Bayeux tapestry

Bayeux tapestry

venerdì 23 giugno 2017

Apocalypsis Nunc. Quarta puntata.


«Sarò una delle tante, ora? Una di quelle il cui nome sostituirai nella memoria con la prossima che cederà al tuo corteggiamento?» la domanda ruppe il silenzio che era sceso fra di loro quando, esausti per l’amore consumato con passione, si erano distesi sul mantello di lui, nudi, abbracciati sotto lo scintillio delle stelle che quella notte apparivano ancora più fitte e luminose.
«Il tuo nome è inciso col fuoco. Ha occupato per intero il mio cuore fin dal primo giorno che ti vidi.»
«Ma ero solo una bambina» rise lei piano, sospirando nell’infossare il volto fra il collo e la spalla muscolosa del ragazzo.
Quando lui non rispose lei alzò la testa e lo guardò con espressione stupita.
«Non ricordi più? Al mercato, tanti anni fa… Il mercato di Santa Eufrosina.»
«Non ricordo. Eri forse la figlia del maniscalco? O quella bruna, figlia del pescatore a meridione della foce del Cluentum? Ho promesso di sposare così tante fanciulle…»
«Sei uno sciocco» gli rispose irritata, strattonando e puntellando le braccia per liberarsi dal suo abbraccio, ma lui non cedette e la tenne stretta a sé.
«Certo che mi ricordo: camminavi vicino a tua madre, stringendole un lembo della gonna. In testa avevi una coroncina di fiori che non voleva saperne di rimanere al suo posto.»
«Era quella che preferivo, troppo grande per me, ero testarda anche allora. Ricordi bene, allora non posso che fidarmi di ciò che dici.» Lo abbracciò più stretto: «Questa notte sono diventata tua.»  Pronunciò quelle parole ardite senza riuscire a scacciare la propria preoccupazione.
«Sarai mia per tutto il tempo che Dio ci concederà.»
Matilde gli baciò la guancia e Arechi  proseguì: «Se non potremo restare qui ce ne andremo. Ad Ancòn, o a Monte Santo. Ovunque ci accoglieranno, perché liberi e sani, e potremo ricominciare una vita insieme.»
«Mi sposerai? »
«Sì.»
«Io intendo davanti al Signore. Mi sposerai, come ci si aspetta che facciano i buoni cristiani?»
«Lo farò. Ti sposerò all’altare del Santo Cristoforo. Lui portò nostro Signore sulle spalle, difenderà anche la nostra unione con la sua forza. È a meridione di qui, vicino…»
«Al mulino sul Cluentum» disse lei, sorridendo. «Lo conosco, e adoro quel posto.»
«Chiederò a un frate di sposarci. E saremo una cosa sola, per sempre, anche davanti agli occhi di Dio.»
Commossa dalla dichiarazione dell’uomo, Matilde stava per tornare a baciarlo quando nel buio della notte uno sciabordio ritmato giunse alle loro orecchie. Arechi  si alzò a sedere e si concentrò per cercare di cogliere il significato di quel suono. Dei colpi sull’acqua, battute ritmiche di qualcosa che affondava con forza e poi risaliva, in uno sciacquio zampillante e veloce. Remi, molti remi in azione.
«Pescatori?» domandò lei, alzandosi a sua volta.
«Forse. Sono un po’ troppo rumorosi, però» le disse cauto. C’era qualcosa che non andava e con rapidi gesti si rivestì. Matilde lo imitò svelta, inquietata da quel tono sospettoso. Arechi  tentò di sbirciare fra i rami, in direzione dei rumori sempre più forti: un’imbarcazione sottile, lunga decine di braccia, si stava avvicinando alla riva. Nel tentativo di comprenderne l’appartenenza, non si rese conto che dietro di essa, intorno ad essa, altre barche simili nella foggia seguivano la scia e si andavano delineando nel fioco baluginio delle stelle sul mare.
«Chi sono?» chiese Matilde. Aveva indossato le vesti in fretta, senza badare a sistemarle.
«Non lo so, ma dobbiamo andare via di qui. Nessuno che abbia buone intenzioni viene a farci visita in questo modo.»
Cercarono a tastoni il resto della loro roba.
«La mia spada, dov’è?» chiese con impazienza Arechi  strusciando la mano a terra. Matilde si mise carponi ad aiutarlo.
«Era qui. Credo.»
«Dobbiamo andare via, Arechi .»
«Senza la mia spada? Mai!»
«Hai sentito quei rumori, era la ghiaia, sono arrivati alla spiaggia!» Chiunque  fosse a bordo di quelle imbarcazioni aveva molta fretta: in rapida successione giunsero loro i rumori di numerosi uomini che saltavano in acqua per guadagnare la riva .
«Devi tornare al Vicus, dare l'allarme» gli bisbigliava Matilde concitata, sentendo le mani tremare, il petto batterle all'impazzata.
«L’ho trovata» bisbigliò Arechi . «Siamo ancora in tempo» provò a farle coraggio con un sorriso nervoso che lei non poteva distinguere al buio.
Non potevano muoversi al riparo dagli alberi, il sottobosco era troppo fitto per non rischiare di farsi seriamente male. Certi di avere un buon vantaggio sulla gente che era arrivata dal mare, si arrischiarono a uscire allo scoperto e percorrere la strada che li separava dalla palizzata di Cluentensis.
Dovevano averli visti, il mare rifletteva i flebili raggi lunari sui loro vestiti. Sentirono delle voci chiamarsi fra loro in tono sommesso e brusco, e poi il nitrire di un cavallo, a cui se ne aggiunse un altro e un altro ancora. Se avevano anche delle cavalcature non poteva che trattarsi di una forza ostile giunta per attaccarli.
Arechi  strinse forte la mano di Matilde. Provò ad accelerare il passo ma il trotto distinto che si avvicinava lo convinse a fermarsi.
«Entra nel bosco, attraversalo più che puoi e poi nasconditi.»
«Ma…»
«Va per Dio, o dovrò ammazzarti io stesso.»
«Perché?» chiese la ragazza atterrita. «Perché?»
«Sono saraceni, non devono prenderti» i cavalli erano ormai arrivati loro addosso. «Vai.»
«Io…»
«Addio. Avrei voluto davvero una vita con te» la spinse così bruscamente che Matilde perse l’equilibrio cadendo carponi in un cespuglio che le graffiò le braccia e il volto. Con le lacrime a renderla cieca arrancò carponi lasciandosi la spiaggia alle spalle.
Arechi  estrasse la spada, la lama scintillò mentre la mulinava nell’aria.
Il primo degli inseguitori, sorpreso dal trovarsi di fronte un guerriero, non si accorse in tempo del pericolo e un fendente del giovane lo ferì alla gamba e raggiunse il fianco del cavallo, che scartò per il dolore. «Avanti. Venite, maledetti!» urlava con quanto più forza aveva, per coprire il rumore degli arbusti spezzati da Matilde. Avrebbe voluto vivere per lei ma nello stringere l’elsa sentì la forza della disperazione infondergli coraggio: allora sarebbe morto per lei, per l’amore che provava. Per salvarla. Non a tutti era concesso così tanto, e fu come avere in sé la forza di dieci uomini. Gli altri due mori caricarono insieme e l’avrebbero visto sorridere se vi fosse stata più luce; i cavalli lo travolsero gettandolo a terra stordito, immobile. I cavalieri scesero di sella e gli si avvicinarono guardinghi. La reazione di Arechi  fu però fulminea e con un solo scatto tranciò il piede di quello più vicino che cadde urlando, impacciando la corsa del compagno. Il secondo scartò di lato dando a Arechi  l’occasione di ruotare su se stesso e calargli un fendente sulla testa che abbatté il moro. Il ragazzo colpì, e colpì di nuovo, finché fu certo che nessuno dei due avrebbe visto l’alba. Gli ci volle un attimo per ritornare alla lucidità, preso dal furore dello scontro. Davanti a lui la spiaggia pullulava di invasori: non aveva alcuna speranza restando un attimo di più. Balzò a cavallo. Una freccia sibilò vicina alla sua testa. In sella alla bestia era un bersaglio fin troppo invitante. Diede di sprone ma la bestia, ferita da uno dei dardi, non si lasciò guidare e si tuffò nel folto del boschetto che costeggiava la spiaggia. Le felci e i rami frustarono Arechi . L’impatto con una nodosa fronda di quercia lo scagliò a terra, privo di sensi.

