Bayeux tapestry

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giovedì 10 maggio 2018

Lettera di un combattente a sua madre. Aprile 1471.

14 aprile 1471, villaggio di Barnet, oggi sobborgo settentrionale di Londra. La battaglia di Barnet, nota per la fittissima nebbia nella quale si combatté, è appena terminata.

In campo, le forze contrapposte del re Edoardo IV, leader degli York nella cosiddetta Guerra delle Due Rose, e di Richard Neville, conte di Warwick, un tempo alleato di Edoardo e da poco ritornato nelle fila dei Lancaster nelle quali aveva già militato all'inizio del conflitto (E non era l'unico caso di cambio di schieramento, solo per tenere traccia dei nobili maggiori occorrono ore e ore di studio. in confronto Il trono di spade di Martin, notoriamente ispirato proprio a questo periodo, è molto semplice e lineare.)

Lo scontro merita un approfondimento a parte, perciò oggi eviterò di addentrarmi nella cronaca della battaglia. Essa fa da sfondo a questo articolo che invece vuole raccontarvi di un particolare documento dell'epoca. Una straordinaria testimonianza scritta giunta fortunatamente fino a noi.

John Pastor e suo fratello minore, anch'egli di nome John, sono sopravvissuti alla battaglia campale. Hanno combattuto in prima linea e il John più piccolo ha subito una brutta ferita. Militavano sotto le insegne del Conte di Oxford, partigiano Lancaster e il loro schieramento è stato sconfitto, i comandanti uccisi. Nel caos generale dell'armata in fuga e spezzettata in tronconi ormai non più in grado di ricongiungersi, John sentì l'urgenza di scrivere una lettera personale alla madre Margareth Mautby. Poche righe ma dense di umanità. John voleva rassicurare la madre e nel contempo, essendo lei dentro le faccende politiche del paese, informarla per quanto possibile riguardo il recente disastro.


Ci separano più di cinquecento anni da quei giorni eppure le parole di Paston suonano ancora attuali, vicine alla nostra sensibilità. Non c'è molta differenza fra le sue righe e quelle di un combattente di una guerra del novecento.

Il testo

A mia madre.

MADRE, mi raccomando a te, portandoti a conoscenza che, Dio sia lodato, mio fratello John è vivo e sta bene, e non è in pericolo di vita; tuttavia è stato ferito da una freccia al braccio destro, sotto il gomito; e io inviato da lui un chirurgo che l'ha medicato e mi ha detto che è sicuro che si riprenderà del tutto in poco tempo. E' così che John Milsent è morto, Dio abbia pietà della sua anima! e William Milsent è sopravvissuto, e i suoi sergenti - servants nel testo - tutti fuggiti con ogni probabilità. Per quanto mi riguarda, sono in ogni caso benedetto da Dio; e non sono in pericolo di vita, posso garantirlo in piena coscienza. Ancora, il mio signore l'arcivescovo è nella Torre(1); tuttavia io confido in Dio che stia abbastanza bene; egli ha un salvacondotto per me e per sé stesso; tuttavia abbiamo avuto guai da quando, ma ora ne comprendo il perché, egli ha ricevuto il perdono; e così speriamo per il meglio. Laggiù nel campo, a mezzo miglio da Barnet, è stato ucciso il Conte di Warwick, nel giorno di Pasqua.(2)
La scena immaginata dallo straordinario artista Graham Turner


(1) L'arcivescovo è George Neville, in quei giorni tenuto prigioniero da Edoardo IV nella Torre di Londra. Il capoverso che segue la notizia della cattività è di dubbia interpretazione, non sappiamo a che guai Paston faccia riferimento. Possiamo presumere siano dovuti ai continui cambi di bandiera di cui fu protagonista l'arcivescovo durante la Guerra.

