte così inaccessibile e remota. 

mercoledì 18 ottobre 2017

La crociata degli italiani. Parte 4. All'inferno senza ritorno.


Inizierò l'ultima parte di questo approfondimento ripetendo un concetto già detto: per quanto ci si sforzi di confrontare le fonti non è assolutamente chiaro cosa volessero i capi dei Lombardi dalla loro spedizione. Non conosciamo il loro obiettivo, né gli scopi precisi. Sembra che rinforzare le guarnigioni decimate reduci della Prima Crociata sia una delle plausibili ragioni del movimento ma è più facilmente attribuibile alle colonne di Stefano di Blois e del Conestabile Corrado piuttosto che alle volontà dei nostri diretti antenati.

Inoltre Raimondo di Tolosa, posto alla guida dell'armata riunita più per prestigio e per i suoi legami diretti con l'imperatore Alessio, non aveva per l'immediato un piano strategico conforme alla volontà degli esaltati pellegrini in armi (per lo più una foltissima marmaglia indisciplinata) e pertanto aveva accettato di buon grado il "consiglio" di Alessio di utilizzare la forza per ristabilire i collegamenti con la Siria, riaprendo alcune vie in Anatolia e lasciando guarnigioni nelle fortezze che fossero riusciti a liberare dai Turchi. Insomma, l'assalto alla fantomatica Babilonia-Baghdad sembra essere il vero motore trainante della massa di pellegrini armati alla meno peggio e dei loro capi pieni di orgoglio. 



Perché inizio ripetendomi? Perché ritengo importante tenere a mente questa vacuità di intenti per cercare di comprendere gli eventi che seguiranno la partenza dell'esercito. Gli umori delle parti, infatti, giocheranno un ruolo decisivo.

Bene, torniamo all'accampamento dei Lombardi nei pressi di Nicomedia. Una voce era giunta da poco, e per come si svolsero i fatti penso si possa escludere che essa si fosse diffusa quando erano accampati a Costantinopoli: Boemondo il Principe di Taranto e valoroso fra i valorosi è caduto prigioniero dei Danishmend – una dinastia turcomanna – catturato dall'emiro Ghazi Gümüshtegin nel corso della battaglia di Melitene (agosto 1100). Se prima di attraversare il Bosforo i Lombardi non avevano mostrato alcuna fretta di partire ora invece una forsennata ansia di correre a liberare Boemondo e con lui distruggere Babilonia dalla fondamenta sembra assalire tutti quanti. Non è da meno Rinaldo, il quale ha acquistato sempre più influenza fra i suoi pari e ora grida, imitato dalla sua folta schiera "Ultreja Bohemundi!".

Raimondo e Stefano di Blois provano a ricordare che è a Gerusalemme che occorrono rinforzi, ma vengono accusati di gelosia nei confronti di Boemondo e poi, pensa Rinaldo al pari degli altri, a Gerusalemme i giochi son fatti: Baghdad, semmai, dovrà essere l'obiettivo finale e solo Boemondo potrà condurre tutti alla vittoria! L'esercito si muove dunque verso oriente, invece che a meridione, per seguire la linea costiera anatolica lungo il percorso della Prima Crociata. Entrano nel territorio selgiuchide di Kilij Arslan e conquistano di getto Ankara. La città viene consegnata alle autorità imperiali, segno questo che i crociati – la loro maggioranza, almeno – era ancora disposta a dare ascolto ai suoi capi (Raimondo serviva l'imperatore Alessio prima che la "missione") e credo che sia da ascrivere al fatto che stessero compiendo il tragitto desiderato e pertanto non vi era alcun desiderio di discutere sui dettagli "minori" come il possesso di città i cui nomi a stento potevano pronunciare.



In questo momento storico troppo sottovalutato dai testi scolastici 
–per così dire– avviene una trasformazione nel frastagliato mondo turco-musulmano d'Anatolia che cambierà per sempre l'assetto della regione. I capi dei diversi ceppi tribali comprendono che la marea "europea" può essere contrastata solo concentrando le proprie risorse, seppellendo dissidi e divergenze e colpendo proprio come faceva la cavalleria degli infedeli: come un possente martello! Kilij Arslan chiede quindi immediatamente aiuto a Ridwan di Aleppo e viene contestualmente contattato da Ghazi, l'emiro danishmend il cui territorio era ora sotto l'attacco degli invasati cristiani decisi a strappargli dalle mani Boemondo e per nulla leggeri con la popolazione locale, massacrata e derubata di ogni avere. L'unione dei tre trova subito un punto nel quale arrestare l'armata crociata: Gangra. La fortezza resiste all'assalto e per i crociati la situazione si fa subito complicata. Privati di una base logistica si ritrovano dispersi, incolonnati, in un territorio che già non si era ripreso dalla Prima Crociata, figurarsi ora che l'avevano spogliato di tutto, convinti di abbandonarlo presto. 