***
«Folco, alzati!» il grido lo strappò al sonno con un brusco risveglio.
«Che c’è?» scacciò spazientito le mani che lo stavano scrollando. Era uno dei guerrieri della casa, ma non era vestito della comoda tunica con la quale erano soliti passare le ore libere dal servizio; indossava invece l’armatura completa e l'elmo ornato con i lunghi crini di cavallo.
«Ci attaccano. Mi manda tuo padre, ti vuole alla porta dei monti.»
La porta dei monti, ripeté mentalmente Folco mentre, ancora intontito, si preparava con i gesti che i guerrieri anziani gli avevano insegnato ogni giorno, da anni.
Indossò una camicia leggera, lunga fino a metà coscia, sopra la quale infilò il corpetto imbottito cucito da sua madre. Non perse tempo con i calzari, e si diresse alla cesta con l’armatura: fasce di cuoio cucite una sull’altra e uno strato regolare di piccole placche di metallo sul tronco, il dorso e le spalle. Riuscì a infilarla dalla parte inferiore, facendola scivolare al suo posto muovendo le braccia e il bacino.
Sul fondo, dentro un sacco bianco, il prezioso elmo a placche completò la vestizione. Si allacciò la cintura con i foderi della spada e del pugnale mentre percorreva la strada verso il portone.
L’intero Vicus era in allarme, nelle case dei liberi così come nelle baracche dei servi i lumi accesi e i rumori dei preparativi facevano risuonare il piccolo centro fortificato come un accampamento militare.
Altri uomini armati stavano dirigendosi verso i camminamenti costruiti lungo la palizzata, ma l’assenza di ordini secchi e la relativa calma con cui si muovevano le figure sugli spalti, appena distinguibili nel tenue cobalto del giorno nuovo, gli fecero pensare che non vi fosse una minaccia diretta al Vicus.
Risalì i gradini di legno che conducevano alla predella fortificata sopra il portale di ponente. Suo padre e i più fidi dei guerrieri erano schierati lungo il bordo della palizzata e stavano osservando fra i pali l’orizzonte.
Prima di poter fare domande, anche Folco venne irretito dallo sconcertante spettacolo che si offriva ai suoi occhi. Il mulino ad acqua era in fiamme, lingue di fuoco ne circondavano la tozza figura risaltandone i contorni. Alla sua destra un denso fumo con riflessi vermigli si alzava dalla collina dove viveva il nobile Tebaldo. La zona era illuminata da un incendio che non lasciava spazio a dubbi sulle sorti del piccolo castellum che il nobile caparbiamente aveva mantenuto in vita quando tutti si ritiravano nel rinato Vicus Cluentensis.
«Cosa sta…»
«Siamo circondati dai nemici» gli rispose il padre, senza smettere di scrutare davanti a sé.
«Ma chi ha una tale forza?»
Folco indicò con un gesto eloquente il fuoco: pure da altre zone si alzavano lingue di fiamma, case isolate di contadini, granai, forse anche ai piedi del colle in riva al mare.
Solo in quel momento Folco si accorse delle lance conficcate nel terreno davanti alla porta. A metà di ognuna di esse era stata fatta scivolare una testa mozzata.
«Santo Iddio» esclamò il ragazzo. «Non può essere stato l’Alperti.»
«No. Non è Alperti. Lui e quei quattro porcari che lo servono non avrebbero potuto mettere insieme una simile faccenda. Sono arrivati i demoni saraceni» disse Chilperico, figlio di Aldone, con la voce strozzata dall'angoscia. Era un uomo che, nato da una famiglia di semi liberi, aveva lottato con tutte le sue forze per ottenere una posizione sociale migliore, e l’aveva fatto con la spada, spillando il sangue dei nemici dello Sculdascio. Proprio per questa sua indomita determinazione era divenuto il primo guerriero di Arnaldo ed era fuori discussione il suo coraggio; eppure, al pari degli altri, il suo volto era pallido di fronte al terribile pericolo che incombeva su di loro.
«Ma padre, ce ne vorrebbero…»
«Migliaia? Sì, non potrebbero portare una simile devastazione in numero inferiore.»
«Com’è possibile? Non avevano mai messo insieme una simile forza.»
«Taci» lo interruppe il padre gesticolando verso uno dei suoi. «Eccoli che tornano. Preparati» ordinò secco. Il soldato incoccò una freccia e si fece avanti.
Un rumore di zoccoli al galoppo anticipò la comparsa di un cavaliere. L’uomo, avvolto in un ampio caffetano sul quale spiccava il lucido acciaio di una corazza ad anelli, si stava lanciando letteralmente contro il Vicus. Aveva in mano una lancia sulla punta della quale una testa impalata grondava ancora sangue.
Con una brusca tirata di redini fece alzare il cavallo sulle zampe posteriori, fermandone la folle corsa.
«Allah ù akbar!» gridò, infilzando il macabro totem al suolo. La freccia a lui diretta lo sfiorò e quello, per nulla intimorito, lanciò in risposta un urlo di sfida che parve alle loro orecchie il grido di un animale selvaggio. Alcuni dei guerrieri impallidirono a quella dimostrazione di coraggio. Il moro quindi voltò il cavallo e si allontanò. Ripresosi, l’arciere lasciò partire un altro strale, mancandolo di poco.
«Dannato sia il tuo arco!» Arnaldo lo spinse via furioso.
«Ma da dove sono arrivati?» domandò di nuovo Folco.
«Dal mare, da dove altrimenti?» rispose stizzito. «La bruma deve aver nascosto la flotta, e dal raggio della loro incursione non sarà certo composta di due barche.»
«Per agire in simultanea in una zona così vasta devono aver impiegato centinaia di navi» disse Chilperico. Tutti annuirono tetri.
«Non si limiteranno a spaventarci» Arnaldo indicò i macabri trofei allineati all’esterno. «Faremo meglio a preparare le difese. E a pregare che abbiano già preso bottino a sufficienza per ignorarci.»

