Bayeux tapestry

Bayeux tapestry

mercoledì 20 settembre 2017

Nemico pubblico numero uno. Il lupo nel medioevo.

Se per tutto il medioevo il demonio fu l'avversario dell'anima, il lupo rappresentò il nemico del corpo. Apparentemente nessun altro animale è stato oggetto di così tanto odio nel corso della storia dell'uomo (se escludiamo le zanzare) e tutto ebbe inizio a partire proprio nell'età di Mezzo...


Se ci pensate ancora oggi, nel tentativo di domare i più scalmanati bambini, si possano ascoltare minacce di imminenti assalti da parte di lupi in branco o solitari -il famigerato Lupo Nero-; belve mangiatrici di bimbi capricciosi che durante la mia infanzia, chissà per quale portento, erano solite mettersi in agguato proprio nei luoghi dove gli adulti non volevano che andassi! Mi viene da pensare che ce li mettessero proprio loro, a questo punto. 

Non voglio però addentrarmi in un discorso di infanzie traumatizzate e bambine costrette a portare torte a nonne malate da un capo all'altro di una foresta ma andare a monte della questione. Proviamo a scoprire come e perché il lupo divenne il Cattivo. 


Nel periodo classico i lupi non avevano interpretazioni particolarmente negative. Virgilio ci fornisce un esempio illuminante nell'Eneide (libro XI). L'etrusco Arrunte dopo aver ferito a morte Camilla, la giovane guerriera eroina dei Volsci, spaventato dell'enormità del misfatto fugge come un lupo che "ucciso un pastore o un grande giovenco, diviene conscio del fatto audace". Una piccola metafora che però la dice lunga sulla considerazione che si aveva delle capacità offensive del lupo. Si tratterebbe di un caso eccezionale quello di un lupo che uccide qualcosa di più grande dell'animali da cortile o da gregge. Orazio si vanta addirittura di aver fatto fuggire, da solo e senza armi, un grande lupo incontrato nelle zone più impervie della Sabina. 

L'aggressione all'uomo viene interpretata più spesso come un prodigio, un omen (presagio) dal mondo dell'invisibile. Così in Tito Livio, Cassio Dione e Appiano. Un lupo che aggredisce un uomo è paragonato al fulmine che colpisce un tempio, alla nascita di animali deformi e apparizioni di fantasmi. Perfino Plinio il Vecchio giudica innocui i lupi, anche nelle forme più esotiche come lo sciacallo. Columella, autore del De Re Rustica, una sorta di guida alla vita di campagna per ricconi annoiati della vita di città, afferma che i cani da pastore devono essere vigili ai sotterfugi dei lupi, perché questi predano gli animali più piccoli e più deboli e mai quelli più grandi e ben controllabili. Inoltre alcuni dei erano accompagnati da lupi fedeli, basti pensare ai Lupi Sacri di Marte da cui il facile collegamento con la lupa dei fratelli più famosi del Lazio, Romolo e Remo. Per Sabini ed Etruschi, concludendo questo piccolo excursus nel passato greco-romano d'Europa, era un animale legato all'aldilà e ai riti funebri. 

Il lupo, dunque, per quanto raptor, improbus e rapax, non era un vero pericolo per l'uomo ma più un fastidio o, al contrario, un'entità legata al sovrannaturale. Il quadro completo della figura del lupo nell'antichità romana è chiaramente più complesso ma quello che volevo mostrare era questa sorta di neutralità nei confronti dell'animale silvestre. Neutralità che muta completamente nel corso del medioevo...

A partire dal VI secolo le cose cambiano. Nelle cronache la presenza di lupi diviene indice di decadenza e in effetti l'inizio dell'epoca medievale è caratterizzata da una contrazione demografica a tratti drammatica, con intere regioni decimate (solo per citarne una, nel Piceno alla fine della guerra gotico- bizantina scomparirono circa la metà delle municipalità di origine romana). La natura si riprese gli spazi strappati dal lavoro dei contadini dell'epoca di Roma, facilitata in alcune zone dallo strapotere dei latifondisti i quali impoverirono la popolazione per lasciare poi, con l'inizio della crisi del mondo latino, intere regioni abbandonate a sé stesse. Le foreste si allargarono, la selva inglobò strade, edifici, pascoli. Il moltiplicarsi delle specie di animali non addomesticati fu inevitabile, naturale direi se mi passate il termine. Fra questi ovviamente i lupi, forti del vantaggio della cooperazione in branco sia per procurarsi il cibo che per allevare la prole, i cui livelli di mortalità sono inferiori a quelli di altre specie di predatori solitari. 

