Bayeux tapestry

Bayeux tapestry

venerdì 11 agosto 2017

Gente di fama, gente di taverna.

Le taverne e i giochi dalla parole di alcuni Giganti del passato.

"Mangiato che ho, ritorno nell'hosteria: quivi è l'hoste, per l'ordinario, un beccaio, un mugnaio, dua fornaciai. Con questi io m'ingaglioffo per tutto dí giuocando a cricca, a trich-trach, e poi dove nascono mille contese e infiniti dispetti di parole iniuriose; e il più delle volte si combatte un quattrino, e siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano. Cosí, rinvolto in tra questi pidocchi, traggo el cervello di muffa, e sfogo questa malignità di questa mia sorta, sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la se ne vergognassi."

Machiavelli, lettera XI a Francesco Vettori, Magnifico ambasciatore fiorentino presso il Sommo Pontefice, proprio benefattore. In Roma

Quale vivida immagine di un'osteria, una bettola dove bere e giocare d'azzardo! Il Machiavelli bestemmia e sbraita come un qualsiasi popolano, salvo poi, nel resto della lettera che vi invito a leggere tutta https://it.wikisource.org/…/…/Lettera_XI_a_Francesco_Vettori
fare ritorno a casa e si immerge "nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio"




"Tre cose solamente m’ènno in grado,
le quali posso non ben ben fornire,
cioè la donna, la taverna e ’l dado:
queste mi fanno ’l cuor lieto sentire."

(Cecco Angiolieri, sonetto 87)





"Quando si parte il gioco de la zara,
colui che perde si riman dolente,
repetendo le volte, e tristo impara;

con l’altro se ne va tutta la gente;
qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
e qual dallato li si reca a mente;

el non s’arresta, e questo e quello intende;
a cui porge la man, più non fa pressa;
e così da la calca si difende.

Tal era io in quella turba spessa,
volgendo a loro, e qua e là, la faccia,
e promettendo mi sciogliea da essa."

(Dante Alighieri, Divina Commedia, Purgatorio VI vv. 1-12)


Non esistono regole univoche per il gioco della Zara, l'unico punto in comune era l'utilizzo dei dadi. A volte il banco assegnava dei numeri ai giocatori riuniti al tavolo e lanciava due o tre dadi: se il numero uscito era quello di uno dei giocatori egli vinceva la posta, altrimenti tutti pagavano al banco. Un'altra versione prevedeva la chiamata del numero prima del lancio, e la vittoria di un equivalente di posta pari al numero scelto.

venerdì 4 agosto 2017

Straniere genti, straniere lingue.


Come (finalmente!) gli studi attuali stanno dimostrando, viaggiare nel medioevo era un'esigenza ben più diffusa di quello che si era portati a credere in passato. Questo non significa che spostarsi per lunghissime distanze fosse agevole e come abbiamo visto nei giorni precedenti nella pagina facebook di inconvenienti ve n'erano eccome e oggi vi parlo di una di queste problematiche. 

Facendo ricerche per i miei romanzi mi sono imbattuto in uno dei problemi maggiori che un viaggiatore del medioevo era costretto ad affrontare: la lingua.
Noio volevam savoir... Ed è subito storia! 

Ieri come oggi il primo ostacolo nell'affrontare una terra straniera sta nel comprenderne il linguaggio. A partire dalle esigenze più basilari -e fondamentali- quali mangiare, dormire, bere, trovare un bagno, in un luogo del quale ci sfugge l'idioma tutto diventa più complicato. In tempi moderni si è ovviato con l'inglese. Dalla fine dell'ottocento la lingua di Albione è, a tutti gli effetti, divenuta lingua del mondo.

Nel medioevo vi erano tre lingue, per così dire, internazionali: il latino, il greco e l'arabo. Il latino era la lingua ufficiale della Chiesa e dei dotti d'Europa, ma ciò non toglie che parole di uso comune facevano parte delle principali derive dialettali d'Europa. Molti dei riti sacri alla cristianità fanno riferimento alle cose di tutti i giorni. In fondo i preti, nelle orazioni in latino, parlavano spesso di quotidianità: di lavoro della terra, di servi, signori, remissione dei peccati. Di vino e di pane. Chiedere "PANEM" in Brabante o in Puglia avrebbe portato sicuramente allo stesso risultato (una pedata o una pagnotta, a seconda dell'umore altrui). Lo sviluppo etimologico di alcune parole dimostra le origini comuni delle stesse, e dunque la loro omogenea diffusione.
La suddivisione politica corrispondeva, grossomodo, a quella linguistica agli inizi del XI secolo
Parlare greco, viaggiando attraverso la medio-bassa penisola balcanica (soprattutto le coste adriatiche) e le aree costiere del Medio Oriente, permetteva di essere compresi da una più ampia fascia di popolazione di quanta ne permettesse il latino nell'entroterra europeo, per quanto le lingue slave fossero preponderanti. Allo stesso modo l'arabo, a partire dal VII secolo, seguì le conquiste dei fedeli di Maometto; sostituì gran parte delle lingue precedenti in tutte le nuove aree di influenza musulmana e quindi dalla Spagna, alla Sicilia fino alla Terra Santa e oltre un viaggiatore come Ibn Battuta (di cui parlerò più approfonditamente) poteva farsi comprendere senza grandi problemi.

Tutto questo però non tiene conto dello svilupparsi delle centinaia di lingue volgari, a volte differenti in maniera sostanziale anche fra località divise da una collina particolarmente aspra ma fondamentalmente vicinissime. I numerosi dialetti locali ancora oggi caratteristici sono tutti sviluppi dell'impoverimento dialettico dei secoli successivi alla fine della romanità. In questi casi, per un uomo del popolo scarsamente avvezzo perfino alla lingua "ufficiale" della proprio terra, poteva essere complesso spostarsi da un luogo all'altro. A meno che non fosse un bandito, nel senso ampio del termine, un vagabondo (per malattia, delitto o altro) le soluzioni adottate per ovviare al problema del farsi comprendere erano diverse.
"Scusate, qualcuno parla la mia lingua?" 
In primo luogo si cercava sempre di partire in compagnia perché viaggiare soli, nel medioevo, non era né sicuro, né visto di buon occhio. Possiamo immaginare l'organizzarsi in luoghi precisi di veri e propri gruppi di viaggiatori, molto simili a quelli delle famose carovane del far west, guidate da esperte guide pratiche di strade e lingue grazie alla lunga esperienza.

Oppure si poteva approfittare di qualcuno, per esempio mercanti abituali che due, tre volte all'anno si ritrovavano alla fiera locale (del paese o dell'abazia vicina) e farsi insegnare almeno le basi da loro. Non è certo fantasia immaginare che dietro una qualche forma di compenso un mercante bilingue potesse istruire alla meglio chi facesse domanda in previsione di un viaggio.