(2) Ormai sicuro della vittoria Edoardo ordinò di catturare Warwick ma a causa della fitta nebbia i suoi uomini non lo riconobbero e lo uccisero a coltellate. Il suo cadavere, insieme a quello di suo fratello John Neville, altro comandante lancasteriano, rimase esposto per tre giorni nel piazzale della Cattedrale di St. Paul per tacere le voci che volevano i due nemici del re ancora in vita.






martedì 8 maggio 2018

Il kit del perfetto combattente. La Guerra delle Due Rose.


Potendo disporre di adeguate risorse un guerriero nord europeo della seconda metà del XV secolo si sarebbe dotato dell'eccellenza in fatto di protezioni e armi offensive. Il materiale riportato qui sotto corrisponde all'incirca al top di gamma dell'epoca compresa fra la battaglia di Towton (1461) e Bosworth (1485). 



  1. Stivali
  2. Cappello civile con piccolo stemma in peltro
  3. Elmo detto Bigoncia (Sallet in inglese)
  4. Gorgiera 
  5. Spallacci. Il sinistro è più grande per una migliore protezione del lato difensivo, mentre il destro, offensivo, rimane più agile
  6. Spallacci
  7. Collare
  8. Scarsella
  9. Cintura
  10. Cuffia di stoffa
  11. Protezioni braccio sinistro. Cannone omerale e avambraccio, giunto rinforzato
  12. Mantella con cappuccio
  13. Guanti d'arme a clessidra
  14. Anello
  15. Rosario

16. Portamonete
17. Scarpe d'arme
18. Scarselle, piastre aggiuntive a protezione dell'attaccatura della coscia con l'inguine
19. Corazza schienale con le insegne del Duca di Norfolk
20. Corazza pettorale
21. Gambiere. Proteggevano la coscia e la tibia. Nella giuntura due alette d'acciaio proteggevano la          parte posteriore del ginocchio
22. Protezioni braccio destro. Cannone omerale e avambraccio, giunto rinforzato
23. Cintura d'arme
24. Spada
25. Daga
26. Fodero della daga
27. Gambeson con maniche di maglia di ferro
28. Cinghia
29. Pettine di legno
30. Camicia di lino
31. Farsetto imbottito
32. Utensili per i pasti
33. Custodia per coltello
34. Fodero della spada
35. Azza all'inglese, meglio nota come Poleaxe (o Pollaxe, Pole-axe ecc.) Perché a volte è più facile          rompere la testa al tuo nemico che tagliarla.

Da notare l'assenza dello scudo, divenuto ormai oggetto simbolico da torneo o da lasciare appeso a casa sopra il caminetto. La maggior parte dei combattenti utilizza armi a due mani o con la possibilità di essere impugnate con entrambe le estremità. Tagliare e sventare era diventato molto difficile, i colpi miravano a infilzare o a spaccare e per questo le azze, le alabarde e le picche divennero armamenti principali. La spada si fece più pesante e lunga, con impugnatura larga a sufficienza per fare spazio all'altra mano. Non era solo una questione di forza bruta ma evoluzione schermistica.




giovedì 3 maggio 2018

Castello di Kizkalesi



Oggi visiteremo un’isola di circa 15.000 metri quadrati, vicinissima alla costa e interamente occupata da solide mura... No, non è Moint Saint Michel, che di mq ne fa quasi un milione, ma Kizkalesi, in Turchia.

Si tratta di un isolotto roccioso che sorge lungo la costa sud dell’Anatolia, nella provincia del Mersin. La sua superficie è quasi completamente occupata dal castello omonimo (conosciuto anche come il Castello del Mare o Castello del Vergine da Kiz ragazza e Kalesi castello in turco). Anticamente il nome dell’isola era Gramvousa (greco Γραμβούσσα) e secondo Tim Severin, ricercatore e scrittore specializzato in vicende marittime, il nome Gramvoussa deriverebbe dalla moglie dell’ultimo capo pirata ad aver abitato l’isola, Vousa, l’unica stando alla leggenda che riuscì a sfuggire alla flotta bizantina che pose fine al dominio dei predoni del mare sul minuscolo isolotto.