Il primo fattore che incise sulla trasformazione in negativo del lupo fu sicuramente la sua crescita esponenziale in numero.

Non esiste un modo per conteggiare numericamente questo grande nemico dell'uomo medievale ma si possono fare delle stime, con tutte le problematiche del caso, basandoci sui resoconti dei cronisti -come abbiamo visto molto spesso esagerati- oppure sui dati relativi alle ricompense per gli animali uccisi, questi necessariamente più precisi. 

Lo storico Robert Delort, nel suo studio sul commercio delle pelli del 1978, rivela dettagli documentali sui numeri degli animali uccisi. Circoscrivendo alla zona di Parigi la ricerca del Delort vengono fuori dati impressionanti: 995 cuccioli uccisi nel 1298, 1465 l'anno successivo, 1439 nel 1301 e così via fino alla fine del trecento, con numeri quasi sempre sopra il migliaio. 

Forse il nobile cacciatore Gaston Phoebus può aiutarci a comprendere quanto fosse diffuso il lupo. Liquida così, infatti, nella sua accuratissima guida all'arte venatoria e agli animali selvatici, il lupo. 


Il lupo è una bestia piuttosto comune, e così non conviene nemmeno che ne descrive l'aspetto, dacché sono davvero pochi quelli che non l'hanno veduto
Gaston Phèbus, conte di Foix, Livre de chasse, 1390 circa

Trattandosi di un manuale che risultò fra i più applauditi del suo tempo, possiamo dedurne l'accuratezza e la precisione. A questo punto, se Gaston pensò bene di saltare la parte dedicata al lupo, non resta che constatare che davvero doveva trattarsi di un animale comune quanto quelli allevati. E un animale predatorio così diffuso da essere da chiunque riconoscibile non poteva che costituire un grave, gravissimo, problema.   

Se il numero è un dato oggettivo, la paura che ne conseguì è più difficile da circoscrivere. Perché è appurato che non vi fu alcun mutamento di razza, che non furono più aggressivi i lupi medievali rispetto a quelli dell'antichità per una forma di rabbia o per variazioni di razza all'interno della specie. Fu il numero immane di creature a determinarne l'aumento dell'aggressività. I branchi lottavano fra di loro per gli stessi spazi per cui gli uomini, secoli prima, avevano a loro volta combattuto, contro la natura ma anche contro i propri simili, mi riferisco alle riforme agrarie e alle problematiche relative, per esempio, alla sistemazione dei veterani di guerra. 
Non sempre andare in pensione voleva dire chiudere in pace la propria esistenza... 

Ricordo le parole di un veterano della seconda guerra in Iraq il quale, durante la battaglia per la diga di Hadithah raccontò di come i cani della spopolata città si fossero ben presto riuniti in branchi e avessero iniziato a mangiare i cadaveri sparsi per le strade della cittadina. Provate a immaginare un mondo dominato dalle forze della natura e popolato da predatori capaci di operare in branchi compatti e numerosi, perennemente affamati e in lotta per la sopravvivenza. 

Ecco dunque che nella Francia meridionale, a voler credere alle parole di Prudenzio vescovo di Troyes negli Annales di Saint Bertin, che lupi divoratori di uomini minacciavano il contado con incursioni quotidiane. "Multi mortalium a lupi devorantur" ci avvisano gli Annales di Hildesheim nel 1119. Ancora, Salimbene de Adam nella celeberrima Cronica ricorda che a seguito della guerra fra l'imperatore Federico II e i comuni dell'area emiliana si moltiplicarono all'inverosimile i lupi rapaces al punto che interi branchi si erano stanziati a ridosso delle città e di notte penetravano attraverso i varchi delle mura divelte e divoravano chiunque avessero trovato all'aperto. E sempre Salimbene riporta di assalti anche all'interno delle abitazione nell'area del Reggiano, con diversi bambini sbranati nelle culle. 

Ci informa un anonimo cronista, presumibilmente un monaco dell'abbazia benedettina di San Pietro a Erfurt, che in Franconia in un solo anno morirono più di trenta persone per attacchi di lupi. La nota I degli Statuti del Comune di Vicenza riporta l'obbligo rionale di costruire -e mantenere- dei muri per difendere l'abitato non dai briganti o dai nemici ma dai lupi. 