Per i più abbienti c'era la possibilità di consultare, o portarne una copia con sé, dei veri e propri frasari di lingua straniera. Uno dei più famosi è il Dialoghi in antico tedesco ma non è l'unico e la sua semplicità di utilizzo fa pensare che fossero di utilizzo alquanto comune. In esso sono contenute alcune delle espressioni di più comune utilizzo "Ho fame" "Dove posso alloggiare?" "Portatemi la mia roba, parto." e così via tradotte dal latino al tedesco del X secolo.
Tratto dal Altdeutsche Gesprache.  Guardate che meraviglia!!! 

Inoltre abbiamo notizia documentale di mappe accurate (sempre in relazione allo sviluppo delle scienze geografiche del tempo): più che altro erano sequenze di nomi con distanze non in scala.

Ma c'era un'altra via per farsi comprendere, e per parlarne occorre scomodare niente meno che il famoso TRIVIUM, ossia le tre discipline filosofico/letterarie che permeano la cultura degli anni di Mezzo. Esso era composto da Grammatica, Dialettica e Retorica. E se le prime due avevano delle codifiche ben precise, possiamo dire universali, la Retorica è quella che si prestava a diverse sfumature interpretative. In essa infatti rientra anche il saper parlare in pubblico, il gesticolare e il mimare situazioni ed emozioni. Bernardo di Chiaravalle incantava le folle anche in paesi che non comprendevano le sue parole, grazie alla mimica trascinante, esplicativa. Ancora oggi siamo noi italiani i campioni del farci capire a gesti, e non poche battute all'estero si concentrano sul nostro modo di parlare molto teatrale.

Un esempio eccellente? Cristoforo Colombo annota nel suo diario di bordo, più volte, che fu solo grazie "alla lingua dei segni" che riuscì a farsi capire dagli abitanti del nuovo continente, l'America.

Parlando di mimica dobbiamo tenere presente, inoltre, che nei monasteri per osservare quanto più possibile il silenzio portatore di pace interiore e riflessione, si svilupparono dei linguaggi dei segni che trascesero la funzione iniziale e divennero utili ai laici che ne venivano edotti, per farsi comprendere nei viaggi -soprattutto di pellegrinaggio- ove erano contemplate soste in strutture sacre lungo la via.

Nelle Costituzioni del 1080 a integrazione della Regola di San Benedetto viene descritto il segno per il pane: fare un cerchio unendo pollici e indici delle mani! 

Se ci pensate bene non si nota una grande differenza con il presente. Allora, come oggi, alcuni apprendevano le lingue per pratica, vivendo direttamente in luoghi lontani da casa. Tutti gli altri si adattavano, in un modo o nell'altro, con ingegno e fantasia. 





giovedì 3 agosto 2017

Donne guerriere vol 1


Nel medioevo le donne erano tutte frustrate (e spesso proprio frustate), soggette al controllo dei maschi della famiglia. Tutte!

Era davvero così? No, non esattamente. La storia non è fatta di estremi, le vicende e le vite degli uomini del passato non sono state nere o bianche e, anzi, ritengo più corretto parlare dei singoli casi ogni volta che se ne ha l'opportunità cercando di non generalizzare. Per esempio vi sono notevoli eccezioni alle parole di cui sopra; talmente tante che qualcuna, non me ne vogliate, rimarrà di sicuro esclusa nel corso di questi giorni dedicati alla figura della donna nel medioevo. Mi farò perdonare tornando in seguito sull'argomento.



Æthelflæd, Signora del regno di Mercia (uno dei numerosi regni anglosassoni nei quali era divisa l'Inghilterra fra il VI e il XI secolo). Visse nei turbolenti anni delle invasioni nordiche delle isole britanniche, alla fine del nono secolo. Figlia maggiore di Alfredo il Grande alla sua morte fu vittima di un "complotto del silenzio" ordito dal fratello Edoardo detto il Vecchio per invidia e convenienza politica. Pensate che mentre nelle cronache anglosassoni si accenna a lei solo "come sorella di Edoardo" le cronache del Ulster parlano di "famosissima regina Saxonum" e allo stesso modo le fonti gallesi. Anche i successivi cronisti normanni parlano di lei in toni grandiosi. John di Worcester dice che fu "La luce dei suoi sudditi, il terrore dei suoi nemici, una donna di grandissima anima."

Æthelflæd nacque intorno al 870 d.C.
A 15 anni, mentre si recava verso le terre del futuro sposo, il conte di Mercia Æthelred, il suo corteo venne attaccato da una nutrita banda di nemici (presumibilmente di stirpe norrena). Lei organizzò la difesa dei sopravvissuti e riuscì a mettere in fuga gli attaccanti. Alla morte del marito, nel 911, assunse la guida del suo popolo di adozione e come governante della Mercia organizzò i suoi sudditi di stirpe sassone contro gli invasori danesi, ormai affacciatisi sulla scena politica inglese con tutta la loro potenzialità dopo i primi anni di sporadiche incursioni. Ricostruì fortezze, preparò spedizioni militari e, sembra -ma qui la leggenda si mescola alla realtà storica- che durante la Battaglia di Corbridge (vi sono due date contese: 914 e 918 d.C.) abbia guidato lei stessa uno dei contingenti al servizio del re degli Scoti Causantin MacAeda contro il sovrano della Northumbria norrena e dell'isola di Man, Rögnvaldr. Alla sua morte, nel 918, per un breve periodo fu la figlia Ælfwynn a prendere il potere ma senza il polso della madre -e l'amore incondizionato del suo popolo- lo zio Edoardo la depose senza molti riguardi l'anno successivo, chiudendo di fatto il minuscolo ma glorioso capitolo delle "Signore di Mercia".




Freydís Eiríksdóttir, figlia di Erik il Rosso (le mele non cadono mai troppo lontano dall'albero, direi).Sappiamo di lei solo grazie alle due saghe del Vinland. I resoconti però sono molto differenti.
Nella Saga di Erik viene descritte come una donna combattiva. Rimasta isolata durante un attacco degli Skraeling (La parola descrive genericamente gli abitanti della Groenlandia e dell'America del Nord, il suo significato è "barbari". In questo caso si ipotizza fossero i Dorset, antenati degli Inuit) si scoprì il seno e iniziò a battersi il petto con il piatto di una spada, terrorizzando i nemici.
Nella Saga dei Groenlandesi invece partì con altri due soci per una scorribanda nel Vinland. Avevano stabilito di portare un numero pari di uomini ma lei ne assunse molti di più degli altri due armatori e li tradì una volta giunti nel Vinland. In questa narrazione Freydís è spregiudicata come un qualsiasi capo vichingo tradizionalmente uomo. Ritornata in patria il suo misfatto venne scoperto ma non vi fu una punizione per lei.
Qualunque sia la verità, posto che entrambe le storie possono essere comunque fasulle in parte o completamente, Freydís incarna un'idea di donna fuori dal comune a tal punto da aver meritato menzione in due narrazioni differenti.