Nessuno riponeva alcuna fiducia in quella possibilità.



>>> quinta puntata. Venerdì 30 giugno
<<< terza puntata. 

mercoledì 21 giugno 2017

La caduta del Re Orso.

Oggi voglio raccontarvi di un intrigo dalla lunga gestazione ma dall'esito irrevocabile. Una vera e propria usurpazione, quasi un golpe in stile anni di piombo, con tanto di propaganda feroce volta a distruggere l'avversario a livello morale.
Vogliamo i colonnelli (1973) film di Monicelli
Il re detronizzato è l'orso. Un animale caro alla cultura celtica, slava e germanica, dotato di forza e caratteristiche umane ascrivibili tutte al "buon" (per loro) capo. Esistono studi -Irving Hallowell "Bear ceremonialism in northern hemisphere" per esempio- che ne attestano la venerazione sin dal neolitico, come animale totem. La tradizione orale prosegue nei secoli e supera quasi indenne il periodo romano, di fatto molto tollerante nei confronti di culti locali se innocui ai fini dell'ordine pubblico. Una delle cause della grande popolarità dell'orso va sicuramente attribuita al suo aspetto antropomorfo, fra popolazioni meno inclini al filosofeggiare sull'anima e l'invisibile.

L'orso non solo può reggersi sulle zampe posteriori ma ha anche una forza straordinaria, un carattere indomito e regale. Caratteristiche elitarie, degne di uomini destinati a guidare il proprio popolo alla gloria e al trionfo. Il più forte dei "guerrieri" animali non poteva che ispirare dunque anche paralleli con l'equivalente guerresco umano.

A tal proposito come non citare le figure, in gran parte mitizzate, dei folli guerrieri ber-serkir vestiti -ma molto spesso svestiti, preferendo mostrare i gioielli di famiglia in battaglia- di pelli di orso (andavano molto anche i lupi e le renne NdA).


Ma c'è di più, perché un vero guerriero non praticava certo l'astinenza sessuale, al contrario l'appetito sessuale doveva andare di pari passo con la fame di cibo e la sete di sangue. E l'orso era ritenuto una sex machine di prima classe ma non solo: era credenza diffusa che lo facesse more hominum, sì: come gli uomini! Tutta colpa di Plinio il Vecchio che nel libro VIII della sua Naturalis historia scrisse Eorum coitus hiemis initio, nec vulgari quadrupidem more sed ambosus cubantibus complexisque - L'accoppiamento di questi ultimi ha luogo all'inizio dell'inverno e non avviene nel modo consueto di tutti i quadrupedi, ma i due animali stanno sdraiati e abbracciati. Da qui a ipotizzare incontri animaleschi con prosperose ragazza umane il passo dovette essere immediato.
L'antropologo Daniel Fabre, nel suo studio Jean de L'ours, raccoglie decine di versioni dell'omonimo racconto popolare. La vicenda narra di una donna rapita da un orso e del figlio nato dalla violenza dell'animale, una delle leggende più popolari dei Pirenei. Il ragazzo salverà la madre e vivrà una serie di avventure fino al lieto fine, sposando una principessa.

L'orso possedeva dunque caratteristiche molto particolari. Riuscite a indovinare a quale istituzione tutto questo non potesse proprio andare giù? Alla Chiesa, ovviamente. In fondo essa mal tollerava negli uomini atteggiamenti violenti e lascivi, figurarsi accettare l'influenza dell'orso che se proprio non dall'inferno, sicuramente da Gomorra sembrava provenire. Il re, umano, era scelto dal Signore, il paragone con quello degli animali non andava per niente bene...


Ursus est diabolicus 

Afferma Sant'Agostino nel XVII capitolo del suo "Sermones" e la frase diviene una sorta di mantra. Il Nemico va combattuto, distrutto e ovviamente sostituito perché un capo ci vuole sempre, ma che sia più incline ai valori del Cristo piuttosto che alle oscure tradizioni delle foreste.
Non c'è salmo o santo che tenga, sotto fronde come queste comanda Váli


Per compiere l'operazione occorrono secoli ma il piano è caparbio e soprattutto segue un preciso metodo che lo rende infallibile. Prima di tutto occorre demonizzare la belva, e come abbiamo visto si parte da lontano, con Sant'Agostino ma non mancano le finezze filosofiche. L'orsa viene considerata più forte del maschio della sua specie e questo è un difetto, fin troppo marcato in un'epoca che non brilla certo per i diritti delle donne. Tommaso di Cantimpré nel suo Liber de natura rerum non usa mezzi termini e afferma che solo un altro animale diabolico ha questa caratteristica: il leopardo (ne parleremo meglio più in là). L'orsa viola le leggi di Dio che ha creato le femmine sottoposte ai maschi in tutto il creato. Tranne dove il diavolo è riuscito a mettere lo zampino, ovviamente.

Una volta stabilita l'affinità fra il Nemico pubblico numero uno (Satana) e l'animale orso, è il momento di domarlo, di strapparlo via dalle profondità delle foreste nelle quali regna. Tocca ai Santi il lavoro sporco: eccoli dunque impegnati a combattere orsi mangiatori di asini, come Sant'Amando che costringe la belva a portare la soma al posto dell'asinello assassinato; oppure San Vaast che aggioga l'orso che ha ucciso il suo bue all'aratro e lo obbliga a terminare il lavoro nei campi. San Gallo addirittura schiavizza un gigantesco orso e ne sfrutta la formidabile forza per costruire l'eremo che diverrà poi la base per la costruzione dell'omonima abbazia.
"Cosa? Ancora 1200 anni prima della nascita dei sindacati? Non ce la posso fà!"