Proprio i bizantini, infatti, durante il regno di Alessio I Comneno, edificarono la prima struttura fortificata i cui resti sono visibili oggi nell’area sud del complesso, dove si erge la tipica torre quadrata dell’età comnena. Leone I del regno Armeno di Cilicia. I cui lavori sono riconoscibili dalle torri quadrate e dalla tecnica muraria detta Concio, caratteristica dell’arte difensiva armena del periodo. Il castello ha due ingressi fortificati e una galleria lungo il lato occidentale attraverso la quale, un tempo, era possibile far accedere piccole imbarcazioni direttamente entro le mura.

Più volte rimaneggiato venne completamente ricostruito nel tredicesimo secolo da

Il perimetro complessivo è di 195 metri.

Interessante la presenza di una sorta di diga costruita per consentire un continuo collegamento con la terraferma. Qualcosa che doveva averlo reso molto simile al nostro, strepitoso, castello marino: Le Castella, in Calabria.


Nel 1450 i turchi strapparono il castello ai ciprioti, subentrati agli armeni un secolo prima, e cambiarono nome alla fortezza costiera di Gorygos collegata a Gramvoussa in Kizkalesi. La nuova denominazione fu utilizzata per entrambe le fortificazioni e tutt’oggi persiste come toponimo condiviso.


Come tutte i luoghi suggestivi del mondo non poteva mancare una leggenda dal sapore molto mediorientale. La Vergine di cui si accenna in uno dei nomi del sito era la figlia di un re di una non meglio specificata epoca. Un giorno un indovino predisse la morte della principessina in giovane età a causa di un morso di serpente, il re allora, deciso a impedire il compiersi di un così tragico destino, inviò la figlioletta sull’isola di Gramvoussa dove era noto non dimorassero serpenti.
Non si può vincere contro il fato, però, e così un giorno un velenoso rettile la raggiunse nascosto dentro uno dei cesti con i viveri inviati da terra, il drammatico destino della giovane si compì nonostante tutti gli accorgimenti. Occorre ricordare che questa storia è molto comune nell'area e almeno una decina di luoghi differenti e distanti da Kizkalesi ne condividono i contenuti.

martedì 17 aprile 2018

La Grande Compagnia Catalana. La battaglia di Halmyros 15 marzo 1311.


La devastante vendetta di Berenguer d'Entenca per l'uccisione di Ruggero da Fiore costrinse la Compagnia Catalana a spostarsi verso il sud della Grecia. Spogliata la Tracia di ogni risorsa era infatti impensabile per i catalani rimanervi, così come fuori portata dovette apparire la possibilità di conquistare Costantinopoli. Vi furono scontri fra i comandanti della Compagnia, ai quali si erano aggiunti di recente inviati del re d'Aragona per indirizzare quella forza militare e utilizzarla come estensione del proprio potere nell'area. Il piano era ambizioso ma i mercenari ormai agivano come cani sciolti e rafforzandosi il potere -e la disperazione- dell'imperatore di Costantinopoli decisero di spostarsi in direzione dell'Attica, dove si prospettavano razzie indisturbate e un clima perfetto per mercenari che avevano al seguito le proprie famiglie.


Giunti al confine con il ducato di Atene gli Almogaveri vennero contattati da una loro vecchia conoscenza, Roger Deslaur, un almogavero al servizio di Gautier V di Brienne duca di Atene. Gautier (ricordato anche come Walter) aveva combattuto in Sicilia durante la Guerra del Vespro ed era stato catturato proprio da una banda di catalani durante la battaglia di Gagliano. Conosceva dunque la combattività della Compagnia e tramite Roger la ingaggiò per controllare i confini nord -dove appunto li aveva "fermati" intavolando trattative per l'ingaggio- dove premeva il suo nemico diretto, Giovanni II Ducas che in quegli anni governava sulla Neopatria, un ducato nato dalla dissoluzione del regno latino di Tessalonica, anche se a muovere le trame era l'imperatore Andronico, deciso a riconquistare i territori perduti da quel lontano 1204, anno in cui le dinastie europee si insediarono sul trono di Costantinopoli.