«C'è...da stupirsi del rapporto fra me e te: io sono come una donna senza figli, ristretta su un colle di terra, priva di qualsiasi soccorso, mentre tu sei re d'un territorio che ci vuole mezzo mese a percorrere, hai eserciti di cui è piena la terra, tesori, denari, fidi consiglieri. Questo tuo soffermarti ad assediarmi ti ha preso e distratto dai tuoi più alti affari politici. Io ti ho arrecato maggiori danni di quanti tu ne hai arrecato a me, ti ho inflitto perdite maggiori di quante tu a me...Ora non dispero di averti un giorno nelle mie mani, sinché mi resta fiato in corpo. Ti combatterò e ti tenderò insidie sino alla consumazione di ogni provvista in questa rocca, e sino a che i miei difensori non ce la facciano più»

Sicilia, anno del Signore 1223.

A pronunciare queste parole è la figlia di Muhammad ibn Abbad, morto l'anno precedente nella lotta contro l'imperatore Federico II. Di lei non conosciamo quasi nulla e la sua storia-leggenda ci è nota solo attraverso le parole di un cantore andaluso del XIV secolo. Chiusa nella fortezza di Entella, resistette dal 1222 al 1223 all'assedio delle forze cristiane, decise a porre termine alla indipendenza dell'ultima enclave musulmana di Sicilia. A seguito di un inganno riuscì a catturare 300 cavalieri di Federico. Li uccise tutti e fece appendere le loro teste ai contrafforti del massiccio roccioso dove era asserragliata. Quando infine ogni resistenza divenne vana si suicidò per non cadere nelle mani dei suoi nemici.

Più leggenda che storia, resta comunque di grande interesse il fatto che proprio fonti musulmane medievali abbiano esaltato la figura di questa virago indomita e terribile.

Elaborazione grafica da
 The Art of Gambargin



venerdì 28 luglio 2017

Apocalypsis Nunc. Finale.


Matilde non ricordava più da quanto tempo correva. Aveva iniziato presto, all’alba del secondo giorno che aveva trascorso nascosta. Si era avvicinata a un ruscello per bere, vinta dalla sete. Mentre se ne stava piegata sull’argine un rumore le aveva fatto alzare la testa.
Allora aveva visto il nemico, l’aveva guardato per la prima volta e trovata orrenda la carnagione scura puntellata di macchie nere, grandi come lenticchie, che gli sporcavano gli zigomi. Indossava una tunica chiara, tenuta stretta in vita da una cintura borchiata. Sotto di essa, fra le pieghe della veste, si intravedeva un corpetto rigido molto scuro. Una corazza di pelle o qualcosa del genere.
L’uomo aveva appoggiato lo scudo e la lancia a terra. La punta di ferro dell’arma era incrostata di una sostanza color vino ma brillava comunque, fra i riflessi del sole sull’acqua.
Il saraceno si portò l’acqua al volto un paio di volte, poi si lavò con metodo gli avambracci.
Cantilenava qualcosa nella sua lingua e teneva gli occhi chiusi. Con le ginocchia piegate, unite fra loro, rimase fermo per qualche istante, le palpebre abbassate, il volto sereno rivolto nella direzione in cui Matilde si trovava, immobile e scioccata, incapace di fare qualsiasi movimento.
Aveva trattenuto il fiato tanto a lungo che un gorgoglio strozzato le uscì dalla gola. Nell’istante esatto in cui il moro aprì gli occhi e, sconcertato, li posò su di lei, Matilde sentì, comprese con la forza di un marchio a fuoco, che voleva a tutti i costi vivere.
Con uno scatto si alzò e lanciò la pietra che aveva in mano. Non attese di vedere dove avesse colpito – perché il grugnito dell’uomo le confermò di averlo centrato – ma iniziò a correre nella direzione opposta.
Correva verso le colline, dal mare giungevano i mori e lei voleva vivere. Si maledisse per aver lanciato il sasso d’impulso. Doveva trovarne un altro, perché a mani nude non sarebbe sopravvissuta, ne era certa. Un sasso! Si fermò.
Lo aveva visto anche se gli occhi erano annebbiati dallo sforzo prolungato, lo raccolse e sentì nuova forza scorrerle nelle vene. Si appoggiò al tronco di un albero. Il sole era alto. Tentò di fare due conti ma non le occorreva, decise scuotendo il capo, per capire quanto avesse corso: era arrivata in cima alle colline che guardavano il mare.
Sentì le gambe farsi di burro, non era andata verso l’interno ma, presa dal panico, aveva corso parallelamente al mare, verso meridione.
Era stanca, anche il suo spirito era prostrato, e non v’era rimedio nel riposo fisico. Voleva fermarsi per non riprendere più il cammino; sarebbe dovuta morire con Arechi . Lo amava, di quella forza che si prova quando si perde l’occasione di vivere l’amore e vederlo sfiorire, magari, trasformato dal tempo in cruda e insopportabile realtà. Come accadeva a quasi tutti perché così era la vita; la maggior parte delle donne non poteva neanche scegliere chi amare e doveva fingere per accettare le scelte fatte dalla famiglia. A lei era rimasta solo la superficie dorata dello specchio di un lago al tramonto. Lo spettacolo più magnifico, prima del nero della notte, immediatamente dopo il vacuo del riflesso distorto del contorno sulle acque. Lei aveva il meglio, aveva nel cuore l’amore più puro non sporcato di vita e di quotidiano. Doveva morire. Ora ne era certa. E sapeva anche dove attendere la fine. Si mosse con un'inopportuna serenità, diretta all’altare del Santo Cristoforo. Lì Arechi  l’avrebbe sposata, glielo aveva promesso. Doveva morire laggiù e lasciare che le loro anime si toccassero per l’eternità.

