Bayeux tapestry

Bayeux tapestry

mercoledì 26 aprile 2017

Il Saxi Latronis, da covo di "marrani" a monastero benedettino.

Fin da bambino sono sempre stato affascinato dalla misteriosa parete di mattoni incastonata sul fianco di una montagna delle mie zone. Ricordo che la, vidi per la prima volta a sette, forse otto, anni dal finestrino dell'auto ritornando da un'occasionale gita di famiglia sugli Appennini marchigiani. 
La costruzione si trova sul versante nord-occidentale del Monte Fiungo, ed è visibile dalla statale, la 77, che taglia in due la valle sottostante. Ogni volta che ho percorso quella via mi sono domandato chi diavolo avesse avuto l'idea di costruirsi una casa proprio lassù! Alle mie domande non c'era mai risposta: nessuno aveva notizie, qualcuno non ci aveva mai nemmeno fatto caso, salvo poi condividere lo stesso mio stupore.

Passò un sacco di tempo prima che riuscissi a scoprire, del tutto casualmente, che quelli sono i resti di un'abazia benedettina, e che il nome del luogo è ancora più affascinante -se possibile-  della sua collocazione: Saxi Latronis. La curiosità divenne ossessione. Cercai pubblicazioni in riviste specializzate, notizie in archivi ammuffiti, immagini satellitari. Tutto pur di sondare i misteri di quel luogo. Da ultimo, come avete visto nel video di ieri, sono partito alla sua ricerca.
Non avevo informazioni precise sul percorso da seguire. Sapevo dove poter parcheggiare e da dove iniziare l'esplorazione ma poi tutto stava alla fortuna, al sesto senso e all'orientamento con la carta. In pratica abbiamo scalato il Monte Fiungo, siamo passati due volte lungo gli stessi sentieri e abbiamo impiegato sei ore a trovarlo, questo benedetto (o benedettino!) Saxi. In realtà, conoscendo il giusto percorso, la salita fino all'eremo non richiede più di un paio di ore, anche meno. A sapercelo...  Nella cartina qui sotto trovate in ROSSO il percorso vero, in BLU quello che abbiamo effettuato noi alla ricerca del giusto sentiero. Nel cerchio rosso il sito Saxi Latronis, nel cerchio blu la centrale idroelettrica del video di ieri.
Pur avendo macinato chilometri montani aggiuntivi devo dire che ne è valsa la pena, però. Panorama e clima assolutamente stupendi. Inoltre poter ritornare a passeggiare sulle mie montagne dopo il terremoto è stato davvero rigenerante.
La storia dell'abazia inizia, a livello documentale, nel giugno del 1153 ma appare chiaro che il luogo fosse abitato dai monaci benedettini da molto prima. Il documento infatti è un atto notarile con il quale Papa Eugenio III (che morirà il mese successivo) concede diritti e usufrutti all'abate Azzo e ai suoi successori, membri del coenobii S. Benedicti de Saxo Laterone Clusinae (così nel testo). L'ultimo documento certo è invece databile intorno alla fine del '200. Dopo di che risultano solo accenni al nome del luogo, simbolicamente unito ai vari titoli dei Vescovi di Camerino

Prima di mostrarvi una serie di foto dell'esplorazione di ieri veniamo brevemente al nome. L'esatta dicitura del sito, in epoca benedettina, è Sancti Benedicti de crypta Saxi Latronis. Saxi, letteralmente "del sasso", fa riferimento alla conformazione rocciosa che affiora dalla fitta vegetazione. Infatti, da lontano, sembra proprio che un "sasso" -di immane dimensioni- sia stato scagliato contro il versante verdissimo della montagna. Latronis anch'esso genitivo singolare, in questo caso di Latro, è ancora più interessante e ci proietta in piena epoca carolingia, Dai capitolari palatini dell'impero carolingio si evince un fenomeno particolare di banditismo, quello dei Latrones. In quel periodo moltissimi contadini erano uomini liberi e sottoposti a obblighi militari su richiesta dei grandi feudatari e dell'imperatore. Essi erano armati, provvisti di equipaggiamento e di conoscenze prettamente belliche oltre che agricole. Non era anomalo che alcuni di loro perdessero le proprietà, per i motivi più vari (debiti, crimini, bandi), ma non la libertà personale. Trovandosi così a dover cercare di sopravvivere giorno per giorno privati dei canonici mezzi di sostentamento "legali". Abili con le armi, formarono quasi naturalmente delle bande, itineranti o stabili, sul modello delle masnade guerriere soggette alla chiamata del banno. Così organizzati sopravvivevano taglieggiando i viandanti, derubando i contadini e offrendosi, lontano dalle terre di origine, come sicari e mercenari. Pur non avendone prova documentale, mi sembra evidente che il nome -"del sasso (del) ladrone"- del sito sia connesso al capo di una di queste bande, installatasi lassù e in grado, così, di controllare la via sottostante, all'epoca arteria di comunicazione di notevole importanza quanto oggi. 
Smottamenti vari, non da ultimo il terremoto recente, hanno reso il sentiero impervio nonostante alcuni corrimano di fortuna costruiti fra gli alberi.

A poche centinaia di metri dai resti dell'abazia si trova, lungo il sentiero, questa petraia. Credo che sia un'area creatasi durante gli scavi per procurare le pietre poi impiegate nella costruzione del sito. 
Questo sperone di roccia segna il punto di ingresso per i ruderi. Come potete notare da qui si domina tutta la valle e le strade, antiche e moderne, che la attraversano. 
Subito dopo lo stretto sentiero di accesso i cartelli segnalanti pericoli e divieti mi impediscono di proseguire. Fate attenzione se doveste avventurarvi sopra. Io non mi sono spinto oltre.
A sinistra della costruzione principale vi era un tempo il portale. Oggi crollato. Si notano i resti in mattoni del punto di congiunzione fra l'arco d'accesso e il torrione.
L'ingresso principale era ancora visibile una quindicina di anni fa, come testimonia questa foto di repertorio trovata in un vecchio sito della Regione Marche. Il torrione non ha subito grandi mutamenti ma l'arco alla sua base non esiste piu.
Foto di repertorio.