Anche i più esagitati – Rinaldo stesso così caparbio nelle sue certezze – devono accettare il fatto che non c'è alcuna speranza di proseguire con la tabella di marcia. Raimondo prova a recuperare la situazione suggerendo di muoversi verso nord, raggiungere il Mar Nero e una delle floride città commerciali fedeli all'Impero d'Oriente per riorganizzarsi. Inizialmente sono tutti concordi e la marcia prosegue ordinata per quanto possibile, ma come i turchi iniziano a tormentare i distaccamenti dei foraggiatori, a colpire ora la retroguardia ora l'avanguardia senza mai giungere a uno scontro aperto, la situazione precipita di nuovo.

"Dove ci sta conducendo Raimondo?" grida rabbioso Rinaldo. "Vuol forse farci ammazzare uno a uno, fino all'ultimo, senza avere compiuto la nostra santissima missione?" e così via. Di nuovo i Lombardi insorgono. Sono troppi, troppo arrabbiati e troppo convinti nella loro testardaggine per poter essere persuasi con le buone. Quando obbligano il cambio di marcia e decidono di puntare di nuovo verso il territorio danishmend, i principi delle altre nazioni non possono che accodarsi. L'esercito, ora ridotto a una massa compatta, tormentato dalle continue incursioni turche, attraversa il fiume Halys e penetra nel cuore del territorio danishmend.



Le armate turche riunite decidono che è giunto il momento di attaccare. Utilizzano la tattica favorita, quella del logorante caracollo di arcieri a cavallo, evitando ogni volta che possono il contatto fisico con gli europei. Nei pressi di Maresh, molto probabilmente l'attuale Merzifon, Rinaldo e i suoi compiono più volte delle cariche che finiscono per sfiancare i cavalli senza ottenere alcun risultato. Sono accerchiati ma il nemico è fluido, compatto quando attacca, sfuggente quando si ritira. Sono troppo pochi, poi, i combattenti esperti: il Conestabile Corrado ha perduto un terzo dei suoi combattenti in un'imboscata; Stefano di Blois, motivato a mostrare che non è il codardo che taluni mormorano, percorre tutte le colonne e incita e rinsalda gli animi ma ha dalla sua una manciata di cavaliere e nulla più. Il contingente bizantino si ritira, quello che attende l'armata è un massacro inevitabile perciò Tzitas decide di salvare il suo piccolo contingente e saluta tutti quanti con un probabile "gesto dell'ombrello". Raimondo, rimasto solo, si asserraglia su una collina; sa che la fuga è l'unica via di scampo e attende il momento buono.

In breve l'esercito si sfalda. Alcuni storici attribuiscono la rotta ai Lombardi. Di sicuro ebbero un ruolo notevole nel cacciarsi in quella trappola ma bisogna dire che i capi crociati non persero molto tempo a darsela a gambe, tutti. Stefano resiste ed è l'ultimo a lasciare il campo, quando viene a conoscenza della fuga di Raimondo nella notte. Chi ha un cavallo si salva, perché i turchi non hanno un piano tattico per il combattimento serrato. Nelle numerose pieghe del loro schieramento riescono a filtrare i principi e le loro scorte personali. La fanteria e gli inermi rimangono dove sono, per loro non vi è alcuna speranza. Anselmo da Bovisio perisce quel giorno, in mezzo ai suoi fedeli più poveri. Sarebbe una forzatura attribuire una precisa volontà di martirio alla sua fine, perché nessuna fonte ci conferma come avvenne la sua dipartita, sta di fatto che quattro quinti dell'intera armata finiscono massacrati o prigionieri nei pressi del campo. Rinaldo è al fianco di Guido di Briandate quando questi ordina la ritirata. Lascia tutti i suoi averi nell'accampamento e consegna al destino i due servitori armati che l'hanno seguito. Fuggono fra i monti e raggiungono la salvezza dopo giorni passati nascosti e spostamenti notturni.



Di Rinaldo parleremo ancora in seguito, perché l'essere sopravvissuto al disastro farà di lui un eroe in patria. Concludo con alcune considerazioni sulle conseguenze dirette della sconfitta. Gli emiri turchi passarono all'offensiva e in breve le strade già incerte dell'Anatolia divennero luoghi impraticabili per pellegrini e rinforzi crociati che non fossero eserciti. Questo portò enormi vantaggi alle città marinare italiane, le quali divennero di colpo di assoluta importanza per mantenere i contatti con i Regni d'Oltremare.

A livello politico i fatti incrinarono i tentativi diplomatici di Costantinopoli per mantenere l'equilibrio nella regione. L'unione fra le stirpi turche funzionò e la politica del dividi e controlla di Alessio subì una forte battuta d'arresto. In occidente inoltre la reputazione dei "greci" calò ai minimi storici dal 1054 (anno del Grande Scisma), e quando Boemondo venne infine liberato, nel 1103, e ritornò in Europa, attuò una politica anti-bizantina che suscitò emozioni pari quasi a quelle di una crociata. Nel 1107 attaccherà proprio l'Impero d'Oriente con l'armata appena radunata. Fatti, questi ultimi, che racconto nel ciclo letterario Il giglio e Il grifone, come avete letto (o potrete leggere) in Forgiati dalla spada e Temprati dal destino, i primi due volumi della saga.