In sei mesi Gautier prese il controllo di trenta fortezze e arrivò a un accordo di pace con Andronico. A dispetto di quanto la recente storia della Compagnia avrebbe dovuto insegnare ai contemporanei riguardo l'efferatezza con la quale i suoi appartenenti si facevano rispettare, Gautier decise di smettere di pagarli, congedando in malo modo il grosso della Compagnia tranne 200 cavalieri e 300 fanti selezionati ai quali, oltre a garantire terre e privilegi per la continuazione dei servigi, demandò l'incarico di tenere fuori dai confini del ducato il resto dei loro compagni. Immagino sappiate già cosa accadde in seguito a questa sconsiderata decisione...
Un bel banchetto e un centinaio di armati pronti a allietare gli ospiti. Altro che Martin... 
Gli almogaveri e Gautier V giunsero allo scontro diretto e il 15 marzo 1311 nella pianura di Halmyros, nei pressi del fiume Cefiso, in Beozia. Consapevoli della superiorità tattica della cavalleria di stile franco guidata dal duca di Atene i reparti della Compagnia catalana si schierarono dietro un acquitrino così esteso che non c'era modo di aggirarlo -e secondo i cronisti Muntaner e Niceforo Gregoras creato artificialmente deviando il corso del fiume-. Quando i franchi arrivarono il contingente turco della Compagnia si rifiutò di scendere in campo sospettando che la battaglia campale fosse una scusa per eliminarli tutti. In compenso, però, in un esprit de corp davvero notevole, i cinquecento almogaveri rimasti al soldo di Gautier disertarono allegramente per ricongiungersi con i vecchi compagni. Roger rimase fedele al duca franco e combatté al suo fianco (sarà uno dei pochi superstiti fra i cavalieri e, catturato, venne "perdonato" e nominato rector et marescalcus universitatis dai catalani vittoriosi).

Per quanto riguarda le dimensioni degli schieramenti si parla di circa 6.000 combattenti della Compagnia contro almeno il doppio fra cavalieri e fanti al comando di Gautier. Va detto che dopo venti anni di combattimenti pressoché continui la componente etnica iberica della Compagnia era andata assottigliandosi e che il numero di guerrieri rimase più o meno stabile grazie al reclutamento continuo. Bulgari, turchi, epiroti, greci, traci e decine di altre differenti culture si trovarono unite sotto gli stendardi della Compagnia, apprendendo dai veterani i fondamenti del loro modo di combattere basato sulla velocità, sulle armi da getto e sulla determinazione nel compiere lavori di pura macelleria nel corso degli scontri.

Il terreno difficoltoso smorzò la carica di cavalleria al punto che l'impatto con le linee catalane fu del tutto insignificante. Lo schieramento di punta di Guatier si frammentò in piccoli gruppi incapaci di difendersi con efficacia dal modo di combattere violento ed estremamente mobile degli almogaveri. A dare il colpo di grazia, presumibilmente in concomitanza con l'attacco anch'esso molto lento della fanteria franca, intervennero i turchi che convinti dall'evidenza dei fatti della buona volontà dei catalani attaccarono sul fianco e sul retro la massa di combattenti pesanti e impacciati del ducato di Atene. Fu una vittoria completa, Gautier e quasi tutti i grandi baroni del ducato perirono quel giorno sul campo. I Catalani si impossessarono delle città e delle fortezze dell'Attica e della Beozia prendendo in spose le vedove degli uomini che avevano massacrato. In cerca di legittimità, inoltre, pregarono Federico III d'Aragona, vincitore della Guerra del Vespro, di accettare l'omaggio formale e di inviare qualcuno a governare formalmente le terre conquistate. Federico nominò il suo secondogenito Manfredi, di cinque anni, Duca di Atene e inviò Alfonso Fadrique per svolgere fattivamente gli incarichi di governo.
Sigillo della Compagnia

Sarà un avventuriero, Neri Acciajuoli, nel 1388 a porre termine al dominio catalano. Ma questa è un'altra storia che prima o poi vi racconterò.







giovedì 12 aprile 2018

Una notte di luglio né buia né tempestosa, ma solo noiosa...