***

Si fermarono, protetti dal folto del bosco, distrutti dalla fatica e dalle ferite.
«Non… non posso credere a quel che vedo.»
«Mio signore, risparmia le forze. Non parlare» Aldoneprovò a detergergli la fronte; Arnaldo scansò la mano con uno scatto rabbioso ma debole.
«Dannati tutti loro. Folco ancora regge sui bastioni? E mia moglie, dov’è Lucilla?»
«Mio signore…»
«E smettila di balbettare» tossì. «Folco è ancora fuori, vero? A caccia di cervi e di donne» rise e il sangue fiottò dalle labbra strette a fessura.
Aldonetacque, non aveva idea di come rispondere ai deliri dello Sculdascio, ormai preda delle allucinazioni provocate dal dissanguamento. Il braccio sinistro di Arnaldo era stato reciso all’altezza del gomito ma, scosso da tremiti e delirante, non sembrava rendersene conto. Girava la testa qua e là senza soffermarsi a osservare nulla in particolare e borbottava parole sconnesse, con il sangue che gli gorgogliava in bocca.
«Le ho ammazzate tutte, vero? Le mie donne. È loro il sangue sulle mie mani» disse alzando il braccio e il moncherino, come a congiungere gli arti davanti ai suoi occhi. «Le ho sgozzate per bene, vero?» aggiunse piegando la testa sulla spalla. Un pianto sommesso e continuo lo colse, in quel momento di lucidità.
«Dov’è Roma, adesso? Dove. Non saremo più romani.»
«Mio signore, dobbiamo andarcene ora. Non è sicuro qui.»  Erano gli unici due sopravvissuti dell’intero Vicus. Per quanto ne sapevano, tutti quelli che erano all’interno della palizzata durante l’assedio erano morti. Avrebbero voluto immolarsi anche loro sulle spade dei saraceni, ma nello straziante addio con cui Arnaldo aveva salutato sua moglie, lei gli aveva fatto promettere che avrebbero salvato le reliquie del santo custodite nella chiesa. Oddo era scomparso prima dell’attacco e nessuno le aveva prese in considerazione finché la donna non li aveva obbligati, strappando loro quel voto, a correre nell’edificio sacro, prelevare una o due ossa dall’urna e aprirsi la strada combattendo, mentre intorno a loro si consumavano gli ultimi atti dell'assedio. Aldonesoppesò lo straccio che conteneva i frammenti ossei. Valeva la pena continuare a vivere per quell’involto? Non si era mai sentito così solo in tutta la sua vita. Arnaldo scivolò su un fianco. Aldonelo afferrò per raddrizzarlo, ma la testa ciondolò senza vitalità. Un fiotto di sangue denso colava da un lato della bocca. Lo scosse un poco ma lo Sculdascio non ebbe reazione. Quando si accostò a lui e non udì il respiro, gli fu chiaro che il suo signore era morto. Se ne era andato così, senza una parola, senza un saluto o una frase di congedo. Era morto così come era morto il Vicus. Senza un sussulto di gloria, lordo del sangue dei suoi abitanti e delle persone amate, aveva smesso semplicemente di esistere. Le fiamme del villaggio fortificato sembrarono rombare ancora più fameliche di prima e il guerriero si immaginò i saraceni danzare nudi intorno a esse, come demoni chiamati al mondo dalle fattucchiere, nelle notti di plenilunio. Doveva andarsene. Morire laggiù, con i suoi cari e i compagni aveva forse un senso, ma farlo in mezzo ai boschi, braccato come un cane, no. Si alzò in piedi e contemplò il cadavere di Arnaldo: non c’era modo di dargli una degna sepoltura ma non poteva tollerare l’idea che i mori potessero dissacrarne il corpo. Lo spogliò allora dell’armatura e delle vesti e lo nascose fra i cespugli prospicienti il mare. Meglio le bestie selvatiche che gli adoratori del diavolo d’Arabia. In ogni caso, pensò, non era rimasto nessuno che avrebbe potuto far visita alla tomba dello Sculdascio, dopo quella notte. I saraceni avevano tolto loro perfino la possibilità di ricordare. Si issò in spalla gli oggetti appartenuti al defunto e strinse in mano i resti del santo martire, vi chiuse intorno le dita con tutta la forza di volontà che aveva. Non c’era più nulla per lui, ora, se non sopravvivere e compiere la missione che la moglie dello Sculdascio aveva affidato loro, un istante prima di chiudere le sue mani intorno a quelle di Arnaldo, strette all’elsa della spada, e aiutarlo a spingere la lama nel suo ventre. Era morta coraggiosamente, senza urlare, il volto una volta nobile deformato da una smorfia quasi di sfida.
Camminò per un lungo tratto finché, in cima alla collina che separava la valle del Cluentum dai fondi del fosso del Vicus, vide di nuovo il mare. C’erano troppe navi al largo, più di quelle che erano vicine al litorale e dalle quali erano sbarcati gli uomini che li avevano attaccati. Nessun luogo della costa, per tutta l’estensione di quelle acque, era al sicuro. Come colpiti da una piaga divina, non vi era stato scampo per nessun castellum, nessuna villa, vicus o monastero. L’unica sua possibilità era trovare un posto dove nascondersi fino alla fine di quell’apocalisse. L’istinto lo portò a osservare le colline a ponente: quella del tempio romano, un vecchio rudere sepolto dalla vegetazione, tagliava in due la stretta vallata del fosso del castello. Se non ricordava male, l’ultima volta che era capitato da quelle parti durante una battuta di caccia, il tetto era in parte integro. Oddo o Arnaldo, non ricordava, gli aveva raccontato che il tempio era diventato la villa di un abbiente verso la fine della romanità ma poi, fra guerre e pestilenze, quella famiglia si era estinta e nessuno era più andato a rivendicare le rovine. Avrebbe potuto trovare un buon riparo lassù, e con un po’ di fortuna i saraceni avrebbero ignorato quella zona spopolata. Chilperico, figlio di Aldone, sarebbe sopravvissuto, si disse, al riparo fra le rovine dei romani.