Da ultimo il colpo finale, la "damnatio memoriae" che non può certo obliare la presenza fisica dell'animale ma dissolve la sua regalità. L'orso viene ridicolizzato. Portato in giro con una museruola, pungolato alle fiere, costretto a ballare davanti al popolino che non lo teme più, il gigante detronizzato perde il rispetto e si perde il ricordo della sua autorità in brevissimo tempo. Gli uomini di Chiesa erano sempre disposti a chiudere un occhio nei confronti dei pur sempre mal tollerati saltimbanchi: era sufficiente che essi portassero con loro un orso reso macchietta di sé stesso. E così, a partire dal XIII secolo, gli orsi scompaiono dagli elenchi dei serragli e dei regali più preziosi per i re e i nobili maggiori, segnale evidente dell'ignobile fine del suo prestigio. 

L'orso, sconfitto, viene sostituito da un nuovo re. Il leone salì sul trono e lo artigliò così stretto che ancora oggi è la sua dinastia regna indisturbata sul mondo animale. 

Perché proprio il leone? Lo scopriremo presto...


venerdì 16 giugno 2017

Apocalypsis Nunc. Terza puntata.




L’odore delle focaccine cotte sulla pietra dagli uomini di Tebaldo giungeva da sotto la tenda che era stata montata sulla spiaggia, aperta su tre lati e non molto ampia; una specie di tettoia di panno. Il signore del pontile, con i capelli riccioluti che ondeggiavano sotto le spinte del persistente vento marino, stava assaporando del vino con il comandante della nave.
«Figlio di Arnaldo, unisciti a noi.»
Folco salutò i marinai e si avvicinò ai due uomini. Quando sorseggiò il vino dalla coppa offerta sentì la testa pulsargli per qualche istante prima che il corpo assorbisse l’alto volume alcolico.
«È buono, o no?» gli domandò Tebaldo.
«Molto forte» schioccò le labbra «non avevo mai provato niente di così aromatico.»
«Ho mescolato alcuni vitigni che di solito vengono sfruttati separati.»
«Vini così se ne trovano di rado, la vostra terra è benedetta per questo» disse il veneto.
Tebaldo era entusiasta dei loro complimenti. Continuava a tirarsi via i capelli dal volto e non smetteva di sorridere.
«I miei avi decisero di trasferirsi qui anche per questo.»
«A te, franco di stirpe franca» brindò Folco, ricordando che Tebaldo così amava esordire ogni volta che prendeva la parola a una qualche riunione di nobili.
«Ben detto, giovane Folco.»
«I miei marinai hanno incupito tutti quanti, vero?» cambiò d’un tratto discorso Cesare dei Braghi, schiarendosi la gola.
«Temono i saraceni.»
«Saraceni? Non se ne vedono da almeno due anni, e tutte le volte hanno preferito non perdere tempo qui da noi» intervenne Tebaldo.
«Già, ma ora che hanno bastonato le forze del Doge sono padroni dell’Adriaticum»
«E non sarebbero dovuti giungere, ormai?» domandò Folco per saggiare la loro risposta e confrontarla con quella dei marinai.
«Sì» Cesare non disse altro, tornò a ingollare il vino guardando di traverso la sua barca. Tebaldo fece spallucce.
«E allora perché non li abbiamo visti?» domandò il franco.
«C’è sotto qualcosa» disse Cesare riprendendo il discorso.
«Ma no, siete dei paranoici che non vedono al di là della prime onde» indicò il mare. «Io ho respinto tre incursioni in dieci anni. Per me hanno capito che aria tira a molestare i sudditi dell’imperatore. E se anche hanno avuto ragione della gente del Doge, devono aver preso la saggia decisione di approfittare della vittoria e darsi alla coltivazione» ridacchiò divertito, ma Cesare non parve affatto convinto, scosse il capo e si alzò per andare a prendere una delle pastelle di farina cotte sulla pietra.
«Lasciamo stare, piuttosto: prepariamoci per un banchetto di quelli che non si dimenticano. Tuo padre è già stato messo al corrente dell’arrivo di Cesare, fra poco verrà lui stesso a invitarci a cena.» disse Tebaldo, versando altro vino nella coppa di Folco. Il ragazzo si sporcò appena le labbra, perché il vino non allungato era troppo forte per i suoi gusti, e annuì, ricordando di aver visto uno dei ragazzi del franco dirigersi verso il Vicus a dorso di mulo.
«Verrà addirittura qui?»
«Certo! Cesare è un buon amico e grazie a lui dovremmo riuscire ad aprire una nostra dogana.»
I proventi della quale avrebbero dato linfa vitale nuova alla piccola comunità che cercava di risorgere dalle rovine dell’antica Cluana. Era il sogno di suo padre, pensò con una lieve eccitazione Folco, che era cresciuto nel mito del glorioso passato romano e sentiva, nel profondo, che il suo genitore l’avrebbe realizzato.