Nella foto appena scattata potete vedere la mia attuale postazione di scrittura: un tavolo nel ristorante dove lavoro. Tutte le mattine apro il locale molto presto, svolgo le pulizie necessarie -ho scoperto che passando lo straccio vengono un sacco di idee!- e poi mi siedo qui e mi dedico a quella che considero la mia vera professione.  

Per uno strano scherzo del destino il primo romanzo che scrissi ha preso vita nei momenti morti della mia precedente occupazione. Per quasi dieci anni sono stato infatti una guardia giurata (ci andrebbe “particolare” in mezzo alle due parole ma ci faceva sentire più diversi che speciali e perciò, anche oggi, evito di aggiungerlo ) e fu proprio durante un lungo, lunghissimo, noioso, noiosissimo turno in centrale operativa che decisi di scrivere due righe fra un allarme e un altro. Credo che fosse solo un escamotage per rimanere sveglio, visto che il turno andava dalle otto di sera alle otto del mattino, avendo dimenticato lo zainetto con i libri che di solito portavo sempre con me. Si potrebbe dire, in effetti, che tutto ebbe inizio a causa di una dimenticanza. Prima di quell’istante preciso, il 6 luglio del 2006, non avevo mai veramente tentavo di scrivere qualcosa di più concreto di qualche avventura per giochi di ruolo -una delle mie più grandi passioni-.
Eppure in meno di un'ora avevo già delineato metà di quello che sarebbe divenuto il primo capitolo. All'inizio pensavo di limitarmi a un racconto che, cominciato in media res, si sarebbe concluso così come si può leggere nel testo. Solo che giunto all'esplosione finale avevo tirato in ballo numerosi personaggi -alcuni nemmeno inseriti ma ormai presenti alle mie spalle mentre scrivevo. Non potevo fermarmi. Andai avanti con un secondo capitolo e per alcuni giorni mi fermai indeciso su come portare avanti l'intera vicenda. Giunsero in mio aiuto un paio di letture che avevo concluso da poco, la principale delle quali era La Battaglia di Patrick Rambaud. Voglio raccontarvi meglio il piccolo, enorme, capolavoro di Rambaud, quindi ci tornerò di sicuro, per ora basti sapere che l'idea di creare un romanzo corale, con l'alternarsi delle vicende dei vari protagonisti uniti dallo spazio-tempo dell'Offensiva delle Ardenne, mi venne da lui e da quella che avevo giudicato essere una mancanza, ossia uno sguardo nello schieramento austriaco opposto a quello napoleonico di cui fanno parte i personaggi de La Battaglia.


Anche la scelta delle Ardenne fu istintiva, casuale; forse a causa di alcune traversie personali in quel momento sentivo congeniale il freddo nonostante fossimo in pieno luglio, ad ogni modo da quel momento e per i successivi quattro anni portai avanti la narrazione con un ritmo di lavoro a dir poco altalenante ma sempre deciso a giungere a una conclusione completa. Alternavo momenti di esaltazione a mesi e mesi durante i quali riuscivo a mala pena a scrivere dieci righe. Ero indisciplinato, disordinato, sempre indeciso ma ero anche felice di questa presenza costante, continuativa. Era una sensazione che non avevo mai provato prima forse simile a quella descrizione di rifugio che tanti fanno parlando del desiderio di scrivere. Io non saprei dirlo con sicurezza, non ho mai trovato congeniale quasi nessuno degli altrui spunti sul perché scrivo, inoltre non mi ritrovo nelle mille manie di tanti scrittori: quello che prima il caffè quello che solo con la mia penna, quello che deve avere la sua musica in sottofondo. Non ho mai avuto un rituale né un feticcio per scrivere e questo in effetti continua ancora oggi: non esiste un come scrivo che sia costante, a volte faccio tutto a mano, così da poter lavorare anche nelle situazioni più disparata tipo in fila in autostrada bloccato da un incidente (mi pare che completai così il nono capitolo di Missione d’onore, che vi racconterò un altro giorno), oppure seduto al parco mentre la prole se la spassava alla grande. Durante i mesi di lavoro l’unica cosa che si mantenne costante era la necessità di crescere nella disciplina lavorativa. Giorno dopo giorno riuscii a imbrigliare il me più caotico finché non giunsi alla conclusione della stesura con già un’altra storia fissata in mente: il figlio illegittimo di un nobile cavaliere del XII secolo, il suo rapporto con il padre e una tragedia che li avrebbe separati. Suona familiare, vero?