***
L’idea della lama che penetrava la carne della sua pancia, spinta dalla forza della disperazione, si era fatta meno orribile a ogni passo che compiva diretto verso l'altare del Santo Cristoforo. Era stato testimone della devastazione che aveva preso il posto della villa fortificata di Alperti. Quei corpi carbonizzati lasciati sotto il cielo, erano tutti identici a Matilde nella deformità del loro avvizzimento: si era sentito morire cento volte nell’osservarli uno a uno alla ricerca di una conferma che già nell’intimo aveva avuto.
Indisturbato raggiunse l’altare dove le aveva promesso che avrebbero consacrato la loro vita insieme. Non aveva incontrato nessuno nel suo ultimo viaggio. Tutti perivano, ogni cosa veniva distrutta intorno a lui, e per lui invece non c’era più stato un solo saraceno sulla cui arma immolarsi, in un ultimo sussulto di tragica gloria. Forse era il preludio alla morte, quella terribile solitudine che lo avvolgeva. Si muore un po’ alla volta, l’anima cerca di rimanere attaccata al corpo anche se non vi è più speranza. Da qualche parte aveva la ferita che l’aveva ucciso ma non la percepiva più. Stava morendo così, un pezzo alla volta? si domandava mentre camminava nella quiete irreale delle colline dell’antica Cluana. Quando si inginocchiò ai piedi della sacra composizione di massi, sormontata da una croce di legno scheggiata, provò a pregare, ma la mente produsse solo confuse parole che si mischiavano a volti deformati dal fuoco, a grida che non aveva udito ma insopportabili nella mente che le ricreava per lui. Alla fine sguainò la corta e affilata daga, appoggiò la punta al ventre e con entrambe le mani afferrò l’impugnatura.
«Matilde» mormorò senza riuscire a spingere. Non aveva paura di uccidersi, non c’era più nulla che avesse un valore per lui in questo terrore. Avrebbe trafitto il suo corpo ma, egoisticamente, aspettava un segno dalla sua amata. Nei momenti più drammatici, si diceva dandolo per certo, le anime dei cari giungevano in aiuto dei vivi. Dov’era lei? Perché non era lì ad attenderlo?
«Matilde!» la invocò con un grido.
«Arechi . Arechi , no!» la voce lo fece trasalire. Si voltò di scatto. Lei era in piedi nel sottobosco. I vestiti ridotti a stracci, il volto sporco e pallido, sotto la crosta di terra, risaltava ceruleo fra il nero dei capelli arruffati e incrostati dallo sprofondare nella terra, per salvarsi. Un mero spettro.
«Sei… sei venuta per me, dall’Aldilà?»
«Arechi , sono viva. Ferma la tua mano.»
«Dio mio. Sei viva?»
«Sono viva» e corse verso di lui piangendo così forte da sussultare. Lo abbracciò, lui ancora scosso non riuscì a muovere le braccia per imitarne il gesto.
«Sei viva.»
«Siamo vivi.»
Piansero disperati. Un pianto doloroso da far male fino alle ossa ma necessario, per detergere le lacerazioni e far emergere il tessuto cicatriziale. Piansero e le lacrime scivolarono sopra tutto e tutti. I vivi, i morti, i giorni che sarebbero venuti e quelli che avevano perso.
«Vivremo o moriremo. Non importa. Lo faremo insieme, non più un solo istante concessoci sarà l’istante di un singolo.»
«Insieme» rispose lei lasciandosi abbracciare di nuovo.

***


Era stato uno degli ultimi a raggiungere il tempio, ma per primo aveva compreso che si poteva fortificare il muro di cinta, alzare delle barriere nei pressi dell’ingresso, al posto del portale divelto, sfruttando l’arcata in pietra che ancora svettava sprezzante del tempo che era trascorso dai suoi giorni di gloria. Per tenere lontane le bestie selvatiche e per illudersi di poter resistere a un assalto dei mori, se fossero capitati in zona, ma soprattutto per dare uno scopo oltre la mera sopravvivenza allo sparuto gruppo di sopravvissuti. Aveva iniziato a riunirli in assemblee, trattando tutti gli uomini da liberi senza curarsi se fossero stati semi liberi o schiavi prima di finire in cima al ripido colle in cerca di scampo. Aveva vinto le loro diffidenze e li guidava come meglio poteva: Guido, che continuava a dirsi Franco della stirpe dei Franchi per non perdere la memoria della sua famiglia, era divenuto il suo primo guerriero. Come molti altri, anche loro erano fuggiti alle devastazioni dei saraceni che sembravano non trovare alcun argine in grado di contenerli.
Arechi  e Matilde, legati a due uomini che si abbaiavano contro e facevano la voce grossa quando il mondo era ancora normale, guerriero dello Sculdascio l'uno e figlia del ribelle Alperti l'altra, erano la speranza che qualcosa si sarebbe salvato. Qualcosa di nuovo, un segno concesso dall’Onnipotente Dio che la vita sarebbe continuata, attraverso quei giovani e la loro unione.
Uno dei nuovi venuti, un anziano aldio di Monte Sancto e unico scampato del suo castrum, un giorno aveva preso la parola durante una delle assemblee. Era da poco giunta la notizia che anche la potente Ancòn era stata attaccata e incendiata (NdA fatto storico, avvenuto nel 839 d.C.).
«Appare chiaro» disse il vecchio «che non avremo una casa alla quale tornare, se questo inferno avrà mai fine. Questa dunque sarà casa nostra» indicò le rovine «augurandoci di sopravvivere fino alla partenza di quei demoni. Propongo di trovare un nome adatto allora, ché è buona consuetudine che tutte le cose abbiano un nome, così come Iddio ha insegnato creando il mondo e lasciando ad Adamo il compito di chiamare le sue creature.»
Mormorii di assenso si alzarono fra gli astanti, in breve si formarono dei piccoli gruppi con opinioni differenti.
«Non c’è nulla che rappresenti noi tutti, ora, che provenga dalla tradizione e dalla memoria» fece notare qualcuno. «Veniamo tutti da realtà diverse.»
«È buona norma ricordare da dove si viene però, pertanto io propongo di chiamare codesto luogo Cluentensis Nova» disse Guido alzandosi in piedi.
«Io non vengo dal Vicus» disse uno.
«E nemmeno io.»
«Perché allora non Cluentum Novo, visto che io vengo dalla valle del fiume?»
«Mons Salvifici dico io.»
Le voci si accavallarono e non sembrava esserci possibilità di accordo. Chilperico, che ancora non aveva parlato, si alzò e fece cenno di tacere con la mano.
«Vuoi forse darci un nome tu?» domandò il vecchio che aveva iniziato la discussione. «Sei tu che ci guidi, io accetterò la tua decisione.» Altri annuirono, ma non tutti.

«Non possiamo ricorrere alla memoria. Troppo dolore, e troppo diverse fra loro le nostre rimembranze di un tempo che non sarà più. Ci hanno tolto il passato» li guardò tutti, uno a uno. «Ma, grazie al Signore che ha vegliato sulle nostre vite, essi non sono stati in grado di fare altrettanto con il futuro, a quanto pare, se siamo qui a discuterne. Un nuovo percorso perciò attende questa che siamo concordi nel ritenere una nuova comunità. Una Civitas Nova» disse, con solennità. Nel silenzio alcune teste presero ad annuire, seguite da altre, poi si alzarono tutti e batterono le mani. «Civitas Nova» gridarono più volte. Nessuno era in disaccordo, se tutto era finito, non per questo dovevano ritenere terminate le loro esistenze, e quelle dei figli che sarebbero nati nella ritrovata pace. Una nuova esistenza, in una nuova città.

mercoledì 26 luglio 2017

Cuore di Leonessa. Margery Kempe la Viaggiatrice.