***
Arnaldo figlio di Ugo, nobile discendente dei guerrieri che resistettero all’imperatore Carlo e a lui si sottomisero solo dopo aspra lotta, entrò dalla porta dei monti salutato dagli uomini di guardia.
Ricambiò con un cenno e rivolse una smorfia a Arechi  che, accaldato, si appoggiava in un angolo. Scosse la testa immaginando che si fosse trattenuto con qualche contadina compiacente. Il guerriero, intuendo il pensiero del suo signore, sgranò gli occhi negando con il capo.
«Non preoccuparti, prenderò a servizio tutti i tuoi bastardi» sorrise.    «Sempre che dimostrino di avere un briciolo di sale in zucca più del padre.»
Le risate degli altri armati soffocarono il tentativo di Arechi  di rispondere, e Arnaldo seguitò lungo la strada principale. In realtà non era molto di più di un sentiero ricavato in gran parte sul tracciato ormai dissestato di un’antica viuzza pavimentata, una di quelle minori, perché distante dal vecchio foro di Cluana. Ciuffi d’erba e ciottoli dissestati rendevano il passo discontinuo in alcuni punti, ogni tentativo di rimettere in sesto l’antica opera veniva vanificato dall’imperizia degli operai e la pioggia o il passaggio di carri e cavalli aprivano nuove buche sempre più profonde. In alcuni tratti erano state scalzate via le pietre, soprattutto davanti alle porte di casa degli abitanti del Vicus che, arresisi dinnanzi all’inesorabile degrado del Pavimentum, lo strato superficiale, ne avevano riutilizzato i materiali per le proprie abitazioni e nei cortili, livellando poi il tratto in un gestibile, semplice, terreno battuto.
Arnaldo sapeva che prima o poi avrebbero dovuto ordinare di fare altrettanto per il resto della via maestra, ma per il momento preferiva rimandare i lavori e godere della vista, ai suoi occhi gloriosa, delle zone ancora in buono stato. Poteva sentirne la grandiosità con il semplice calcare dei suoi piedi e, unico fra tutti quelli che vi abitavano, riusciva davvero a vedere come era stata al tempo di massimo splendore di Roma. La strada, Cluana, il mondo. I suoi occhi coglievano la magnificenza scomparsa dalle rovine degli edifici diruti, dai pavimenti a mosaico quasi del tutto sepolti. Le colonne dei templi, ora utilizzate come muri portanti per le baracche e sulle quali venivano inchiodate assi e pelli conciate per creare pareti e divisori, parlavano di un'epoca che forse non era perduta per sempre. In cuor suo sentiva che con tempo a sufficienza, nella pace che ora regnava nella Marca, era possibile far tornare alla luce quel passato. Con la volontà di uomini come lui si poteva tornare a essere romani.
Arrivò, immerso nei suoi pensieri, nella piazza, l’unica del Vicus, dominata dalla chiesa dedicata alla memoria del Santo Marone Martire . Il portale era aperto e a breve sarebbe iniziata la funzione religiosa. Si affrettò verso la sua abitazione, una costruzione in legno e mattoni di due piani, l’unica di quell’altezza insieme all’edificio sacro al suo fianco. Doveva cambiare i calzari e le braghe sporchi di fango. Anche se Oddo non aveva mai dato peso a tali formalità, ritenendo che fosse importante essere presenti più con la mente che con il corpo alle funzioni, era buona norma che lo Sculdascio non si mostrasse mai privo di decoro nelle occasioni di riunione. Secondo il grasso prete ci si poteva abbigliare con gli ori di Persia, tanto se sotto si celava un’anima sporca Dio l’avrebbe comunque vista e giudicata per quel che era. Sorrise al pensiero di Oddo che pontificava come se si trattasse di un episcopo e mandava su tutte le furie quello, legittimo, di Firmum. Gli aveva  raccontato che al Vicus era stato assegnato un episcopo un paio di centinaia di anni prima,  ma poi si era creato un eccessivo numero di questi boriosi prelati, e molti erano stati declassati, spogliati dei paramenti o energicamente invitati a convertire barbari e i pagani. «Cosa se ne fa un gregge di dieci pecore di cento pastori?» aveva sentenziato Oddo concordando su quelle misure. Arnaldo non era convinto, se l'episcopo era stato tolto al suo Vicus lo si doveva imputare ai nobili che non avevano saputo attrarre gente e creare un centro degno di essere una sede episcopale. Forse lui ci sarebbe riuscito, si disse con convinzione.
Nella grande sala che costituiva quasi per intero il piano terra della sua casa  – l'unica ad avere un soppalco che aggiungeva un piano della metà della superficie bassa, dove lui e la sua famiglia avevano i loro spazi personali – gli venne incontro Bosso, il maestro della casa. «Signore» lo appellò Bosso, arrivando trafelato.
«Dimmi Bosso, cosa mi attende di terribile nell’immediato futuro?»
«Tebaldo dice che è arrivato Cesare.»
«Questa sì che è una notizia. Devo correre da loro.» Diede istruzioni perché gli fossero portati degli abiti puliti, e comodi.
«Folco!» chiamò a gran voce. «Folco!» provò di nuovo guardandosi intorno
«È partito stamattina presto» gli disse Bosso raggiungendolo con il cambio richiesto.
«Ah già, quel corsiero nuovo che smaniava di cavalcare. Molto bene, vedrò di fargli sapere la novità. Dai istruzioni alle cucine, che preparino un banchetto degno di un imperatore, tornerò con ospiti di riguardo.»
«Anche il franco verrà?»
«Ne sono sicuro. È il primo a presentarsi quando c’è da mangiare alla mia tavola.»
Bosso gli diede una mano a spogliarsi degli abiti sporchi. Un ragazzetto si affacciò dal portone e cercò lo sguardo del servitore anziano: «Mi ha fatto chiamare?»
«Prepara il cavallo dello Sculdascio e fai venire i suoi per scortarlo.» Il giovane corse via
«La figlia dell’Alperti continua a venire a cuocere il pane da noi» continuò poi Bosso come se ci fosse attinenza con quanto si era detto fino a quel momento.
«Non le ho mai vietato di farlo.»
«Torno a ripetere che è quel che dovreste fare, invece.»
«E perché mai dovrei negarle il pane? Finché se ne stanno quieti e hanno di che pagare, possono cuocerne quanto ne vogliono.»
«Non spetta certo a me ricordare allo Sculdascio che quell'Alperti ha più volte dichiarato la sua completa indipendenza. Non paga tributi, non manda stagionali per i lavori, non mette i suoi guerrieri a disposizione.»
«Risolveremo il problema senza abbassarci al suo stesso livello. Stasera sapremo se ci sarà concessa una dogana autonoma. Se sarà possibile aprirne una non gli resterà che ammettere la nostra superiorità su quello scalcinato castrum che lui ritiene sede di chissà quale impero di quattro pecore.»
Bosso non parve contento, Arnaldo lo guardò e si domandò se esistesse, per il vecchio, una qualsiasi cosa capace di essere per lui motivo di felicità.
«Dovreste bruciare quella baracca e appendere per i piedi gli aldii che si sono sottomessi a lui. Vermi striscianti quelli, che pur di non tornare a servire convincono il vecchio della fondatezza delle sue fandonie» sputò a terra con convinzione e Arnaldo scosse il capo.
«Tornerà a chiedere il mio perdono. Il duca stesso e l’episcopo l’hanno abbandonato al suo rancore, non resisterà per molto ancora.» Alzò una mano in tempo per fermare la replica di Bosso. «Ma qualora questo non avvenisse sarò pronto a combatterlo senza alcuna pietà.»
Bosso annuì, dando la sua approvazione a quelle parole. Controllato che gli abiti del suo signore fossero in ordine, uscì nel cortile per sorvegliare la preparazione dei cavalli. Arnaldo affibbiò il pesante cinturone decorato e spostò la spada da quello grezzo che indossava per la maggior parte del tempo. Ora era pronto ad accogliere i suoi ospiti, si disse soddisfatto.