Nell'agosto del 2011, finalmente, il romanzo giunse alla pubblicazione. Adesso, ogni volta che mi capita di soffermarmi sul suo incipit mi sembra di entrare in una macchina del tempo, destinazione la sala allarmi dell'ormai scomparsa Securcontrol di Macerata. Riesco ancora a vedermi, seduto davanti allo schermo, fermo sulla parola FINE, a domandarmi se qualcuno avrebbe mai letto L'Ultima offensiva di Giovanni Melappioni 😉




Capitolo I


Ardenne, 16 dicembre 1944

Se un qualche dio potesse darmi la forza di trovare un significato a tutto questo, spiegarmi le mie dita spezzate che a stento riescono a tracciare le parole, spiegarmi perché sono intriso del sangue dei miei amici, perché non riesco più a riconoscerli. Come possono degli esseri umani divenire così alieni, nel freddo della morte, a tutto ciò che li circonda, a ciò che erano poco prima? Potrò rivedere ancora la luce, percepire i colori? Il sole abbaglia eppure non scalda, la neve mi circonda eppure non sento freddo. Sono forse sprofondato in un limbo di…

«Tenente! Tornano all’attacco!» la voce riportò Tom alla realtà.
Il taccuino scivolò veloce tra le falde del cappotto, la matita in tasca, al sicuro. Le dita coperte di fasce di lana si strinsero intorno al legno della carabina, nero per l’usura, il fumo e la terra. Raffiche controllate di mitragliatrici si distinguevano dai lati della linea di difesa. Si unì a un’unità che si stava velocemente dirigendo attraverso il labirinto di macerie verso le posizioni a est, al limitare del villaggio di Holzthum, ormai distrutto dopo ore di combattimenti. «Dove sono?» chiese scrutando l’orizzonte tra due assi di legno poggiate al bordo della buca in cui era sceso[...]

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martedì 10 aprile 2018

La Grande Compagnia Catalana. Parte 1.

"Ora questi combattenti chiamati Almogavaras sono uomini che vivono per nient'altro che la guerra, e essi abitano non in città e villaggi ma nelle montagne e nelle foreste. E essi combattono incessantemente contro i saraceni e fanno incursioni nelle loro terre per uno o due giorni, saccheggiando e prendendo prigionieri. [Per questo] possono sopportare grandi disagi più agevolmente di tanti altri uomini. Sono uomini forti, abili nelle imboscate e nell'inseguimento."
Bernat Desclot, Chronica 28-9.

La Compagnia Catalana viene identificata con gli Almogavari anche se essi non furono i suoi unici componenti. Di sicuro con i loro vestiti di pelle, "mezzi nudi" come li ricordano nelle cronache i siciliani rimanendo scioccati dal fatto che "non avevano al collo neanche un piccolo scudo" e selvaggi nell'aspetto quanto nei modi, i montanari giunti dalla Spagna seppero focalizzare su di sé l'attenzione dei cronisti dell'epoca e non di meno si guadagnarono la fama di validi combattenti sul campo, ma a coadiuvarli nella Compagnia c'erano anche cavalieri e combattenti di altre etnie -addirittura Turchi.