Questa è la facciata visibile dalla strada, la vegetazione ha invaso l'interno. Doveva trattarsi della costruzione principale. 
Particolare della struttura principale. Resti di travi a sostegno della pavimentazione del piano superiore.
L'emozione di essere finalmente giunto in un luogo che per quasi trent'anni mi aveva affascinato è stata enorme, amplificata dall'aver compiuto "l'impresa" con la mia dolce metà. Lo spettacolo del panorama, poi, ha sublimato il tutto. Ottimo 25 aprile, in perfetto stile medievale.

Medievalista operativo e tattico. 
Fatta eccezione per la foto di repertorio, tutto il restante materiale viene dalla macchina fotografica del medievalista!


giovedì 20 aprile 2017

In battaglia. Finale. Poitiers 1356. Lo scontro campale.


Alba del 19 settembre 1356. 
Non è più tempo di indugi, di trattative, di manovre. Gli eserciti sono schierati e sarà l'acciaio a determinare l'esito dell'offensiva del Principe Nero.

Preparatevi Meglio legare dei lacci di cuoio nei punti in cui la maglia di ferro sborsa e tintinna.  Imbottite gli elmi, che se le spade non tagliano, i colpi comunque tramortiscono. Terrete la celata? O la smonterete per avere una visuale migliore, a discapito della sicurezza?
Un veterano con il naso mozzato vi fa spallucce e vi consiglia toglierla, che lì in mezzo è meglio vedere quel che accade, invece di illudersi di essere invulnerabili. Indica la ferita fra gli occhi, il varco dal quale tuttora respira, "avevo la celata abbassata, mica l'ho vista arrivare, quella mazzata!" ride, come se fosse una bazzecola. E forse per lui lo è davvero, ormai.
Sinistra maggiore protezione, destra maggiore visibilità. Un dubbio assolutamente amletico!



La cattura di Sir Eustache d'Ambrecicourt, avvenuta a seguito di un duello fra campioni o durante una ricognizione, segna di fatto l'inizio della battaglia. Siamo intorno alle 9 del mattino. L'armata di Francia è dispiegata in tutta la sua potenza. 
Prima o poi dovrò procurarmi un bel programma di grafica... 
I numeri, in campo, propendono a favore dei francesi. Edoardo decide di provare a ritirarsi, in buon ordine, attraverso la strada percorsa il giorno precedente. La mossa inglese non passa certo inosservata e quando la divisione di Warwick inizia la manovra di disimpegno, l'ala destra a cavallo guidata dal maresciallo Audrehem si lancia all'attacco. Contemporaneamente anche l'ala sinistra di cavalleria, guidata dall'altro maresciallo di Francia Clermont (quello dell'alterco con Chandos), carica. Di fronte hanno la battaglia (indicava uno schieramento compatto e sotto un comandante proprio) del duca di Salisbury in perfetto ordine, perciò il conestabile Gautier de Brienne decide di sua iniziativa di seguire Clermont con un forte contingente appiedato, per inserirsi nel varco che si augura aprirà la cavalleria del maresciallo.
Sono sicuro che il re di Francia, Giovanni, abbia imprecato sonoramente di quell'azzardo. Perché la sapienza con la quale ha disposto le sue truppe fa pensare a un tentativo di imitare la collaborazione arcatores-bellatores di matrice inglese. I balestrieri avrebbero dovuto impegnare gli arcieri mentre la cavalleria caricava. A Crecy si sbagliò facendo avanzare i balestrieri prima, ora invece essi rimangono indietro. L'errore tattico nasce dall'errata interpretazione degli spostamenti dei bagagli e di Warwick. Non era in atto una fuga e al contingente inglese nell'ala sinistra bastò fermarsi e girarsi per ritornare pronto allo scontro.
Per gli arcieri inglesi inizia il solito tiro al bersaglio. Colpiscono i cavalli d'infilata e ne fanno strage. Entrambe le ali francesi arrivano a contatto con gli uomini d'arme avversari scompaginate e con perdite sufficienti a vanificare la forza dell'urto.


Le due battaglie inglesi assorbono il colpo e nella furiosa mischia vengono uccisi o catturati la maggior parte dei francesi. Clermont muore, e secondo Froissart la lite con Sir Chandos ne è la ragione, e anche Brienne non trova scampo dalla furia degli anglo-guasconi. Dall'altra parte Audrehem, ferito, si dichiara prigioniero e viene condotto nelle retrovie. I superstiti fuggono disperdendosi fra il campo e la terza linea francese.

Spostiamoci verso lo schieramento francese principale. In prima linea c'è l'erede al trono di Francia Carlo, primogenito di Giovanni. Egli è il primo a portare il titolo di Delfino, derivante dalla regione del Delfinato, e così lo chiamerò nel descriverne l'azione. Dalla sua posizione, a causa del terreno irregolare, il Delfino non può avere una chiara idea dei risultati ottenuti dalle cariche di cavalleria, ciò nonostante sa che deve muoversi. Se le avanguardie hanno sfondato occorre trarne vantaggio e al contrario, qualora fossero in fase di stallo o peggio, è necessario non interrompere l'attacco.
Sia l'Araldo di Chandos che Froissart -i principali cronisti dell'evento- sono concordi nell'insistere sul valore e la tenacia della divisione del Delfino. L'impatto con la linea inglese fu quasi sul punto di comprometterne l'intero schieramento ma piano piano la forza si smorza. Viene suonata la ritirata solo quando lo stendardo del Principe scompare alla vista. La causa principale della sconfitta della prima schiera sta, soprattutto, nella conformazione del terreno favorevole agli inglesi. Lo spazio angusto costringe i francesi a attaccare scaglionati, mentre le forze di Edoardo, muovendosi lungo la linea di difesa, riescono a effettuare vari cambi di uomini sul fronte di contatto. I francesi si spossano senza sostituzioni e alla fine crollano. La ritirata della divisione del Delfino innesca un evento dal peso determinante nella vicenda. Il Duca di Orleans, a capo della seconda schiera, segue i passi della malridotta prima divisione francese e ordina ai suoi di lasciare il campo. Non c'è certezza sulle motivazioni della ritirata, occorrerebbe un approfondimento solo per questo. Sembra che il re di Francia avesse affidato altri suoi due figli al duca d'Orleans, con l'ordine di difenderne prima di tutto la vita. Se il duca aveva seguito la prima schiera, pronto a intervenire in un eventuale varco, doveva per forza aver visto che la sorte non era stata loro favorevole e forse aver deciso di seguire e scortare i rimasugli della battaglia del Delfino, proteggendo in questo modo anche l'erede al trono. 