La vicenda che sto per raccontarvi ci è giunta per intero grazie alla volontà della sua protagonista di tramandarla ai posteri; per farlo essa raccolse le sue memorie nel volume oggi noto come Libro di Margery Kempe. Doveva, e in effetti a piena ragione, essersi resa conto anche lei di quanto incredibile fosse stata la sua esistenza; inoltre c'erano molte cose che voleva che fossero conosciute dal suo punto di vista. Non sapendo scrivere si fece aiutare da due uomini i quali, succedendosi l'uno all'altro, le permisero di mettere su testo la sua voce. Il primo sembra fosse stato uno dei suoi figli, il secondo il suo confessore personale.
Margery Kempe da MS Royal 15 d 1
Margery nasce in Inghilterra, a King's Lynn (solo io ho pensato che sembra una città di Westeros, nel leggere questo nome?) intorno al 1375. La prima data certa della sua vita è quella del matrimonio con tale John Bell, nel 1393.
King's Lynn
In venti anni di vita coniugale partorì ben quattordici figli ma fu con il primogenito che qualcosa in lei cambiò. Il travagliò, difficile le fece rischiare la vita. Una profonda crisi psicologica si aggiunse alle ferite del corpo, quando il peggio sembrava passato. Possiamo presumere che fosse stata colta da una qualche forma di depressione post-partum stando alle parole da lei stessa utilizzate. In un momento di grande sconforto lei ebbe una visione che le cambiò la vita: Gesù Cristo, seduto ai piedi del letto nel quale giaceva da settimane, era giunto per confortarla e spronarla a reagire. Margery parla di rinascita e da questo momento si riferisce a lei come"creatura", un essere dallo spirito rinnovato nella fede e mosso ora da un'irrefrenabile forza. Riprende il controllo della propria vita e la pone nelle mani del Signore, compiendo un percorso di rigore morale e devozione che la porterà, compiuti i doveri coniugali (e dopo altri tredici parti direi che nessuno poteva certo lamentarsi della sua fecondità) a chiedere al marito di rinunciare alla carne e vivere, insieme, in una matura castità. L'uomo fece qualche resistenza ma poi accettò con queste parole "Bene, dunque, sarò ancora unito con te."

Ma, contrariamente agli epiloghi classici per quell'epoca, non vi era per lei un destino di clausura in qualche convento femminile, a volte unica strada per le donne per fuggire a una vita di sottomissione alla società e al marito. Lei parlò quasi da pari con il suo compagno di vita e non volle prendere misure drastiche. Margery non era alla ricerca dell'ascesi, né voleva rinunciare al mondo. Appare invece evidente la sua voglia di vivere una libertà nuova, più concreta, rafforzata dalla consapevolezza di essere nel giusto. Era stato Gesù a dirglielo, no? In quest'ottica, nel 1413, annunciò che sarebbe partita per visitare i luoghi simbolo della Cristianità. Non partì sola, ma nemmeno in compagnia di persone della famiglia come ci si sarebbe dovuti attendere. Si unì invece a una di quelle congreghe di viaggiatori che si formavano in vista di una partenza per aiutarsi vicendevolmente lungo l'itinerario e che poi si scioglievano così come si erano formate all'arrivo a destinazione. Dei gruppi organizzati e guidati da gente che conosceva gli itinerari più consoni. Qualcosa di molto simile alla compaignye  dei Racconti di Canterbury di Geoffry Chaucer

Sembra che non fu facile per gli altri viaggiatori, all'inizio, avere a che fare con lei. Probabilmente era al contempo spaventata dal suo gesto e eccitata per aver trovato il coraggio di compierlo. Straparlava, invocava continuamente il Signore, veniva colta da crisi di pianto al limite dell'isteria che mutavano poi in plateali gesti di mistica devozione. A Canterbury le cronaca dell'Ospedale di San Tommaso accennano a lei e al fatto che la compagnia di pellegrini la allontanò per le sue intemperanze. La ripresero con loro più tardi, a quanto pare, visto che nella sua autobiografia Margery parla della stessa compagnia confrontandone l'ostilità con altre persone conosciute successivamente in Italia.

Margery arrivò così a Venezia, da dove si imbarcò per la Terra Santa. Raggiunse Gerusalemme, poi al ritorno fece scalo da qualche parte nel medio Adriatico (Ancona?) per viaggiare fino ad Assisi e venerare San Francesco, un santo che lei sentiva molto vicino per il suo predicare povertà e umiltà. Giunse a Roma nell'estate del 1414 e ripartì la primavera successiva. Raggiunse Norwich e entrò in contatto con Giuliana, una donna che conduceva una vita in completa ascesi dopo aver avuto un'esistenza normale fino ai trent'anni. Le due trovarono molto simili le proprie storie e divennero confidenti.
Giuliana di Norwich. Il suo nome potrebbe derivare dalla collocazione della sua cella a ridosso della Chiesa di San Giuliano.  
Infine Margery tornò a casa. Non poteva certo aspettarsi un caldo benvenuto. Vi fu un'inchiesta: qualche maligno ricorda che le prostitute, le mammane, le eretiche e le pazze viaggiavano sole, senza marito o altri parenti maschi. Lei si difese, non sappiamo con quali parole, né quanto durò il processo, ma ne uscì indenne. Rafforzata nella convinzione delle proprie scelte dall'aver avuto ragione di ogni oppositore. 

Ripartì nel 1433, il 2 aprile, all'età di circa sessanta anni. Le sue mete furono le città della Lega Anseatica, poi Aquisgrana. Raggiunse la Polonia e rientrò sana e salva a casa, dove si dedicò anima e corpo nel dettare le esperienze vissute per il suo libro.

Le ultime notizie sull'indomita donna sono purtroppo incerte. L'ipotesi più affascinante è della dott.ssa Felicity Riddy, la quale associa l'ammissione di una certa Margueria Kempe nella Congrega della Trinità di King's Lynn con l'uscita dal "mondo" della nostra Margery. Nulla conferma questa ricostruzione, e l'omonimia nel medioevo era faccenda tutt'altro che rara, però un'ulteriore prova si aggiunge a supporto della ricostruzione della Riddy. Il libro della nostra Kempe fu ultimato nel 1438, lo stesso anno in cui Margueria venne accettata nella sacra congregazione.