Questi micidiali combattenti si fecero conoscere durante la cosiddetta guerra del Vespro, combattuta fra aragonesi e francesi dal 1282 al 1302 ma la storia vera e propria della Compagnia inizia alla fine del conflitto. Terminata infatti la guerra (con gli accordi di pace di Caltabellotta) Federico III, figlio di Pietro d'Aragona e ora re di Sicilia si ritrovò a dover gestire il congedo di migliaia di veterani ormai solidamente impiantatisi nell'isola. Non dobbiamo fare l'errore di immaginarci un modernissimo esercito composto di soli soldati con famiglie a casa in attesa. Moltissimi uomini si erano sposati, o comunque avevano creato delle famiglie che li seguivano durante tutte le operazioni belliche. Gli accampamenti tendevano sempre a divenire delle piccole cittadine, con tanto di servizi, mercati, tribunali. Non si trattava di imbarcare i marines dopo la Guerra del Golfo e tanti saluti, occorreva smantellare un sistema di vita durato vent'anni e reintegrarlo nei luoghi d'origine senza che vi fossero reali possibilità di ritornare alla precedente vita per quanti erano giunti in Sicilia nel corso degli anni di conflitto. 

Fu Ruggero da Fiore a risolvere, a suo vantaggio, il problema. Egli infatti ottenne il permesso, immagino senza alcun ostracismo dalla corte di Federico, di reclutare quanti, fra questi uomini rimasti senza occupazione, avessero voluto seguirlo nel suo progetto orientale. Ruggero aveva infatti contattato l'imperatore di Bisanzio Andronico II Paleologo, offrendo i servigi di una libera compagnia mercenari per nove mesi. 

Stando alle differenti cronache, da quella del Muntaner che era membro della Compagnia a quelle bizantine di Niceforo Gregoras e Pachimere, arrivarono a Costantinopoli da 3.000 a 8.000 fra uomini, donne, bambini. Non fu un arrivo del tutto pacifico dato che pochi giorni dopo lo sbarco dei primi nuclei della Compagnia ci furono scontri con i Genovesi del distretto di Pera, preoccupati che l'arrivo dei Catalani potesse intralciare i proprio affari esclusivi nella capitale. Muntaner parla di centinaia di morti e di come l'imperatore evitò il peggio spedendo repentinamente Ruggero e i suoi oltre il Bosforo, verso Cyzicus assediata dai Turchi. 

Fu l'inizio dell'epopea della Compagnia in Anatolia. Ruggero guidò i suoi uomini in una serie di scontri che si spinsero in profondità nei possedimenti turchi dove saccheggiarono a loro piacimento e si mosse seguendo una personale agenda senza badare molto alle eventuali richieste che giungevano da Costantinopoli. Dopo aver liberato Philadelfia dalla stretta dei turchi di Karaman le operazioni proseguirono lungo la piana del Saruhan. Durante l'assedio di Magnesia un messaggero raggiunse Ruggero: l'imperatore lo esortava a correre in suo aiuto sul continente europeo contro Teodoro Svetoslav, un usurpatore che aveva riunito buona parte della Bulgaria sotto il suo dominio e ora minacciava i territori traci dell'Impero. Giunti nei pressi di Gallipoli però l'ordine fu annullato. La Compagnia si fermò nella città portuale che divenne la base per le successive operazioni. 

Nello stesso tempo in cui Ruggero e i suoi soggiornavano a Gallipoli arrivò un vecchio commilitone del da Fiore, Berenguer d'Entença, con nove galee da guerra stracolme di uomini. La Compagnia, già pericolosa di per sé, divenne ancora più temibile e i due uomini, ambiziosi come pochi altri, iniziarono a fare pressioni su Andronico per ottenere il massimo da un impero debole e incapace di gestire la loro strepitosa forza. Essi domandarono l'intera Anatolia in cambio dei servigi offerti fino a quel momento e, velatamente, onde evitare il sorgere di incresciose situazioni nel resto dell'impero. Fu la goccia che fece traboccare il vaso a corte, dove il figlio di Andronico, Michele, decise di porre rimedio in maniera drastica alla minaccia catalana. Invitò a un banchetto Ruggero e un centinaio dei suoi ufficiali e nel culmine della festa li fece massacrare da un'unità di guerrieri alani. 