Il re di Francia vede i due terzi della sua armata lasciare il campo e sa per certo che tutto è perduto. Ma in lui scorre sangue reale, e di coraggio ne ha da vendere. Allora raduna a sé tutti gli stendardi più sacri della sua terra e grida affinché tutti possano sentire "Avanti! Recupererò il giorno, o verrò catturato, o verrò ucciso." L'intera divisione, composta dalla élite guerriera del regno, si muove verso gli stendardi di Edoardo di Woodstock. Stavolta i balestrieri accompagnano la massa d'acciaio e vessilli che sembra un unico, gigantesco, maglio. Dall'alto della collinetta è Sir Chandos (protagonista assoluto sia prima che dopo a quanto pare) a pronunciare parole destinate a divenire immortali: egli si avvicina al Principe Nero e lo esorta "Caricate, mio signore, il giorno è vostro. Dio è con voi oggi."

Il re di Francia non si ritirerà mai, occorre attaccare, ha ragione Chandos. Edoardo da ordine a una buona parte di uomini d'arme di montare in sella e tenersi pronti. Inoltre invia il Captal de Buch con la riserva a cavallo -60 cavalieri e circa 100 balestrieri guasconi- a aggirare la schiera francese. Arcieri e balestrieri di entrambi gli schieramenti iniziano a bersagliarsi con fitti lanci, poi gli schieramenti giungono a contatto con uno stridio inimmaginabile di ferro contro ferro. E' uno scontro d'attrito, di spinte e di resistenza. Una mischia furiosa in parte simile a quella dell'odierno rubgy. Quando Edoardo sente gridare "San Giorgio e la Guyenne", urlo di battaglia del Captal, esorta i suoi e lancia l'assalto generale. E' la fine. A dare il colpo di grazia è la divisione di Warwick, dall'ala sinistra, che arriva giusto in tempo per chiudere la tenaglia intorno ai francesi. 
Gli inglesi penetrano a fondo nella schiera nemica, uccidono e catturano senza sosta mentre i francesi, allo sbando, si arrendono, fuggono o gettano la loro vita contro le lame di albione, in cerca di gloria sfuggendo la vittoria. Edoardo trova il cadavere di un nipote del cardinale di Perigord (che aveva tentato di far trovare un accordo il giorno precedente) ordina allora a due scudieri di caricarlo su uno scudo e portarlo al cardinale, come omaggio. Voleva così lavare l'affronto fattogli quando molti uomini armati dell'ecclesiastico si erano uniti al re di Francia per combattere contro di lui. Re Giovanni e suo figlio Filippo -tutta la famiglia si era portato!- resistono con valore, ma sono circondati.

Quando anche l'Orifiamma cade e il collasso delle loro forze è totale, sono costretti a gettare la spugna. Si narra che sia stato un cavaliere francese al servizio degli inglesi a chiedere, e ottenere, la loro resa. Inizia la caccia ai fuggiaschi, il massacro dei balestrieri, il balletto dei prigionieri presi e contesi fra gli inglesi assetati di riscatti. La battaglia termina a metà pomeriggio, quando Edoardo fa montare il suo padiglione cremisi al centro della spianata e lo stendardo viene issato sulla cima di un albero, per richiamare gli inseguitori dispersi nelle campagne circostanti. I numeri più sicuri, fra le iperboliche cifre delle varie cronache, indicano circa 3/4.000 vittime francesi e 400 inglesi. Come sempre sarà impossibile stabilire con certezza questi numeri. Lo spoglio della vittime inoltre fu così brutale e esteso che numerosi uomini anche illustri semplicemente scomparvero, non riuscendo alcuno a riconoscerli fra i corpi sparsi per la campagna, fra i fossati e i campi. Un anno dopo erano ancora visibili i resti di cadaveri alle porte di Poitiers e lungo le strade che separavano la cittadina dai luoghi della battaglia. 
Edoardo III d'Inghilterra e, in ginocchio, suo figlio Edoardo di Woodstock, il Principe Nero

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mercoledì 5 aprile 2017

In battaglia. Quarta parte. Poitiers 1356. La reazione francese.


Immagine di repertorio. Assedio di Aubenton da parte di John di Hainaut


Maledette le mura di Tours!

L'attacco condotto da Bartholomew de Burghersh, che tanta perizia ha dimostrato fino a questo momento, è fallito. Non poteva andare diversamente, a pensarci bene. Tours è una città grande, le sue fortificazioni ben munite, e dato che si estende su entrambe le rive della Loira è impossibile stringerla d'assedio completamente. Rinforzi e cibo entrano dalle porte a nord, mentre gli inglesi tentano da sud-est di forzare manu militare le difese. Tutto inutile. Il piano era di catturare la città e attendere l'arrivo dei rinforzi di Lancaster, in movimento rapido verso le forze di Edoardo il Principe Nero, ma sembra che occorrerà fare il contrario. All'arrivo del duca di Lancaster, attaccando dalle due sponde del fiume, la città cadrà. A quel punto il vantaggio sull'esercito del re di Francia, Giovanni II, sarà enorme.

Edoardo decide di aspettare. Per tre giorni si resta tutti in attesa, ma a giungere sono notizie che non ci volevano. I francesi, molto prima del previsto, sono giunti in vista della Loira nei pressi di Amboise, a est di Tours. Il re ha diviso le sue forze in due tronconi, e alla testa della cavalleria si è gettato in avanti distanziando il grosso dell'esercito e con questo espediente ha recuperato due giorni buoni. Adesso metà delle forze nemiche sono alle spalle degli inglesi, l'altra metà, guidata dal Delfino Carlo, sta marciando verso Tours. Lancaster ancora non si vede.
Certo che un paio di centinaia di arcieri in più farebbero comodo. Dove sarà finito, Lancaster?

Insomma, all'improvviso tutte le notizie che si riescono a ottenere dai numerosi esploratori inviati a destra e a manca sono negative. Edoardo deve rivedere la sua strategia, qualunque piano avesse avuto in mente è fallito. Un ultimo colpo di sfortuna lo subisce – in maniera magistrale, occorre dirlo – quando decide di provare a dare alle fiamme Tours con le sue macchine d'assedio. L'idea è quella di bloccare la marcia del Delfino, almeno per qualche giorno. Solo che un torrenziale acquazzone rende impossibile realizzare il progetto.