Gocce d'acqua in un oceano di testimonianze. Davvero, non basterebbe un anno per completare l'elenco delle cronache che ho trovato, impensabile censirle tutte. Spero che il quadro sia chiaro e che sia evidente l'emergenza lupi nel corso del medioevo, perché il passaggio successivo fu facilitato proprio dalla costante presenza del canide nella vita degli uomini di tutti i giorni: il lupo divenne demoniaco. 

Era quasi impossibile che questo non avvenisse, il medioevo vive di simbologia. Nelle università, ci fa sapere lo storico degli atenei C. H. Haskins, erano detti Lupi i delatori in ambiente accademico. Il canto della battaglia di Maldon, un poema epico del X secolo opera anonima, ricorda i "martiri" guerrieri dell'Essex guidati dal conte Byrhtnoth, caduti combattendo contro i "lupi assassini" con riferimento ai guerrieri danesi giunti in Inghilterra nel 991.
Gli avversari sono lupi, come poteva non avvenire il parallelo con l'avversario per eccellenza della cristianità, il diavolo?
Umberto di Selvacandida scrisse un trattato sulla simonia e l'eresia, nel XI secolo, e pensate un po', qual è l'animale più accostato ai nemici della Chiesa: il lupo. Il lupus diabolus lo si trova negli atti di Carlo Magno, in quelli di Enrico III e così via, sempre in riferimento agli avversari politici. E come dimenticare la Lupa per eccellenza, quella che accoglie Dante all'inizio della Commedia? Essa rappresenta l'avarizia, il peccato che nel '300 ha scalzato come importanza la superbia, il peccato dell'età feudale. Non è un caso che sia proprio il lupo a farsene carico. 

In conclusione il processo spontaneo e sistematico di depauperamento delle campagne e la riduzione della popolazione attiva, capace di opporsi al rinnovarsi della natura, portò i branchi a crescere in numero e potenzialità al punto che per scoprirlo Nemico non fu necessario nessun procedimento mentale complesso come avvenne per l'orso. Il destino del lupo era già segnato. 

Il lupo è il mio animale totem, una creatura che ho sempre amato, per il fascino del branco che vince la solitudine e coopera, per lo sguardo fiero e altero o forse proprio a causa del suo tragico destino. 


sabato 16 settembre 2017

Le immagini più misteriose della Tappezzeria di Bayeux. Vol. 1

Una piccola carrellata di immagini bizzarre e misteriose tratte dalla Tappezzeria di Bayeux. 

TUROLD 
- Turoldo 

Beh, questo è proprio particolare. Si tratta della seconda figura misteriosa dopo Ælfygyva della quale parlavo ieri . Il nome è una variante regionale del norreno Thorvaldr. Questo non aiuta molto a inquadrare il personaggio in quanto nome molto diffuso: Adigard des Gautries nel suo studio della prima versione "inglese" della chancon de Roland identifica 29 persone con quel nome, fra le quali l'autore appunto della trascrizione della Canzone.

Si è discusso se per caso Turoldo non fosse la figura vestita di rosso a sinistra. In effetti non vi sarebbe spazio per indicare l'uomo alto, un normanno, che fa da messaggero nella scena se non scrivendo il nome al suo fianco. Le caratteristiche dell'omino però lo rendono così particolare che è lecito ipotizzare sia lui il protagonista di questa scena, il nome dunque rafforzerebbe solo il riconoscimento di una figura di per sé già molto particolare. C'è chi ipotizza fosse un giocoliere nano, per via degli abiti e della barbetta a punta o comunque un personaggio caratteristico della corte di Guglielmo. Notare i pantaloni, fuori dal comune rispetto alle calze degli altri personaggi della Tappezzeria. Sembra che in Catalogna, stando alle parole di P. Bennett nel suo studio su Turoldo (ma io non ho potuto verificarlo direttamente per ora), i menestrelli e i giocolieri fossero usi utilizzare abiti di quella foggia.

Chissà...







UBI UNUS CLERICUS ET ÆLFGYVA 
- Qui un chierico e Ælfgyva
Di tutto l'arazzo non esiste una figura più misteriosa di questa donna (no, non è proprio così, ce n'è almeno un'altra) ). Sono almeno due secoli che eminenti storici cercano di risolvere l'arcano senza grandi risultati.