***
La mattina in cui Cesare ripartì con il suo equipaggio, tre giorni dopo il loro arrivo, faceva più freddo del solito. Folco si era stretto nel mantello e anche suo padre, in sella accanto a lui, si era avvolto nella cappa pesante mentre attendevano agli ultimi preparativi prima che la nave veneta mollasse gli ormeggi.
«Il Monte di Ancòn è coperto dalla foschia, in questa stagione è molto raro che avvenga. Ci sarà bruma fitta, a breve» disse Arnaldo scrutando la nebbia che si alzava dal mare e si addensava sotto le nuvole plumbee. Tebaldo dei Franchi era rimasto sul pontile e dava istruzioni ai servi. Ai suoi piedi c’era una pesante cassa rinforzata da listelli di ferro. Due uomini armati e vestiti di tuniche nuove per impressionare, anche nel commiato, i veneti, vi montavano la guardia. A un cenno di Tebaldo lo aprirono mostrando il contenuto: stoffe grezze e vesti, giare sigillate con cera vermiglia – piene del vino da lui prodotto nell’ultima vendemmia – boccali di buona fattura anche se non di materiale prezioso e pani di cera d’api per combattere il gelo che in mare poteva anche uccidere. Erano dei doni forse parchi per chi, come Cesare, aveva potuto vedere la ricchezza delle città dei greci, ma Folco sapeva che dalle sue parti voleva dire molto riuscire a mettere insieme il contenuto della cassa. Donarlo era un atto di grande prodigalità.
«I nostri doni non sono stati da meno» sussurrò a suo padre, che annuì.
«È vero figlio mio, forse ancor più preziosi di questi. Spetta però a Tebaldo l’onore di donare alla partenza. È stato lui a introdurmi Cesare, e devo rispettare il rapporto di amicizia che intercorre fra loro.»
Il signore del porticciolo stava distribuendo, e abbinava una frase o una preghiera adeguata per ogni membro dell’equipaggio che sporgeva le mani oltre la fiancata.
«È tempo di salpare, saranno giorni di freddo e bruma questi» sentenziò Cesare allargando un braccio in direzione del mare. «Prima doppieremo il Monte e meglio sarà.»
«C’è buon vento da meridione.»
«Sì, terrà bene per qualche giorno, sarà un piacere per chiunque navighi verso l’aurora» rise forte. «Addio allora, amici miei. Al mio ritorno avrete una dogana, preparate le assi per i pontili» salutò con forza mentre gli ormeggi venivano sciolti e gli uomini prendevano a remare per portare la nave a vento. Quando furono spiegate le vele, Tebaldo smise di salutare e si voltò verso Arnaldo, che aveva atteso la partenza rimanendo a cavallo, circondato dai suoi, per mostrare la forza, piccola ma agguerrita, del Vicus Cluentensis. Schierati lungo la spiaggia sfoggiavano tutti le migliori tuniche, e le armature a scaglie erano così lucide da riflettere la luce del sole.
«Sculdascio, questa volta sono certo sarà quella buona.»
«Me lo auguro. In tal caso dovremo provvedere a creare un solo punto di attracco, e nominare qualcuno che ne gestisca il traffico responsabilmente» ammiccò verso l’altro.
«Qualcuno che protegga i naviganti dalle ruberie dei mercanti del Vicus» rincarò Tebaldo.
«E intaschi una percentuale dei loro dazi, per tale protezione» intervenne Folco con tempismo, provocando le risate generali.
«Esatto, giovane Folco, esatto.» Tebaldo si fregò le mani, pregustando i futuri guadagni.
Lungo la strada verso casa Folco spronò il suo cavallo più volte, inerpicandosi sulle chine sabbiose e guidandolo con abilità fra siepi e tronchi. Saltò un ampio fosso e poi, con un eccitatissimo galoppo, ritornò al fianco del padre, ansante per la dimostrazione di abilità.
«Non c’è dubbio: il miglior corsiero per il miglior cavaliere che abbia visto correre nelle mie terre» disse Arnaldo orgoglioso. «Domenica andremo a caccia nella valle di meridione, fra i boschi del Santo Lepido.»
«Sempre se il tempo non peggiorerà.»
«Non temere figlio mio, nella nebbia si può comunque cacciare. La sfida sarà ancora più interessante» disse con un ampio sorriso.
Pace e prosperità per la sua gente, per suo figlio e per i figli dei suoi figli. Tutto questo stava per realizzarsi dopo tanti anni di lotte, di fedele servizio,di impegno.
«Vediamo come se la cava il tuo corsiero in un inseguimento» disse all’improvviso dando di sprone. Folco, sorpreso solo per un istante, incitò il suo cavallo dietro quello del padre con alte grida, deciso a non perdere la sfida. 




>>> quarta puntata. Venerdì 23 giugno
<<< seconda puntata. 