E maledetta pure la pioggia, allora!

Niente, tutto da rifare per Edoardo. La mattina del giorno 11 settembre 1356 impartisce l'ordine di smontare l'accampamento. Si parte in direzione sud, per evitare l'accerchiamento ormai imminente, e per cercare di trovare un nuovo punto di incontro con Lancaster (narra la leggenda che da quelle parti sia ancora possibile udire la voce di Edoardo che esclama: “Ma dove xxxxx è finito?”).

Giovanni II e il Delfino, salvata Tours ma vanificata la speranza di prendere i nemici fra due fuochi, si ricongiungono verso Loche. Edoardo intanto invia un grosso nucleo di esploratori verso ovest, alla ricerca di Lancaster. Il 13 settembre Edoardo è nei pressi di La Haye -oggi Descartes- ma riparte subito. A un giorno di distanza l'intera armata che gli sta dando la caccia converge verso di lui e il 14 i francesi trovano i resti del bivacco nemico proprio a La Haye.  
Fantastica ricostruzione modellistica di PaulsBolds. Nella scena siamo circa 100 anni prima di Poitiers ma quel che vorrei rendere è l'idea di un'armata in marcia. Molto bello!

Edoardo si muove in fretta verso Chatellerault, dove si attesta sperando ancora nell'arrivo dei rinforzi che invece non sono neanche lungo la via. 
In realtà Lancaster è stato fermato a Ponts-de-Cé e non riuscirà mai a congiungersi con Edoardo, questo però al momento nessuno poteva saperlo, nel contingente inglese. Giovanni II non lo insegue lungo la direttrice più breve, piuttosto segue il corso del fiume Creuse e si porta molto più a sud di Edoardo.

Notate la finezza strategica! Giovanni vuole una vittoria schiacciante, assoluta. Attaccando Edoardo a Chatellerualt da nord-est gli lascerebbe libero il lato sud-ovest, cioè in direzione delle terre fedeli alla corona d'Inghilterra verso le quali ripiegare senza dare battaglia. Per questo si muove a meridione, fino a Chauvigny, dove con facilità attraversa il fiume. Edoardo non ha più scelta, stavolta lo stanno per tagliare fuori davvero, pertanto prende l'unica decisione plausibile: spostarsi verso Chauvigny e ingaggiare battaglia. Giovanni però ha lasciato quel luogo e invece di muoversi verso nord, contro gli inglesi, si è spostato verso ovest, direzione Poitiers. Perché?
In rosso gli inglesi, in blu i francesi. Che fantasia, eh? Ho usato una carta stradale moderna, caso mai qualcuno volesse ripercorrere le strade di questa storia... 

Per due validi motivi, a mio avviso. Il primo è che un ulteriore contingente francese, senza il timore dell'arrivo del Lancaster, si è mosso per congiungersi con il re, e il luogo di incontro è proprio Poitiers. E i rinforzi non sono mai troppi. Il secondo è che spostarsi verso quel piccolo paesino gli avrebbe dato il controllo totale della strada verso Bordeaux. Edoardo infatti sta utilizzando la copertura dei fitti boschi per spostarsi, e le notizie sulla sua posizione sono poco precise; piuttosto che vedersi sgusciare via la preda fra le dita arrischiandosi in un'intercettazione azzardata, Giovanni preferisce chiudere all'avversario tutte le vie di fuga.

Ancora una volta è una schermaglia a rompere l'isolamento fra le due forze. De Grailly, il Captal de Buch al comando del contingente guascone nell'avanguardia, intercetta la retroguardia francese lungo la strada che da Savigny-Lescault porta a Poitiers. Lo scontro volge in sfavore dell'avanguardia ma piuttosto che fuggire in maniera disordinata i guasconi ripiegano con metodo verso il proprio accampamento. L'esercito inglese stava riposando quando, fra schiamazzi e cozzare di armi, compaiono i guasconi e i loro inseguitori. Ne consegue una piccola battaglia con perdite alte per entrambi gli schieramenti. Edoardo redarguisce i guasconi, ma cosa poteva fare? Erano “guasconi” già allora, irrefrenabili e arditi. Spensierati, irresponsabili ma anche maledettamente determinati e coraggiosi. Numerosi prigionieri vengono presi: Raul de Coucy, il Visconte di Breuse e il conte di Chauvigny il quale, secondo Froissart, rivela la posizione del resto dell'armata francese. Gli inglesi si ritirano nella foresta, e possiamo solo immaginare quanti disagi devono aver sopportato, e che angosce profonde possano aver turbato gli animi dei soldati, costretti nel cuore delle ancestrali dimore di fate e demoni terribili. Viene dato l'ordine di non disperdersi, di non oltrepassare – pena la morte – gli stendardi dei comandanti di battaglia.
"Come sempre: voi caricate, noi vi facciamo a pezzi." Anonimo inglese del XIV secolo

All'alba del 18 settembre gli inglesi attraversano il corso d'acqua di Moisson, nei pressi del villaggio di Nouaillé (famoso per l'omonima abbazia, allegramente saccheggiata in cerca di cibo, quella mattina). Una collina si staglia, solitaria, sul lato ovest della macchia boschiva a nord del villaggio, le forze inglesi ivi si attestano sin dal primo mattino.
                         
I francesi sono accampati a mezzo chilometro di distanza, e per quanto possa risultare incredibile, non si aspettavano di incontrare gli inglesi in quel momento, né in quel luogo. Con un solo colpo l'intera strategia, fino a quel momento vincente, di Giovanni II è andata a farsi benedire, garantendo al nemico la possibilità di controllare un terreno più elevato, ma non solo: dando pure tempo agli Inglesi di scavare un profondo fossato sul lato destro dello schieramento, dal bosco fino al piccolo insediamento di La Cardinerie –. Gli Inglesi sono a corto di rifornimenti, ma i francesi non lo sospettano.