Intanto la scena: un chierico, ce lo dicono sia il testo che l'immagine (tonsura e corpo magrolino rispetto ai guerrieri) e la donna sono sotto una struttura molto particolare. Ho letto un'ipotesi che ne farebbe un seidhjallr, un soppalco, a volte con tanto di sedile a volte più simile a un gazebo, dal quale parlavano le profettesse nordiche come le Vǫlur. Mi sembra azzardata, nonostante il fascino chiaramente "vichingo" della struttura.

Che si tratti di un portico sembra certo e questo dettaglio pone la scena all'esterno, donandole una certa aurea di mistero aggiuntivo, di qualcosa di ordito alle spalle dei grandi che invece stanno parlando nella Sala Magna di Rouen (la scena prima).

Secondo McNulty, uno storico inglese che nel 1980 pubblicò un'interessante monografia sul personaggio, potrebbe trattarsi di
Ælfygyva di Northampton, la quale sarebbe stata causa di discordie e dissapori presso la corte inglese dopo la morte di Canuto. Forse un'allusione didascalica al fatto che ci fosse "del marcio, in Inghilterra" già da tempo. Infatti poco prima Guglielmo e Araldo parlano per la prima volta, subito dopo la liberazione di quest'ultimo.

Purtroppo nulla di certo...

Per quanto riguarda il chierico, questi sembra colpire la donna. Forse è un'immagine forte per testimoniare di un ammonimento, piuttosto che una percossa. C'è un indizio che potrebbe collegarlo con la cattedrale di Norwich, si tratta della forma a spirale della colonna, la stessa del sigillo del vescovo Herbert Losinga, ma da qui a trarre conclusioni io non mi azzardo.

Insomma, proprio un bel mistero!






HIC WIDO ASSUXIT HAROLDUM AD WILGELMUM NORMANNORUM DUCEM 
- Qui Guido conduce Aroldo da Guglielmo, Duca dei Normanni

C'è un particolare divertente in questa immagine ma prima di descriverlo occorre spiegare brevemente chi era Wido e cosa aveva combinato.

Si tratta di Guido di Ponthieu, succeduto come Conte al fratello Enguerrand caduto in battaglia nel 1053. Questi, secondo un'usanza comune dell'epoca in quelle zone della Normandia, aveva preso Harold e tutti i suoi uomini suoi prigionieri poche scene prima. Accadeva infatti, lungo le coste del Nord Europa, che i sopravvissuti a un disastro marittimo fossero considerati preda dei signori delle coste presso le quali trovavano scampo dai flutti (Secondo William di Poitiers era un "costume barbaro contrario ai principi cristiani" mentre per William di Malmesbury "chi sopravviveva a un naufragio correva peggiori pericoli sulla terraferma"). Aroldo dunque, lasciata l'Inghilterra per conferire con Guglielmo, ebbe un incidente in mare e fu catturato da Guido. Solo l'intervento diretto di Guglielmo il Bastardo gli restituirà la libertà e infatti in questa parte Guido-Wido sta per incontrare Guglielmo che gli ha ordinato di lasciare il nobile Aroldo.

Quello di cui volevo parlarvi però è di un dettaglio che spesso sfugge all'attenzione, in maniera comprensibile perché di cose di cui meravigliarsi ne è piena questa opera d'arte. Se ci fate caso il cavallo è molto magrolino e ha le orecchie d'asino. E' diverso da qualsiasi altra cavalcatura presente nella Tappezzeria (ve ne sono 200). Qualche autore interpreta l'animale proprio come un asino e non un cavallo dalle fattezze ambigue. Insomma, appare chiaro che questo Guido non doveva essere molto simpatico né a Guglielmo, né a Oddone, il fratellastro che commissionò l'opera di tessitura.

Un esempio di satira politica molto interessante.




ISTI MIRANT STELLA 
- essi ammirano le stelle 


Anno milleno sexagesimo quoque seno / Anglorum mete crinem sensere comete
(Johannis de Fordun - Chronica gentis scotoeum)

Cominciamo con un dettaglio non così sconosciuto ma sicuramente di grande fascino: la cometa di Halley.

La cometa, il cui ciclo di 76 anni è stato scoperto da Halley nel 1682, apparve effettivamente nei cieli d'Europa fra la fine di Aprile e l'inizio di Maggio del 1066. Seguendo la cronologia della Tappezzeria essa viene avvistata prima dell'ascensione al trono di Harold ma i fatti storici differiscono in quanto la cometa apparve appunto dopo. (Harold divenne re il 5 Gennaio dello stesso anno). Essendo ogni segno straordinario del cielo interpretato in chiave profetica gli autori della Tappezzeria forzarono un poco la mano per far risaltare il passaggio della cometa come segno del futuro disastro che incombeva sul re anglosassone.

mercoledì 23 agosto 2017

La società guerriera dei Lupi.