venerdì 9 giugno 2017

Apocalypsis Nunc. Seconda puntata


La nave, attraccata al pontile, appariva ben più misera di quel che Folco si era immaginato. Aveva un solo albero, paratie basse e legno in più punti marcescente che rendeva l’imbarcazione una sorta di imitazione in scala maggiore delle barchette da pesca ormeggiate al suo fianco. E non sembrava molto più ricca di quest’ultime. L’equipaggio era un crogiolo di genti anche se preponderanti erano i dalmati: con i loro capelli stoppacciosi color paglia e i lineamenti squadrati si distinguevano dal resto della ciurma, in mezzo alla quale non mancavano greci, italici e un paio di razze a lui sconosciute. Il comandante, Cesare dei Braghi che Tebaldo conosceva da tempo, era sceso con un balzo e sorridendo si era avvicinato al nobile. L’odore salmastro che emanava era così intenso che Folco intuì avessero navigato senza mai far sosta in porti amici.
«Sono giunto quanto più velocemente il vento mi ha concesso. Dodici notti a bordo di questa bagnarola, solo per amico mio» disse senza smettere di sorridere e di stringere il braccio di Tebaldo, con un forte accento e più d’una parola in latino antico. Folco non ascoltò il resto della conversazione, impegnato a squadrare gli stranieri che mantenevano le distanze dagli uomini di Tebaldo e con i quali comunicavano, se costretti dalle esigenze del lavoro, a gesti. Apparivano nervosi e taciturni, ben oltre quanto ci si potesse aspettare dopo una lunga traversata. Anche gli addetti al pontile sembravano percepire quella freddezza e si tenevano a distanza.
«Avranno qualche malattia a bordo?» domandò sottovoce uno dei ragazzi vicino a lui.
«Non credo, il veneto avrebbe agito in altro modo» gli rispose uno dei più anziani, che aveva l’aria di chi pensa di saperla lunga su qualsiasi argomento.
«Dovremo rimanercene così? Pronti a menare le mani da un momento all’altro?» Era Simone, Folco lo conosceva bene perché quando non aveva di che lavorare il ragazzo andava alla taverna vicino al ponte sul Cluentum e raccontava storie fantastiche per ore intere. Questi si fece avanti e con voce chiara interpellò uno dei greci: «Tu. Scommetto la mia migliore camicia che vinco tre pari a due lanci» e per dar enfasi alla spacconata mostrò due lucidi dadi d’avorio, bianchi al punto che la luce solare si riflesse attraverso loro sulla fiancata della barca in un giroscopio iridescente.
Fu forse il sorriso sornione o l’innata indole di chi naviga al giocare d’azzardo a convincere il greco, che annuì dopo appena un'istante d'esitazione.
«Ci mettiamo qui?» domandò indicando lo spazio libero sulla banchina, fra gli imballi di stoffa e gli otri di acqua.
«Diavolo, sì. Staremo anche comodi in mezzo a tutta questa roba» Simone si spostò verso il luogo scelto, seguito dai suoi compagni e subito dopo i marinai, muovendosi a gruppetti della stessa etnia, superarono la paratia e si sistemarono vicino a loro.
Folco non prese parte ai lanci, accontentandosi di osservare i nuovi venuti e quando, complice l’alternarsi equo di vittorie e sconfitte annaffiate dal vino di più d’un orcio gli animi si sciolsero un poco, tentò di iniziare una conversazione con uno dei marinai non impegnati nei lanci.
«Come è stata la traversata?» L’uomo, un tipo magro e bruno dagli occhi obliqui e il naso pronunciato che dominava il viso spigoloso gli sorrise a mezza bocca mostrando una fila di denti marci, poi fece spallucce e tornò a voltarsi.
Il greco che aveva iniziato il gioco con Simone, senza alzare gli occhi dalla stuoia, intervenne.
«Non può comprenderti. Non ha mai pronunziato una sola parola di una lingua cristiana da quando è a bordo.» Ridacchiò, imitato dagli altri.
«E come fate a dirgli cosa fare?»
«C’è poco da spiegare» questa volta alzò la testa. «Il capitano non vuole donne a bordo e le nostre traversate sono lunghe, a volte» ammiccò a Folco che esitò, ma poi comprese e sgranò gli occhi.
«Andar per mare abitua a mangiare quello che capita, ragazzo» sentenziò Simone, per nulla sorpreso.
«Soprattutto di questi tempi» concordò cupo il marinaio e gli altri che comprendevano la lingua italica si unirono a lui con cupi borbottii.
«Perché? Cosa succede, di questi tempi?»
«Succede che non c’è più nessuno a contrastare i saraceni dell’Apulia.»
«Come? Non sapete nulla?» chiese un altro, anche lui dall’aspetto e dall’accento greco, notando l’accigliarsi di Folco, Simone e tutti gli altri.
«Cosa dovremmo sapere?»
«La flotta del Doge, quella costruita per eliminare perfino il ricordo dei maomettani, è stata distrutta. Non c’è più nessuno a contendere il mare a quei diavoli.» Il silenzio calò improvviso, e i marinai giunti da Venetia sembravano alquanto sorpresi nel constatare l’ignoranza dei cluentini a tal riguardo; ma in breve le espressioni incredule di questi ultimi lasciarono spazio a volti tesi, che annuivano mentre legavano i fili dei numerosi indizi percepiti in un'unica trama: quella nave attesa che non era mai arrivata, la grandissima flotta che aveva incrociato a largo e che tutti credevano essersi fermata nel meridione perché nessuno l’aveva più rivista passare verso nord, le navi che superavano i porti senza fermarsi, quasi avessero il demonio alle calcagna.
Folco si allontanò di qualche passo, seguendo il filo di un suo ragionamento. Alcune domeniche prima un messo dell’Episcopo di Firmum era giunto per ordinare a suo padre di inviare un decimo degli uomini liberi abili con le armi per servizi di presidio costiero nei pressi della foce del fiume Truentum. Arnaldo aveva immaginato che vi fossero problemi con il gastaldato d’Aprutium, i cui limiti settentrionali erano definiti da quel corso d’acqua, e invece era per tema delle ripercussioni dei saraceni. Come minimo si sarebbero dovuti moltiplicare gli attacchi alle coste. Invece non era avvenuto nulla, al contrario erano mesi che non giungevano nuove su quei predoni del mare.
«Non abbiamo alcun avvistamento, né sono state riportate notizie di attacchi» disse Folco.
«Infatti! Non avrebbero dovuto piombarci addosso come tanti lupi famelici, ora che i pastori e i cani da guardia sono stati fatti fuori?»
I veneti non replicarono, ma era chiaro dalle loro espressioni che anch’essi ritenevano anomalo che non fossero già iniziate le incursioni.
«Abbiamo viaggiato temendo il peggio, per questo l’umore a bordo non è dei migliori. Temevamo, nel doppiare Ancòn, di finire in chissà quale guaio, ma ora che così affermate sembra che i nostri timori siano stati infondati» disse il greco. «Ce li aspettavamo numerosi come sciami di locuste.»
«Anche un nugolo di locuste» disse l’anziano pescatore che fino a quel momento non aveva parlato né partecipato ai giochi «ha bisogno di un certo tempo per raggrupparsi. Quando poi diventano così fitte che non si riesce a passarvi attraverso, le locuste iniziano a muoversi e nulla resiste al loro passaggio.»
La sentenza dell’uomo fu sufficiente a riportare a terra gli animi appena risollevatisi. Smisero i giochi e ognuno tornò alla propria occupazione. Folco guardò l’orizzonte del mare, così terso che concentrandosi si poteva intravedere la sottilissima linea della costa dalmata. Non vide vele ma non si sentì affatto sollevato.