Giovanni II dispiega la sua intera forza e il Captal de Buch ritorna al padiglione di Edoardo, informandolo che 87 stendardi sono stati contati. Ottantasette grandi nobili si stringono intorno al loro re per schiacciare i suoi nemici. Al centro, vicino agli stendardi regali, l'Orifiamma sventola gagliarda e assetata di sangue. La stringe in mano Geoffroi de Charny.
La più antica riproduzione dell'Orifiamma di Saint Denis. Si trova in una vetrata della cattedrale di Chartres

Durante la giornata del 18, oltre a continuare a trincerarsi, gli Inglesi accettano di incontrare una delegazione francese per provare a raggiungere un accordo di pace. Fa da mediatore il cardinale di Perigord, inviato dal papa con celerità da Avignone –all'epoca sede papale– per evitare il massacro. Edoardo dichiara che è disposto a restituire i prigionieri e i castelli catturati, e promette inoltre una tregua di almeno sette anni. Sembra proprio che il Principe Nero non voglia combattere, probabilmente teme che lo stallo duri più delle sue esigue scorte di cibo e pertanto cerca di smuovere la situazione. Di contro chiede in sposa (questo secondo il cronista italiano Matteo Villani) la figlia del re, pretendendo come dote l'intera contea di Enghien. Un po' troppo, per uno che voleva mostrare disponibilità a cedere il campo... Giovanni, all'idea di maritare la figlia con il Principe di Galles ovviamente oppone un rifiuto e invita il principe e 100 suoi cavalieri ad arrendersi a lui, mentre promette che tutto il resto dell'armata potrà andarsene libero, opportunamente scaglionata (altrimenti da soldati a fuorilegge il passaggio sarebbe stato brevissimo). La trattativa va avanti senza alcuna possibilità di trovare una soluzione. Addirittura alcuni cavalieri al seguito del Cardinale abbandonano il chierico e si dirigono verso l'accampamento francese, desiderosi di prendere parte allo scontro ormai imminente. È in questo momento che si svolge, stando a Froissart, il battibecco fra Chandos e Clermont che vi ho raccontato nella pagina Facebook.

Ritornato al campo Edoardo arringa arcieri e uomini d'arme. È tardi, ormai, per combattere, ma nessuno ha dubbi su cosa avverrà l'indomani, il 19, all'alba. Chi può prega, chi riesce dorme, mentre piccoli scontri si protraggono per tutta la notte. Mossi dalla fame piccoli gruppi di anglo-guasconi si avventurano nei dintorni, prontamente intercettati dagli schermidori francesi che girano come lupi intorno all'accampamento avversario. Le due armate passano la notte in formazione da battaglia, non resta che attendere l'alba per scoprire come finirà.



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giovedì 30 marzo 2017

Cinquanta sfumature d'acciaio. La spada di Pernik.

Foto di Behoram Uallas di Fortebraccio Veregrense. Rievocazione longobarda a altissimi livelli

Questa serie di articoli nasce al tavolo del mio pub preferito, The Spire a Civitanova, meglio noto come il Pabbetto. Uno dei miei luoghi "ideali" non solo perché preparano il miglior fish&chips del continente (ovviando così ai disagi post Brexit) ma anche perché si tratta di uno di quei posti dove posso andare anche da solo, certo che tanto incontrerò qualcuno che conosco con il quale passare la serata. Insomma, una versione moderna della taverna ai margini del villaggio, dove valvassini con le pezze alle ginocchia e fattori ben pasciuti sedevano allo stesso tavolaccio e si lamentavano del sire chiuso nella sua torre, in cima alla collina.

Una sera, un amico di vecchia data e rievocatore storico, si avvicina al tavolo con due pinte di rossa esclamando "Brindiamo al medievalista. Sai, dovresti fare un film, tipo: cinquanta sfumature d'acciaio!". Ho sgranato gli occhi: geniale! No, non l'idea del film, assolutamente -vi immaginate che ammattimento avere a che fare con attori che non sanno cosa sia una cuffia d'arme e però si atteggiano a novelli Orlando Furiosi?- ma il titolo. Che folgorazione! A volte capita di avere un titolo prima di un testo. E quel testo volevo proprio trovarlo, non potevo lasciarmi sfuggire un così bel gioco di parole.

La seconda folgorazione è venuta questa mattina, a mente fresca. Stavo sfogliando il catalogo di un'esposizione di reperti archeologici dell'XI secolo dopo Cristo. Fra i numerosi oggetti anche un'elsa di spada. Purtroppo il cartellino la colloca nella tipologia canonica errata. Per un attimo sono stato sul punto di scrivere al curatore della mostra per invitarlo a dare una sbirciatina a 
"The sword in the age of chivalry" di Ewart Oakeshott, ma ho evitato la polemica perché l'istante dopo mi sono tornate in mente quelle cinquanta sfumature di ignorante acciaio; ho lasciato perdere l'esposizione museale e ho pensato di scrivere di spade.

E dato che in rete si trova di tutto, o quasi, ho pensato di concentrarmi proprio sul "quasi". 

La prima spada di questa rubrica è la cosiddetta "Spada di Pernik", dal nome del luogo in cui fu ritrovata nel 1921. La lama, integra e splendidamente conservata, è databile intorno al VIII secolo dopo Cristo. Rinvenuta durante gli scavi presso la fortezza di Pernik, appartenuta -fra gli altri- al Voivoda Krakra, eroico signore feudale del Primo Impero Bulgaro.

Resistette con così tenace cocciutaggine all'aggressione bizantina che l'imperatore Basilio II (uno soprannominato lo sterminatore di bulgari -Boulgaroktonos-, tanto per dire, non certo uno abituato a trattare con i suoi nemici) lo nominerà patrikios, pur di legare a sé una così carismatica figura.



La particolarità di quest'arma è l'inscrizione sulla lama. Una serie di lettere apparentemente prive di senso. 

+IHININIHVILPIDHINIHVILPN+

Era prassi incidere lungo la scanalatura centrale nomi di costruttori (ne parleremo meglio nei prossimi aggiornamenti, di questo), preghiere, invocazioni, patronimici ecc. ecc. Quella qui sopra però è stata a lungo un enigma senza apparente soluzione finché nel 2005 un team di filologici dell'università di Sofia, Bulgaria, guidato dalla Dott.ssa Emilia Dentschewa ha proposto la seguente interpretazione. Utilizzando un sistema di scomposizione in singoli lemmi, coerenti, in lingua Alto Tedesco Antico, si è ottenuto un pool di parole di senso compiuto. Separandole l'una dall'altra si è arrivati a questa forma 

IH / INI / NI / hVIL / PIDH / INI / hVIL / PN
Io / dal profondo / non / il tempo / aspettare - dal profondo / il tempo / sono

Volendo tradurre in maniera più libera, questo è il senso dell'incisione.