Ogni attività commerciale deve, per forza di cose, registrare le proprie entrate, annotare le uscite, soprattutto le spese per i compensi dei collaboratori, e calcolare con regolarità i profitti dei soci. Oggi esiste la figura professionale del commercialista per gestire questi aspetti, in epoca medievale era un notaio -termine generico che racchiudeva in sé molte più accezioni di oggi- a tenere la contabilità. Seguire le tracce degli atti notarili, dunque, aiuta a comprendere la complessa quotidianità di uomini distanti da noi secoli.

Spulciando come un segugio note bibliografiche e vecchi cataloghi polverosi ho scoperto l'esistenza di un registro di imbreviature, redatto fra il 1237 e il 1244 dal notaio piacentino Rufino de Rizzardo. In esso sono contenuti i dati di una società molto particolare, e MOLTO interessante: la Societas Luporum, una compagnia di cavalieri nella Piacenza del Duecento.
"Ma il podestà ha autorizzato questa cavalcata? Aspetta... Ma sono io il podestà!" 

Prima di proseguire sulle tracce dei nostri "lupi" dobbiamo tenere presente che con il termine societas, nel periodo del nostro Rufino, si intendeva grossomodo -e in maniera direi omogenea in tutta l'Europa cristiana- un gruppo di individui legati fra loro da interessi comuni, per tutelare i quali si dotavano di regole ben precise. Si inserivano, nel diritto medievale, come forma giuridica atta a rappresentare un singolo ente, costituito da più voci, nei confronti delle autorità locali o più lontane che fossero. Se vogliamo fare un parallelo più che a un'attuale società per azioni somigliavano a una moderna associazione di liberi professionisti.

Il primo documento attestante la Societas Luporum è del 1241, redatto sotto il governo cittadino del podestà Guilfrido da Pioravano. In esso si fa riferimento a fatti avvenuti due anni prima, nel 1239. In quell'anno i Lupi avevano preso parte, non sappiamo se per loro iniziativa, a una cavalcata, una spedizione militare volta al guasto e al saccheggio. Un blitz da guastatori insomma, caratteristico della guerra nel medioevo: un mordi e fuggi che poteva essere molto proficuo per chi lo metteva in atto e allo stesso tempo arrecare sostanziali danni materiali e psicologici al nemico. In questo caso non sappiamo per quale motivo la Societas sia stata condannata, i giudici li accusano di aver arrecato danno e di essersi arricchiti -senza autorizzazione, aggiungo io- "illi qui fuerunt in cavalcata fuerunt ad proficuum et damnum" (doc 540 p.435). Non sappiamo quale sia l'esito di questo procedimento, quasi sicuramente la questione si risolse con un indennizzo economico alla parte "lesa" dato che i Lupi continuarono a operare per i successivi trentanni.

La struttura dell'organizzazione è semplice ma allo stesso tempo affascinante. la guida spettava a un potestas societatis, scelto fra i milites superstantes (superiori), che divenivano poi suoi luogotenenti. Di questa cerchia superiore, l'inner circle della società, conosciamo alcuni nomi.
Raimondus de Fontana, Albericus de Malavicino, Azo e Egidius de Arcellis, sono nomi altisonanti, appartenenti alle grandi famiglie capitaneali vicine, quindi, alle curia vescovile (e non è difficile immaginarne i vantaggi)
C'è poi Alberico de Andito, podestà nel 1251, del quale conosciamo la provenienza dalla milizia del contado e non della cerchia di mura di Piacenza. Albericus de Spettine e Nicolaus Vicedomini fili Rainaldi, entrambi superstantes, ma dalle origini oscure.
Infine, ma solo per motivi di sintesi, il più citato fra tutti nei documenti dell'epoca: Guglielmo Scalferio. Questi appare più volte come potestas, nonostante abbia origini ben più umili rispetto ai nomi citati in precedenza. Una simile "carriera" è indice di una certa meritocrazia all'interno della congrega guerriera. Scalferio ha ramificate conoscenze e lo si trova soprattutto quando la congrega deve trattare i riscatti per i prigionieri presi.
A. Zaninoni Il registro di imbreviature di Rufino de Rizzardo, Milano, 1983