* * *

Matilde uscì dal portone sul lato che guardava al mare, cercando così di evitare Arechi , il giovane guerriero ormai palesemente invaghito di lei che non perdeva mai occasione per parlarle. Aveva intravisto l’uomo di guardia alla porta dei monti, quella più comoda per lei da attraversare per ritornare al poggio della sua famiglia. La corte che le stava facendo si era fatta ogni giorno più ardita, e sempre più efficace, dovette ammettere a se stessa sentendo palpitarle il cuore al solo pensiero. Ciò nonostante, qualunque fossero i suoi sentimenti, era bene per tutti e due che la faccenda terminasse senza ulteriori sviluppi. Si caricò sopra la testa il cesto del pane appena cotto, cercando di bilanciarne il peso sul fazzoletto arrotolato intorno ai capelli. Una coppia di giovani unita in matrimonio di recente si sorrideva nel cortile della loro abitazione. Matilde sentì una stretta al cuore. Il suo destino non avrebbe mai avuto contorni così dolci. Isolato dal resto del mondo, in lotta praticamente contro tutti, suo padre Alperti aveva perduto qualsiasi speranza di poter contrarre un matrimonio conveniente per sua figlia. Nel suo delirio ormai irreversibile fantasticava di dominare un impero, quando a loro non restava che la poca terra nella quale si erano arroccati. E, cosa ancor più terribile, dopo aver perduto anche l’ultimo figlio maschio, era ossessionato dal pensiero di non avere più un erede e alcune notti prima si era fatto vicino a lei, nel grande giaciglio di casa, e aveva iniziato ad accarezzarla con insistenza, al punto tale che riuscì a indovinarne gli intenti pur non avendo mai consumato l’amore fisico. Inorridita, era scivolata via da sotto le calde coltri e si era messa a dormire su una panca vicino al focolare. Non aveva più osato tornare nel giaciglio di famiglia nelle successive notti. Il padre non aveva commentato la cosa, né aveva insistito con il tentativo.
Persa nei suoi pensieri non si era resa conto dei passi affrettati alle sue spalle.
«Dovevi considerare meglio il tuo percorso, se volevi evitarmi» le disse Arechi  tirando il fiato. Si pose al suo fianco, cercando di nascondere la fatica dietro il miglior sorriso sulla sua bocca storta. Con un sospiro si sfilò l’elmo. Il retaggio dei suoi avi si rispecchiava nei lunghi capelli biondi che tirò via dal volto con un gesto rapido.
«Quel che non mi spiego, invero, è come mai avete abbandonato il vostro posto di guardia.»
«La risposta a questa domanda mi sembra superflua, non credi?» l’allegrezza del giovane fu contagiosa e Matilde si ritrovò a ridacchiare divertita.
«Immagino dovrete tornare al portone ora. Vi saluto.»
«Non così presto, mia cara. Ho chi mi sostituisce e preferirei scortarvi a casa, preoccupandomi per la vostra incolumità» ammiccò. «Mia signora» aggiunse.
«Immagino che non riuscirò a liberarmi di te allora» capitolò lei. Usavano sempre l’alternanza di modi confidenziali ad altri più formali. Lei lo riteneva un tentativo legittimo di mantenere una certa distanza, mentre per lui non era che un modo per canzonare la blanda posizione difensiva della ragazza. «Ma non camminarmi a fianco, mio signore.»
«Due passi di lato e uno dietro pensi possano bastare come distanza?»
«Non basterebbero cento passi, ma mi sento più sicura a poter controllare il mio cavaliere, che saperlo dietro di me a tramare come rapirmi la notte.»
«Ho già un piano, mi occorre una mano amica che apra l’infisso della vostra finestra.»
«Così semplice? Pensavo ci sarebbe stata una lotta, e che con un salto sareste balzato oltre la cinta di pali infilzando e uccidendo chiunque pensasse di por fine al vostro oltraggio.»
«Oh, no! Come potresti amarmi se facessi strage di tuo parenti? Io propongo sia fatto senza salti, né combattimenti, mantenendo intatto il finale.»
Matilde arrossì e reclinò il capo ma non rispose.
«Ad ogni modo sono seriamente tentato di farlo. Per portarvi dove non saremmo che noi due soli, e il nostro amore. È davvero un bel posto dove portare una donna, la mia donna, quello che ho in mente.»
«Smettila ora, lo sai che non mi piace che mi parli così» non le riuscì di arrabbiarsi però.
«Lo so. Dovrei agire e non parlare» alzò il naso, soddisfatto del proprio ardire.
Arechi  era un arimanno senza moglie della casa dello Sculdascio. Un buon partito per la famiglia di Matilde se suo padre non avesse chiuso il mondo fuori dal loro recinto. La sua bellezza d'uomo fatto era un po’ spigolosa ma superiore alla media. Il ragazzo si era sempre comportato bene con lei e non le sarebbe affatto dispiaciuto divenire la sua donna, e poi sua moglie secondo i rituali di legittimazione. Nessuno al Vicus però avrebbe ben visto una simile unione, e Arechi  sarebbe andato incontro a delle conseguenze a farsi vedere in sua compagnia, ne era certa. Si pentì della confidenza concessa anche ora, come ogni volta che lui le si avvicinava. Non sapeva resistergli nonostante cercasse di evitare che quella sensazione che sentiva calda come brace sopita divenisse un fuoco. Nessuno dei due avrebbe più voluto spegnerlo se fosse divampato.
A circa metà del percorso, quando mancava meno di una svolta per scorgere la villa di famiglia, Arechi  si fermò.
«A domani, allora.»
«Domani non verrò a cuocere il pane, chiedete fin troppo per queste poche pagnotte, solo perché sono figlia di chi sono.»  Ma almeno lo Sculdascio le aveva concesso di cuocerne, quando avrebbe potuto benissimo impedirlo, pensò. Non farò morire di fame nessuno per colpa dei deliri di un vecchio folle le aveva detto, e così era stato.
«Chiediamo?» Arechi  alzò un sopracciglio.
«Sì. Voi del Vicus.»
«Io ti farei cuocere tutto il pane che vuoi, dipendesse da me. Mi basterebbe una carezza delle tue morbide mani.»
«Allora dovrai comprarti un forno.» Gli sorrise in tralice, per nulla impressionata «E poi le mie mani sono tutto tranne che morbide.» Gli mostrò la sinistra mentre con l’altra teneva fermo il cesto del pane. Era la mano di chi aveva sempre lavorato duramente, callosa e spaccata come terra riarsa dalla siccità.
«C’è più nobiltà nella tua mano che in quella di madonna Lucilla.»
«La moglie dello Sculdascio Arnaldo ha splendide mani, per quel che ho potuto vedere.» Ma non fu convincente nel suo voler sembrare disinteressata alle parole del guerriero e l’altro, sorridendo trionfante, afferrò la mano che lei ancora porgeva e con un sussulto nella voce le disse emozionato: «Lasciate a me giudicare della nobiltà del vostro corpo.»
Matilde avvampò e rispose qualcosa che non le uscì come verbo di cristiano: poteva essere un ringraziamento o un insulto, Arechi  non comprese. Lei corse via, lasciandolo in mezzo al sentiero, con le mani ancora tenute a coppa ma senza più altra mano a reggere.
«Arrivederci, mia signora.»
Matilde si voltò e, ancora rossa in volto, gli urlò. 
«Una mano che aprirà quell’imposta la troverete, se riuscirete a bussare questa notte.» E già correva verso casa, con il cesto che le ballava in testa.


>>> terza puntata. Venerdì 16 giugno