Io (dal profondo) non aspetto il tempo, io (dal profondo) sono il tempo

Il rafforzativo "dal profondo", due volte ripetuto, trova difficile collocazione nella forma di traduzione attuale. Essendo un mantra guerriero la parola INI doveva servire a infondere ancora di più il concetto di eternità espresso dalla lama, evocando qualcosa di viscerale. D'altronde, essa appartiene a un uomo che non siede a aspettare gli eventi, ma che fa sì che essi accadano. Egli non appartiene allo scorrere del tempo, lo domina.
La spada, conservata oggi presso il museo archeologico di Sofia, Bulgaria
Ora viene la parte più misteriosa, e quindi anche la più affascinante: l'Alto Tedesco Antico è una delle lingue che si presume parlassero i Longobardi, e dato che nel VIII secolo dopo Cristo essi erano saldamente stanziati in Italia, pensate che viaggio deve aver compiuto quest'arma... Sarà stata parte di un bottino di guerra? Di una dote matrimoniale? Oppure apparteneva a un guerriero che vendeva la sua abilità al miglior offerente, impegnato per contratto nell'area balcanica dove poi l'arma rimase? Interrogativi di difficile soluzione, purtroppo, ma capaci di emozionare.  
Behoram Uallas dell'associazione Fortebraccio Veregrense
Ho terminato l'articolo seduto al solito tavolo di legno del solito pub, credo che festeggerò con un sorso di Irish Mist. Sto pensando che nei prossimi articoli alzerò la posta, voglio abbinare alla spada che descriverò un personaggio noto. Magari parlerò di Arduino d'Ivrea, vedremo. Sta entrando qualcuno che conosco, un appassionato di cavalli. Lo saluto e lo invito a sedere, chissà che non porti anche lui un’ispirazione di quelle irresistibili? 

mercoledì 22 marzo 2017

In battaglia. Terza parte. Poitiers 1356. Il raid inglese.

Preparatevi, è giunto il momento di scendere in battaglia!

Ho scelto per l'occasione la Battaglia di Poitiers, quella del 1356, perché nell'antefatto e nello svolgimento della stessa vi è di tutto: scontri fra avanguardie, assedi nello stile che piace tanto a Hollywood, proposte di singolar tenzone... Insomma, condensa in maniera perfetta quanto vi ho raccontato fino a oggi nei precedenti articoli (vedi Parte 1 e Parte 2). Inoltre il fatto d'arme è diretta conseguenza di una chevauchée, una spedizione di distruzione e saccheggio in grande stile, proprio quel genere di strategia bellica squisitamente feudale di cui parlavamo e che trovate anche nell'incipit di Forgiati dalla spada.
Un assedio di quelli a modo: lavoro di mina, breccia, assalto. Quelli che mandano gli sceneggiatori in brodo di giuggiole!
Siete in Francia. O meglio, nella porzione di terra comprendente Aquitania e Poitou (oggi Nuova Aquitania), che appartiene solo geograficamente alla Francia, in quel tempo invece solido dominio inglese. Il 19 giugno è arrivato dall'Inghilterra il conte di Stafford, con rinforzi e ordini per il Principe di Galles, Edoardo di Woodstock: muoversi quanto prima contro il regno di Francia. Intanto il re si sta organizzando per venire di persona con un esercito. Stessi ordini sono arrivati al duca di Lancaster, Henry di Grosmont (Il primo a portare tale titolo) e egli ha già dato avvio alla sua spedizione, fra Bretagna e Normandia. 
Edoardo di Woodstock in versione figurina Panini. A,bo "La guerra dei cent'anni - Stagione '46 - '56"
Al seguito di Edoardo, che diverrà noto poi come il Principe Nero, siete partiti da Rocheouart, luogo di assembramento delle forze anglo-guascone: la spedizione conta una forza piccola ma determinata di inglesi, gallesi, guasconi e abitanti dei Pirenei. Tutta gente avvezza a menare le mani, senza alcun timore di sporcarle con il sangue di nemici e innocenti. Non c'è un supporto strategico preciso, si tratta di una lunga marcia, veloce quel tanto che basta per conseguire quanti più risultati possibile nell'immediato, e se si presenterà l'occasione ci si congiungerà a nord con l'armata del Lancaster e quella del re per ottenere un bel colpaccio tipo Crecy, dieci anni prima.