La banda dei Lupi ebbe un ciclo vitale intensissimo fra il 1239 e il 1251. In quegli anni re Enzo, figlio di Federico II, opera come Sacri Imperii totius Italiae legatus generalis e non c'è che l'imbarazzo della scelta per milites come i Lupi. Su 257 atti 69 interessano lo scambio di prigionieri e i riscatti e un centinaio i risarcimenti per i soci della società dei danni subiti nel corso delle spedizioni: cavalli, armi e collaboratori. Tutto ha un prezzo e tutto può essere, se c'è disponibilità, ripagato. Nei documenti si fa spesso cenno a non meglio specificati seguaci, il cui valore è molto più basso dei milites che invece vengono citati per nome. Sono sicuro che siano fanti e specialisti (balestrieri, per esempio) che ingrossavano le fila dei Lupi e ne sostenevano le azioni più intense.
Coraggio ragazzi, adesso che i cremonesi dormono tutti... 

Ma cosa facevano, di preciso, questi guerrieri così riuniti? E, soprattutto, perché sentirono l'esigenza di creare ex novo associazioni che in qualche modo superassero i limiti delle masnade padronali -ancora ben presenti- e la milizia comunale in quegli anni già ben strutturata?

La risposta, o la più plausibile fra le molte possibili, è tutta negli atti del notaio Rufino. Anzitutto appare chiaro che queste compagnie di cavalieri nascevano da esigenze connaturate alla continuità delle tensioni fra Comuni. Si viveva in uno stato di guerra costante: fra città, fra città e campagna, fra quartieri e fra partiti politici. I signori legati da vincoli feudali e di vassallaggio non avevano la libertà che poteva avere un Guglielmo Scalferio alla testa di cavalieri slegati da vincoli di parentela e alleanze. Essi combattevano e guadagnavano scegliendo di volta in volta il proprio schieramento (e come abbiamo visto dal processo del 1241 anche agendo di propria iniziativa). Erano una sorta di mercenari, ma meno itineranti di quelli che appariranno sulla scena un secolo dopo. Forse è più corretto immaginarli come un'impresa di polizia privata, legata al territorio nel quale essa si trova, ma non a un particolare potere pubblico o privato.

Nel corso degli anni di attività i Lupi subirono perdite -cavalli, materiali, seguaci- che vennero ripagate attraverso i conteggi di esperti extimatores, ossia personale edotto nel quantificare il valore di qualsiasi cosa. La societas era una forma di protezione, un'assicurazione.
Castell'Arquato, Piacenza.
Abbiamo notizia di due custodes carceratorum, Alberto e Maxello, stando al documento numero 1 del febbraio 1242, pagati dalla cassa comune per gestire il carcere privato della società. Perché i prigionieri, con i riscatti che potevano fruttare, erano il vero business. Ecco quindi che le conoscenze dei singoli membri divenivano fondamentali per intavolare le trattative con le famiglie dei catturati e strappare i migliori prezzi, e ovviamente viceversa nel caso in cui fosse uno dei Lupi a cadere nelle mani del nemico.
Ecco qui, sempre dal testo della Zaninoni, citato il carcere. Inoltre qualche prezzo: l. sono Lire e s. Solidi (soldi)

Gli appartenenti vengono tutti definiti MILITES. I soci erano tutti, nessuno escluso, combattenti professionisti dotati di capacità, armamento e propensione alla guerra. Un normale signore non sempre poteva disporre di un numero discreto di combattenti e alleati di immediato utilizzo e così la societas ovviava a questo problema. "Ti danno noie i vicini? Ci pensiamo noi, basta che paghi"
In caso di maltempo doppia paga... 

E non è tutto. Esistono testimonianze di altre società, fra le quali una chiamata "della tavola rotonda"!!!... e sono solo all'inizio dell'approfondimento. Tornerò molto presto a parlare di compagnie militari negli anni precedenti le più note Condotte.





venerdì 11 agosto 2017

Gente di fama, gente di taverna.

Le taverne e i giochi dalla parole di alcuni Giganti del passato.