  

venerdì 14 luglio 2017

Apocalypsis Nunc. Settima puntata


Matilde si decise a lasciare il cespuglio. L’aria del mattino era così fredda che, sebbene l’inverno fosse ancora lontano, si formavano davanti alla bocca delle nuvolette di condensa a ogni respiro.
Il sasso che aveva preso per difendersi era ancora stretto nella sua mano e la pelle mostrava i segni della forte pressione che la ragazza aveva esercitato per tutta la notte attorno a quel piccolo sostegno emotivo.
Tese le orecchie, ma non udì rumori diversi da quelli usuali della natura che la circondava.
Si sentiva indolenzita come mai prima di allora, le ossa dolevano, sembravano puntellate di spille che le bucavano la carne dall’interno. La schiena era bloccata e solo con uno sforzo riuscì a non gemere nell’alzarsi in ginocchio.
Rimase alcuni istanti così, con le mani premute contro le cosce unite. La destra ancora stretta alla pietra.
Sentiva qualcosa premerle nella memoria, e dentro di lei era sicura di quale volto fosse quello che sembrava apparirle davanti. Arechi . Si maledisse: doveva rimanere forte, doveva ammazzare uno di quei senza Dio, prima di lasciarsi morire a sua volta.
Le lacrime offuscarono la vista. Come poteva se il dolore per quanto aveva perduto, perfino per la morte del padre che la desiderava, rischiava di renderla incapace di respirare? Arechi ! Ormai l’emozione aveva preso il sopravvento, il pianto venne incontrollato, selvaggio come la disperazione. Ma più le lacrime scendevano lungo le sue guance, più lasciava spazio alla rabbia. Non si trattava della volontà di uccidere alla quale si era aggrappata unendo la mano al sasso.
Stringendo i denti, serrando la mascella in un crescendo di determinazione, giurò che non l’avrebbero mai piegata. Lei sarebbe sopravvissuta e molti di loro no.
Le venne da ridere, forte del suo convincimento. La risata divenne isterica e senza alcuna cautela la lasciò echeggiare forte.
Poi tornò la fitta al cuore e il pianto.
Ripiombò sul letto di rami che l’aveva accolta per la notte e rimase lì, consapevole che stava solo mentendo a se stessa. Non aveva la forza di alzarsi, e i fantasmi di tutto ciò che aveva perduto la inchiodarono a terra per ore.

***

«Arrivano con un’altra scala, padre.»
«Da quale lato?»
«Settentrione» Folco indicò con la lama insanguinata.
«Dannati loro. Puoi provvedere?»
«Siamo già tutti impegnati. Andrò, ma le prossime non troveranno resistenza.»
«Va' figlio, fa' quel che puoi.»
Folco lasciò il suo posto presso il portale, ormai difeso solo da suo padre e una manciata di cittadini, e corse lungo il camminamento, superando morti e moribondi.
Quasi tutti gli uomini avevano dato la vita nell’opporsi alla violenza delle prime ore dell’attacco. La spinta dei saraceni si era affievolita e di fronte alla caparbia ostinazione degli abitanti del Vicus avevano smesso i tentativi mal organizzati di prendere le porte per una più complessa tattica.
Forti del numero, si erano divisi in tanti gruppi che operavano coordinati da suoni di corni e tamburi.
Nell’insieme era un’esperienza terrificante, ma i guerrieri e i cittadini del piccolo villaggio fortificato, dopo aver respinto alcuni di quei tentativi, si erano in qualche modo assuefatti ai rumori e una muta rassegnazione era calata su di loro.
Tamponavano i punti critici, correndo con passo sicuro degno dei più inveterati combattenti. Le donne all’inizio portavano acqua, curavano i feriti e piangevano i morti ma ora, affardellate di tutto ciò che occorreva alla guerra, avevano sostituito padri, figli e mariti e non si risparmiavano in nulla.
Quelle che già avevano perduto tutti gli adulti della propria famiglia erano tornate a casa e avevano sgozzato i bambini e i vecchi. Altre speravano ancora e nascondevano la loro incapacità nel compiere tale gesto affidandosi all’improbabile vittoria come appiglio.
Folco arrivò alla postazione presa d’assalto nell’attimo esatto in cui la scala venne appoggiata alla palizzata. I due robusti montanti si incastrarono tra i pali, assicurandosi saldamente a essi. Dal loro tremolio continuo era chiaro che i mori fossero già impegnati a salire. Folco provò ad affacciarsi, ma il sibilo di una freccia lo obbligò a ritrarsi. Vide però che il numero di nemici che si apprestava a salire era grande. Troppo grande per non provare un senso di disperazione dal sapor ferroso in bocca.
Il primo avversario si affacciò guardingo, lo scudo sollevato sopra la testa. Lo afferrarono in due, tirandolo oltre il parapetto, e lo colpirono con violenza tutti insieme. La donna che lo stava aiutando era la serva di sua madre. Colpiva e tagliava il corpo ormai immobile del nemico. Folco avrebbe voluto fermarla, farla tornare in sé perché altri stavano arrivando, ma non fece in tempo.
Con un balzo il secondo saraceno piombò su di loro, spingendo via il ragazzo e affondando la sua lama nel ventre della donna.
Folco si alzò per colpirlo ma un altro avversario superò la scala e si interpose tra loro. Lo scambio di colpi fu selvaggio, non c’era spazio per duellare utilizzando finte e agili mosse. Si colpirono selvaggiamente come minatori intenti a sgrossare le pietre per trovare la vena.
Folco combatteva con la disperazione di chi tenta di arginare una falla nella propria imbarcazione. Ora i saraceni sulla predella di legno erano tre, ma lo scarso spazio impediva loro di sfruttare al meglio il vantaggio, e Folco riuscì a incastrarli in un angolo. Rinvigorito dal loro impaccio, continuò a menare colpi con la spada ammaccata e piegata in punta. Stava tamponando la falla, pensò. Sarebbe riuscito a respingere anche quell’assalto.
Quando il quarto saraceno superò la palizzata e gli tagliò la gola aggredendolo alle spalle, Folco stava iniziando a credere che avrebbero vinto la battaglia.