State marciando, insieme a qualche migliaio di uomini, diverse centinaia di donne (necessarie per tutte le esigenze della truppa) e un numero sconfinato di animali. Siete un'armata ma l'aspetto di ogni esercito in marcia doveva essere più simile a quello di un circo, variegato e dagli innumerevoli figuranti, non solo combattenti in perfetta tenuta (perfino gli eserciti napoleonici non erano quella gran parata di blu che si è portati a credere, dopo le prime settimana di campagna: i vestiti si logoravano, i berretti si perdevano, le barbe crescevano ecc. ecc.). Ogni volta che vi accampate la zona circostante diviene una latrina a cielo aperto, non c'è tempo di scavare fossati. E si mangia discretamente solo nei due, tre pasti a seguire la cattura di un villaggio o il saccheggio di un borgo fortificato -quando va bene- perché poi la logistica lascia ancora molto a desiderare e i pochi elementi che si riescono a trasportare senza rischio di deperimento sono farine, ghiande, bacche e carne salata. La carne salata finisce sempre troppo presto, inoltre. E' difficile fare economia sul lungo termine, troppi fattori in ballo, troppo scarsi i mezzi di gestione. Se avete trovato del pane, sotto i giacigli di quella famiglia di contadini che vi ha "gentilmente e spontaneamente" aperto la porta di casa per frugare, questa mattina, tenetelo nascosto fra il gambeson e la tunica, sarà meglio!
Il sacco di Vierzon. Opera di Graham Turner. Potete ammirare i suoi splendidi lavori nel sito Studio 88.
Dopo alcuni giorni appare chiaro che a conti fatti la grande cavalcata ha prodotto più danni ai nemici, che guadagni a voi. Per muovervi velocemente -adesso vi dico perché avete tanta fretta- avete dovuto rinunciare a un bel po' di bottino. Soprattutto tutta quella bella robina trovata a Vierzon, il 26 agosto. La città, abbandonata dagli abitanti, è stata a vostra completa disposizione e l'avete spogliata di tutto, e per due giorni avete marciato con estrema lentezza per via dell'ingente tesoro trafugato; poi, all'improvviso, la sera del 28 il principe Edoardo ha dato un ordine contrario alle aspettative: lasciare tutto il superfluo e mettersi in cammino. Ha ricevuto notizie che hanno messo una gran fretta a tutti; mentre i suoi subalterni non nascondono una certa ansia, lui comunque appare sempre tranquillo. Eccolo là che controlla e incita i suoi mastini ogni volta che serve, dando l'esempio e senza risparmiarsi. La sensazione è che Edoardo sappia esattamente cosa fare. Lo chiamano "il cavaliere perfetto", no? Ci sarà un motivo... O almeno si spera.
Nel cerchio la città di Vierzon. 
Ma cosa è accaduto? Il fatto è che la cavalcata del Duca di Lancaster, al nord, è stata rapida, rapidissima. Quasi un giro per rifornire fortezze e cittadelle leali, con poco danno al territorio e ancor meno possibilità di intercettazione da parte dei francesi. Al sud invece, dove siete voi, c'è il Principe in persona che fa le cose per bene, assedia e saccheggia con furia inaudita. Sconfiggere il rampollo di re Edoardo III (la cui spedizione è stata rinviata) fa venire l'acquolina in bocca; inoltre il prestigio vuole che qualcosa si faccia e visto che la sua colonna è la più lenta mettere lui al centro della controffensiva diviene la scelta più sensata. Sistemate alla meglio le cose in Normandia, il re di Francia si organizza e fa adunare le armate nei pressi di Chartres.
Edoardo scopre questi piani poco dopo il saccheggio di Vierzon, il 28 mattina secondo il cronista Froissart; evento che a conti fatti rappresenta il punto di svolta della campagna. Un gruppo di ricognizione inglese quel giorno incappò casualmente in una forza di esploratori francesi, nei pressi del fiume Cher. Lo scontro dovette somigliare a una sorta di rissa fra tifoserie, piuttosto che a una battaglia. Dalla scaramuccia emergono vincitori gli anglo-guasconi e i prigionieri presi raccontano parte delle intenzioni francesi: il grosso delle forze nemiche si sta muovendo per intercettare gli incursori . C'è la Loira che separa le due armate, e i punti di attraversamento non sono molti. Manovrando con celerità Edoardo potrebbe bloccare il principale, a Tours, indicato anche dai prigionieri. A Tours, controllando gli attraversamenti, si potrebbe anche dare battaglia, e Edoardo è ambizioso. Decide di procedere verso la città e prenderla con la forza. Inoltre invia dei messaggeri al Duca di Lancaster, cercando di coordinare i movimenti delle due armate e convergere nello stesso momento presso Tours, raddoppiando così le forze disponibili. 
All'epoca, come oggi, Tours era un punto di attraversamento della Loira importantissimo.
Non fosse che una forza di almeno trecento "lance" -e per ogni lancia dobbiamo presumere in media tre/quattro combattenti di varia tipologia- al comando di Jean de Boucicault (il padre di Jean II, comandante a Agincourt) e Amaury de Craon, il 31 agosto ha attraversato in gran fretta il fiume e senza una ricognizione, senza sapere quanto siano distanti da loro le forze alleate e il grosso delle forze nemiche, ha deciso di caricare a testa bassa l'avanguardia guascona di Edoardo. Solo che lo fanno alla "francese": come tori impazziti, senza il minimo senso tattico. Un rullo compressore di carne e acciaio che, pur impressionante, è rumoroso e difficilmente manovrabile una volta lanciato. Raccontano le cronache che gli inglesi udito il rumore tremendo dei nemici in avvicinamento, si siano schierati -rigorosamente a piedi- per affrontarli e vedendoli arrivare, una massa compatta come un bolo mal digerito, più d'uno deve aver pensato di essere giunto alla fine della propria vita. Ricordate? Ci siete anche voi li in mezzo ai soldati appiedati... Riuscite a immaginare quel muro d'acciaio a dorso di destrieri che viene verso di voi implacabile come una tempesta? Roba da farsela addosso! Arriva però l'ordine di aprire i ranghi, di spostarsi dal percorso d'attacco. Vi togliete dalla strada, titubanti. Funzionerà? Per vostra fortuna funziona, eccome: i francesi vi passano davanti inarrestabili come un treno ma, appunto, proprio come un convoglio ferroviario sono bloccati sui "binari" della direttrice di carica. Terrificante, potete sentire lo spostamento d'aria, quasi un risucchio implacabile, ma di effetti negativi poco o niente. Non era possibile modificare la direzione verso la quale puntavano. Adesso che hanno perso lo slancio è il caso di afferrare lance, asce e coltelli e cominciare il lavoro di macelleria. Veloci, finché sono ancora storditi dall'aver impattato sul niente. Ne fate fuori la metà, aggirandovi fra i cavalli, tirandoli giù dalle selle e infilzando a destra a manca senza sosta. E nel mentre ecco arrivare il grosso della vostra armata. Se anche l'armata nemica fosse stata nei paraggi si sarebbe combattuta una battaglia campale. Ma i francesi sono lontani (non lontanissimi) e prudentemente Boucicault e Amaury fuggono con i sopravvissuti nel vicino castello di Romorantin.
L'attuale Castello de Muolin, databile in questa forma a partire dalla fine del '400. Si nota il perimetro della fortezza precedente, dove fuggirono Boucicault e Amaury con la coda fra le gambe.
Ecco, abbiamo visto uno scontro fra avanguardie, prodromo -spesso, non sempre- di una battaglia più grande. Adesso andiamo a vedere, a causa della testardaggine di Edoardo, un assedio di quelli tosti. Non ci sarebbe tempo da perdere ma il Principe Nero non vuole lasciare una forza consistente di avversari in grado di prenderlo alle spalle. Di far cadere la piazzaforte per fame non c'è modo. Preparate scale, arpioni, badili e picconi. Si assalta. 

Ecco la descrizione fatta dal cronista Froissart.



Preso il castello, ci si dirige verso Tours. Una corsa contro il tempo, nella speranza che Lancaster sia giunto anch'egli nei pressi della città. Nessuno può immaginare quello che sta per accadere... Alla prossima puntata!