"Mangiato che ho, ritorno nell'hosteria: quivi è l'hoste, per l'ordinario, un beccaio, un mugnaio, dua fornaciai. Con questi io m'ingaglioffo per tutto dí giuocando a cricca, a trich-trach, e poi dove nascono mille contese e infiniti dispetti di parole iniuriose; e il più delle volte si combatte un quattrino, e siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano. Cosí, rinvolto in tra questi pidocchi, traggo el cervello di muffa, e sfogo questa malignità di questa mia sorta, sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la se ne vergognassi."

Machiavelli, lettera XI a Francesco Vettori, Magnifico ambasciatore fiorentino presso il Sommo Pontefice, proprio benefattore. In Roma

Quale vivida immagine di un'osteria, una bettola dove bere e giocare d'azzardo! Il Machiavelli bestemmia e sbraita come un qualsiasi popolano, salvo poi, nel resto della lettera che vi invito a leggere tutta https://it.wikisource.org/…/…/Lettera_XI_a_Francesco_Vettori
fare ritorno a casa e si immerge "nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio"




"Tre cose solamente m’ènno in grado,
le quali posso non ben ben fornire,
cioè la donna, la taverna e ’l dado:
queste mi fanno ’l cuor lieto sentire."

(Cecco Angiolieri, sonetto 87)





"Quando si parte il gioco de la zara,
colui che perde si riman dolente,
repetendo le volte, e tristo impara;

con l’altro se ne va tutta la gente;
qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
e qual dallato li si reca a mente;

el non s’arresta, e questo e quello intende;
a cui porge la man, più non fa pressa;
e così da la calca si difende.

Tal era io in quella turba spessa,
volgendo a loro, e qua e là, la faccia,
e promettendo mi sciogliea da essa."

(Dante Alighieri, Divina Commedia, Purgatorio VI vv. 1-12)


Non esistono regole univoche per il gioco della Zara, l'unico punto in comune era l'utilizzo dei dadi. A volte il banco assegnava dei numeri ai giocatori riuniti al tavolo e lanciava due o tre dadi: se il numero uscito era quello di uno dei giocatori egli vinceva la posta, altrimenti tutti pagavano al banco. Un'altra versione prevedeva la chiamata del numero prima del lancio, e la vittoria di un equivalente di posta pari al numero scelto.

venerdì 4 agosto 2017

Straniere genti, straniere lingue.


Come (finalmente!) gli studi attuali stanno dimostrando, viaggiare nel medioevo era un'esigenza ben più diffusa di quello che si era portati a credere in passato. Questo non significa che spostarsi per lunghissime distanze fosse agevole e come abbiamo visto nei giorni precedenti nella pagina facebook di inconvenienti ve n'erano eccome e oggi vi parlo di una di queste problematiche. 

Facendo ricerche per i miei romanzi mi sono imbattuto in uno dei problemi maggiori che un viaggiatore del medioevo era costretto ad affrontare: la lingua.
Noio volevam savoir... Ed è subito storia! 

Ieri come oggi il primo ostacolo nell'affrontare una terra straniera sta nel comprenderne il linguaggio. A partire dalle esigenze più basilari -e fondamentali- quali mangiare, dormire, bere, trovare un bagno, in un luogo del quale ci sfugge l'idioma tutto diventa più complicato. In tempi moderni si è ovviato con l'inglese. Dalla fine dell'ottocento la lingua di Albione è, a tutti gli effetti, divenuta lingua del mondo.

Nel medioevo vi erano tre lingue, per così dire, internazionali: il latino, il greco e l'arabo. Il latino era la lingua ufficiale della Chiesa e dei dotti d'Europa, ma ciò non toglie che parole di uso comune facevano parte delle principali derive dialettali d'Europa. Molti dei riti sacri alla cristianità fanno riferimento alle cose di tutti i giorni. In fondo i preti, nelle orazioni in latino, parlavano spesso di quotidianità: di lavoro della terra, di servi, signori, remissione dei peccati. Di vino e di pane. Chiedere "PANEM" in Brabante o in Puglia avrebbe portato sicuramente allo stesso risultato (una pedata o una pagnotta, a seconda dell'umore altrui). Lo sviluppo etimologico di alcune parole dimostra le origini comuni delle stesse, e dunque la loro omogenea diffusione.
La suddivisione politica corrispondeva, grossomodo, a quella linguistica agli inizi del XI secolo
Parlare greco, viaggiando attraverso la medio-bassa penisola balcanica (soprattutto le coste adriatiche) e le aree costiere del Medio Oriente, permetteva di essere compresi da una più ampia fascia di popolazione di quanta ne permettesse il latino nell'entroterra europeo, per quanto le lingue slave fossero preponderanti. Allo stesso modo l'arabo, a partire dal VII secolo, seguì le conquiste dei fedeli di Maometto; sostituì gran parte delle lingue precedenti in tutte le nuove aree di influenza musulmana e quindi dalla Spagna, alla Sicilia fino alla Terra Santa e oltre un viaggiatore come Ibn Battuta (di cui parlerò più approfonditamente) poteva farsi comprendere senza grandi problemi.