***
La testa gli doleva così forte, all’inizio, che aveva pensato gli avessero versato del piombo fuso addosso e che lo stessero torturando. Quando l’intorpidimento passò, però, si rese conto che era solo. Nessuno stava cuocendo il cuoio sotto i lunghi capelli. Aveva dormito addossato al tronco cavo di una quercia caduta a terra, mangiata da invisibili insetti che ne avevano consumato tutta la polpa, lasciando il gigantesco guscio tremulo e fragile di corteccia che aveva poi ceduto al suo stesso peso. Era il suo primo sonno, da quando aveva ripreso i sensi nel boschetto vicino al mare dove era svenuto. Valutò, dai colori del cielo, che una nuova alba era sorta da poco. Il sole filtrava obliquo fra gli interstizi del sottobosco e la rugiada era solo in parte divenuta sottile strato liquido. Alcuni steli avevano ancora i fini cristalli di ghiaccio a ornare i propri bordi. Coperto di muschio e frasche era riuscito a mantenere il proprio corpo al caldo, ma il trauma del colpo ricevuto la notte precedente era ancora forte. Fitte simili a spilli incandescenti gli tormentavano il capo e il solo volgere gli occhi intorno gli procurava un dolore in grado di strappargli gemiti tormentosi.
Matilde. Il pensiero di lei l’aveva tenuto sveglio quando il corpo ferito gli gridava di fermarsi, distendersi e aspettare. Matilde, sempre lei. Non era morto per salvarla come aveva pensato. Ma l’aveva salvata? Non poteva saperlo e quel pensiero lo torturava. Aveva osservato la spiaggia, cercandola fra i volti noti e quelli a lui sconosciuti nelle lunghe file di prigionieri che venivano portati alle barche. Lei non era mai passata di lì. Non era nessuna di quelle ragazze atterrite in abiti laceri, prede di guerra e di turpi desideri. E, ringraziò Dio ad alta voce nonostante la vicinanza dei saraceni, non l’aveva nemmeno trovata distesa al suolo, sventrata, nei punti che Matilde aveva attraversato scappando. Aveva visto le tracce dei piedi scalzi della ragazza, così perfetti e affusolati, ora nei pressi del terreno limaccioso del torrente del castrum, ora più vicino alla torbiera che divideva la spiaggia dall’entroterra in salita, verso i terreni dell’Alperti. Non l’aveva seguita oltre, per paura di attirare le attenzioni dei mori da quella parte, e frastornato ma non meno deciso a farcela, aveva provato a ritornare al Vicus solo per scoprirlo assediato. La fortuna continuava ad arridergli, nessuno l’aveva ancora notato; ciò nonostante non aveva idea di cosa fare, come muoversi. La testa in fiamme gli impediva di avere pensieri coerenti a lungo termine e si era reso conto che solo l’immediato pericolo riusciva a sviare tutta la sua concentrazione dal dolore, mettendolo in grado di agire sempre al meglio.
Il fresco della mattina non giovava e una forte nausea lo colse. Doveva mangiare qualcosa, si disse, anche solo per vomitarlo. Era passato più d’un giorno dal suo ultimo pasto. Addentò alcuni dei funghi cresciuti fra le radici della pianta secolare; erano candidi e spugnosi, di quelli da addentare sia crudi che cotti con la selvaggina. La sera prima non li aveva notati, o forse era solo il sonno che aveva vinto su qualsiasi altra esigenza del corpo. Con sua sorpresa mangiare alleviò la pressione al cranio, e gli infuse un certo ottimismo, presto velato dalla constatazione di quel che stava avvenendo intorno a lui. Non avvertiva più il senso di riprendere le forze e le capacità intellettive, dal momento che questo avrebbe significato solo una maggiore consapevolezza della fine di tutto ciò che era stata la sua vita. Matilde, lei era al sicuro? Se il Vicus era assediato, anche la casa di Alperti doveva essere stata presa d’assalto. Si alzò deciso. Sarebbe andato a verificare. Un guerriero non vive di attimi spuri ma ha bisogno di uno scopo conseguente all’altro. Un’azione per un’azione. Una parata che ferma un fendente. Una finta che precede un affondo. Sarebbe andato a casa di Matilde, e avrebbe affrontato saraceni e servi dell’Alperti con la stessa forza, se gli avessero impedito di sfiorare di nuovo la mano della donna che voleva con sé per tutta la vita.

***


Gli riuscì di sentirle come echi distanti, le parole di suo padre, I guerrieri non piangono, figlio mio. Gli uomini diventano tali quando smettono di piangere per le cose che danno dolore. Ciononostante non gli riuscì di trattenere le lacrime. Quante ancora ne aveva da versare, si domandò ricomponendo il corpo di sua madre nel tentativo di risistemare la parte di volto quasi del tutto strappato da una delle lame saracene. Era ancora sua madre, quell’ammasso informe di sangue e lembi di pelle e stoffa che non volevano rimanerle addosso?
Era diventato un uomo. Guido aveva ucciso, e aveva vinto la sua prima battaglia. Nessun saraceno di quella specie di imboscata nella quale erano incappati avrebbe raccontato di come erano stati fatti a pezzi da un esercito di bambini. Non ne erano rimasti molti in vita, di quei giovani guerrieri, e i feriti a terra che nessuno di loro sapeva curare avrebbero aumentato presto il numero dei caduti.
Guido si guardò intorno, in piedi vicino a lui c’era una manciata di ragazzi, maschi e femmine della sua età o giù di lì. Non rimaneva altro. Le loro madri si erano gettate contro i nemici per difenderli e avevano pagato con la vita. Il loro sacrificio però aveva creato confusione fra i mori, permettendo ai figli di reagire e di vincere.
Guido provò a contare i nemici uccisi. Non era bravo con i conti, ma sapeva confrontare la quantità, eppure non c'era niente da festeggiare in quella vittoria che aveva regalato loro l'opportunità di continuare a fuggire.
Che senso aveva continuare così?
Voleva sedersi e aspettare la fine. Lo voleva davvero? Scosse la testa. No. E nemmeno i ragazzi intorno a lui desideravano morire. Che tutto finisse sì, ma non erano pronti a mollare la propria vita al terribile destino che li circondava.
«Andiamo» disse calmo. Nessuno rispose. Sentì solo i loro muscoli tendersi, pronti a seguirlo. Era un uomo ora, e un capo.
«Il tempio è lassù, da qualche parte su quel costone.»
Dare istruzioni era un modo per concretizzare la voglia di sopravvivere e dava forma alla consapevolezza che era divenuto una guida. Con spirito si ricordò delle armi dei saraceni.
«Prendetele» ordinò ai suoi. Il corpo di sua madre si deformò di nuovo, sfaldandosi come un fiore appassito, un frutto ammuffito nel cuore del sottobosco.
Non avrebbe mai dimenticato quell’orrore ma, d’altronde, nulla sarebbe mai stato come prima. Mai. Tutta la loro esistenza era stata squarciata come l’esile fisico della donna ai suoi piedi. Altre lacrime gli gonfiarono gli occhi.
Non se ne vergognò e quando gli altri, anch’essi nel pianto più disperato e allo stesso tempo composto che avesse mai visto, gli si avvicinarono, si strinse a loro.

Avrebbero combattuto piangendo, avrebbero vinto piangendo. Sarebbero arrivati alla fine di quell’incubo senza più una sola lacrima da versare. Allora, lungo l’argine di quel fiume di dolore, avrebbero lavato via il passato. Ricominciò a camminare lungo il sentiero in salita. Lassù, fra le vestigia dall’antico passato romano, c’era la loro unica salvezza.

>>> puntata finale