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venerdì 10 marzo 2017

Alla corte di Filippa


Viaggiare! Basta scorrere qua e là il blog e la pagina facebook collegata per scoprire che adoro muovermi in lungo e in largo alla scoperta del passato. Sabato 4 marzo ho radunato un eterogeneo gruppo di esploratori e amici e siamo partiti alla volta del castello di Naro, in provincia di Pesaro-Urbino. Invitato dalla proprietaria, la gentilissima signora castellana Francesca, ho potuto constatare di persona i lavori di restauro che hanno ridato dignità a questa rocca che vanta, stando alle cronache, millecinquecento anni di vita. 



Fino al 1998 si presentava infatti più o meno così. Poi l'inizio dei restauri, che oltre a consolidare le mura hanno permesso di rendere più agevole l'accesso alla ripida rupe sulla quale la fortezza si incastona come un gioiello. 


La foto è del 1990, presa da una rivista turistica.


Di più incerta datazione, ma sempre periodo pre-restauri.

Guardate ora che differenza!






Come avrete notato nell'aspetto attuale ben poco di medievale si è conservato ma questo non è certo da ascrivere all'ultimo cantiere innalzato in loco. In realtà, come per quasi la totalità delle opere costruttive del passato, il sito ha subito numerose trasformazioni nel corso dei secoli. L'impianto perimetrale delle mura e delle costruzioni abitative a ridosso della possente torre baronale, della quale si notano i contorni in questa foto, sono ancora identificabili (si è voluto mantenere il perimetro delle costruzioni, pur dovendo livellare le mura ormai quasi del tutto crollate) e si possono datare intorno alla metà del duecento. Sono stati sondati e riportati alla luce ben 28 ambienti abitativi ai piedi della rocca vera e propria. Osservate i particolari murari che sono stati portati alla luce, li ho cerchiati in rosso nella foto aerea (presa da google... Ancora non mi sono procurato il drone, figuratevi un aereo!)



Questo sviluppo edilizio, quasi urbano, è davvero molto interessante, soprattutto perché va a datarsi nell'epoca degli scontri con il comune di Cagli, fra il XII e il XIII secolo e mi sono fatto l'idea che ci si trovi dinnanzi a un proto-borgo. Una sorta di embrione cittadino che non si è mai sviluppato, proprio a causa delle ingerenze, infine vittoriose, della vicina città che smaniava di mettere le mani sulle fortezza sparse qua e là. In quel periodo infatti i comuni vincono la loro battaglia secolare contro le campagne: assoggettano i nobili, li blandiscono o li costringono con la forza a chinare il capo di fronte ai Boni Homines che governano dentro le turrite città. Molti si trasferiscono, alcuni tentano di resistere, ma bene o male, in tutto il territorio dell'Italia centro-settentrionale, il destino delle piccole famiglie di feudatari è segnato. Naro non fa eccezione, e mi da conferma di questa ipotesi il fatto che coesistano tuttora due entità che sono andate visibilmente scindendosi nel tempo: sopra la torre-fortezza che si è trasformata in un palazzo signorile, e di contorno a essa il borgo il quale, dopo aver conosciuto un momento di grande sviluppo e aver attratto entro le sue mura i contadini del luogo, cessa di svilupparsi e rimane così come era nel momento di massimo sviluppo. Alcuni ambienti sono stati addirittura scavati nella roccia calcarea del colle, segno della volontà di andare ben oltre la provvisorietà. 

Durante il giro del perimetro esterno ho anche provato a immaginare la funzione di alcuni degli ambienti -più un gioco che una seria ispezione archeologica che non mi sarei potuto permettere- e, aiutato dai recenti ricordi del castello di Urquhart, Scozia, ho voluto vedere in queste poche pietre una piccionaia.


Qui stavo invocando il Signore dei Piccioni, o forse mi stavano lanciando un fagotto dal castello. Non ricordo.
Qui sotto la piccionaia del castello di Urquarth. C'è una discreta somiglianza architettonica, se ci fate caso. O forse è solo che mi manca la Scozia e quindi la vedo ovunque... 


Ipotesi ricostruttiva della piccionaia di Urquhart. Pannelli semplici e funzionali, ce ne sono ovunque nei siti storici scozzesi.



La struttura principale invece, l'antica torre dei signori di Naro, si nota appena, inglobata da lavori cinque-seicenteschi atti a rendere più confortevole la vita dei proprietari, a discapito della funzione difensiva originaria, più spartana e scomoda (i gusti cambiano nel corso dei secoli, al pari delle esigenze). 




Se in qualche modo la vista dei resti del mastio sa ancora emozionare, un vero medievalista non può rimanere indifferente alla perfezione medievale del portale d'ingresso al cortile interno. L'arco ogivale dell'antico accesso alla struttura è rimasto integro, e sembra sfidare i secoli con la spavalderia di una porta che ne ha viste di tutti i colori ed è ancora in piedi. Ecco come appariva prima che venisse riportato al giusto splendore.


Bellissimo anche così, non trovate?
E qui sotto l'aspetto attuale. Quella mattina c'era un vento così forte che per richiudere il portale è stato necessario puntellarlo con una spessa trave... Non vi dico che mentre aiutavo nell'operazione, per un fugace istante, mi era sembrato di essere stato catapultato indietro di ottocento anni, durante uno dei tanti assedi che questo ingresso ha dovuto sostenere. Emozionante!


Si ci fate caso, subito dietro l'anta, si nota la trave di rinforzo di cui vi dicevo. 






La visita è poi proseguita all'interno della struttura ricettiva, oggi a disposizione per meeting, banchetti, matrimoni e qualsiasi cosa vi venga in mente si possa fare in un castello completamente ristrutturato. Anche pernottare, visto che le antiche stanze sono ora diventate delle camere da letto confortevoli. 
Salottino, in fondo, nell'altra stanza, ricca biblioteca.

Si vede benissimo che stavo valutando di tuffarmi...

Il cortile interno dell'antica torre castellana.

Il castello di Naro vi aspetta per essere visitato, una meraviglia riportata a nuovi, strabilianti splendori incastonata nelle gole delle alte Marche. Magari fate un giro presso la Gola del Furlo, e scrivetemi in privato per farvi consigliare uno dei migliori ristoranti del pianeta (dove ovviamente io e la masnada del medievalista, abbiamo banchettato alla grande!)

Ah, dimenticavo. Ma chi è la Filippa del titolo? Ve lo racconterò la prossima volta, perché merita un aggiornamento tutto per lei -e per il suo indomito spirito-. A presto