Invece di sbandarsi, come sperato da Michele, la compagnia si unì sotto l'insegna di Berenguer il quale scatenò una terribile vendetta nei confronti dei bizantini. La Tracia venne devastata in lungo e in largo e quando Andronico marciò con un esercito contro di loro essi lo sconfissero in maniera decisiva nei pressi di Rhaedestum. La Compagnia deviò poi verso sud, lungo la Tessaglia, devastando e saccheggiando a proprio piacimento lungo la via. 

La storia della Compagnia Catalana continua nel prossimo articolo. 




venerdì 6 aprile 2018

Allargare gli orizzonti.

In questi ultimi due anni ho ampliato così tanto gli amici e i contatti grazie all'attività di Medievalista virtuale che ho sentito la necessità di creare un luogo per comunicare senza mediazione storica, una rubrica che sarà un canale diretto con voi lettori. Un po' un ritorno alle origini dei blog come veicolo di comunicazione personale.

Nel settembre del 2016, appena ricevuta la notizia che Meridiano Zero aveva deciso di pubblicare la mia storia medievale (narrata, per il momento, nei primi due volumi Forgiati dalla spada e Temprati dal destino), ho pensato che fosse giusto offrire a chiunque avesse voluto iniziare a leggere i miei romanzi dei piccoli spunti che mostrassero la serietà delle ricerche effettuate per scriverli. Fu naturale farlo e credo dipendesse dal mio background.

Sono nato totalmente immerso nel mondo della musica e delle attività discografiche: mio padre aprì un negozio di dischi nel 1977, tre anni prima che io nascessi, e l'attività di famiglia è proseguita fino al 2004. Ho vissuto i miei anni più formativi circondato da vinili, musicassette, picture disc, e poi cd, mini-disc e dvd.

Ritornando a noi, per non finire nelle spire della malinconica nostalgia di quei giorni, ricordo in particolare l'utilizzo, da parte delle case discografiche, dei 45 giri in vinile e dei cosiddetti singoli, in cd, successivi, come strumento per offrire alcuni brani in assaggio, in attesa dell'uscita degli album completi.

Per me era un'operazione di rispetto, oltre che meramente commerciale. Prima dell'era di Youtube e compagnia bella potevi solo aspettarti un passaggio alla radio o su MTV (vi ricordate quando c'era la musica, su MTV?) della canzone principale, mentre con il singolo te ne beccavi almeno due, se non tre qualche volta. Aumentavi la possibilità di scoprire se i Metallica stavano per fregarti con LOAD oppure ricevevi la conferma che il terzo disco dei Foo Fighters avrebbe spaccato come sempre.

Il Medievalista nasce proprio da qui. Volevo che il mio “singolo” vi desse la possibilità di conoscermi e giudicare senza dover essere costretti a fare un salto nel buio procurandovi un romanzo e incrociando le dita sul contenuto. Inoltre, dovendo fare continue ricerche per i miei scritti, si trattava di pubblicare lavori in parte necessari e ho trovato molto stimolante farlo, soprattutto nel rimanere leggero senza perdere di professionalità.

Vi racconto tutto questo per due motivi: primo per sbloccare un poco le dita sempre restie a scrivere di me. Dovrò farci l'abitudine a mettermi in piazza senza "ripararmi" dietro la Storia 😊. Secondo, e forse più importante, per anticiparvi che proprio per questo mio modo di vedere il rapporto fra chi scrive e chi usufruisce delle opere create dall'inchiostro, sento l'esigenza di allargare di qualche centimetro gli orizzonti aperti con il Medievalista. Ho numerose novità in cantiere, "creature letterarie" che domandano spazio, storie che chiedono di essere narrate, e proprio come quando la famiglia si allarga, devo ampliare queste stanze per fare spazio a tutti.

Mettetevi comodi, allora, perché il viaggio è appena iniziato e non mancheranno le sorprese.