Tutto questo però non tiene conto dello svilupparsi delle centinaia di lingue volgari, a volte differenti in maniera sostanziale anche fra località divise da una collina particolarmente aspra ma fondamentalmente vicinissime. I numerosi dialetti locali ancora oggi caratteristici sono tutti sviluppi dell'impoverimento dialettico dei secoli successivi alla fine della romanità. In questi casi, per un uomo del popolo scarsamente avvezzo perfino alla lingua "ufficiale" della proprio terra, poteva essere complesso spostarsi da un luogo all'altro. A meno che non fosse un bandito, nel senso ampio del termine, un vagabondo (per malattia, delitto o altro) le soluzioni adottate per ovviare al problema del farsi comprendere erano diverse.
"Scusate, qualcuno parla la mia lingua?" 
In primo luogo si cercava sempre di partire in compagnia perché viaggiare soli, nel medioevo, non era né sicuro, né visto di buon occhio. Possiamo immaginare l'organizzarsi in luoghi precisi di veri e propri gruppi di viaggiatori, molto simili a quelli delle famose carovane del far west, guidate da esperte guide pratiche di strade e lingue grazie alla lunga esperienza.

Oppure si poteva approfittare di qualcuno, per esempio mercanti abituali che due, tre volte all'anno si ritrovavano alla fiera locale (del paese o dell'abazia vicina) e farsi insegnare almeno le basi da loro. Non è certo fantasia immaginare che dietro una qualche forma di compenso un mercante bilingue potesse istruire alla meglio chi facesse domanda in previsione di un viaggio.

Per i più abbienti c'era la possibilità di consultare, o portarne una copia con sé, dei veri e propri frasari di lingua straniera. Uno dei più famosi è il Dialoghi in antico tedesco ma non è l'unico e la sua semplicità di utilizzo fa pensare che fossero di utilizzo alquanto comune. In esso sono contenute alcune delle espressioni di più comune utilizzo "Ho fame" "Dove posso alloggiare?" "Portatemi la mia roba, parto." e così via tradotte dal latino al tedesco del X secolo.
Tratto dal Altdeutsche Gesprache.  Guardate che meraviglia!!! 

Inoltre abbiamo notizia documentale di mappe accurate (sempre in relazione allo sviluppo delle scienze geografiche del tempo): più che altro erano sequenze di nomi con distanze non in scala.

Ma c'era un'altra via per farsi comprendere, e per parlarne occorre scomodare niente meno che il famoso TRIVIUM, ossia le tre discipline filosofico/letterarie che permeano la cultura degli anni di Mezzo. Esso era composto da Grammatica, Dialettica e Retorica. E se le prime due avevano delle codifiche ben precise, possiamo dire universali, la Retorica è quella che si prestava a diverse sfumature interpretative. In essa infatti rientra anche il saper parlare in pubblico, il gesticolare e il mimare situazioni ed emozioni. Bernardo di Chiaravalle incantava le folle anche in paesi che non comprendevano le sue parole, grazie alla mimica trascinante, esplicativa. Ancora oggi siamo noi italiani i campioni del farci capire a gesti, e non poche battute all'estero si concentrano sul nostro modo di parlare molto teatrale.

Un esempio eccellente? Cristoforo Colombo annota nel suo diario di bordo, più volte, che fu solo grazie "alla lingua dei segni" che riuscì a farsi capire dagli abitanti del nuovo continente, l'America.

Parlando di mimica dobbiamo tenere presente, inoltre, che nei monasteri per osservare quanto più possibile il silenzio portatore di pace interiore e riflessione, si svilupparono dei linguaggi dei segni che trascesero la funzione iniziale e divennero utili ai laici che ne venivano edotti, per farsi comprendere nei viaggi -soprattutto di pellegrinaggio- ove erano contemplate soste in strutture sacre lungo la via.

Nelle Costituzioni del 1080 a integrazione della Regola di San Benedetto viene descritto il segno per il pane: fare un cerchio unendo pollici e indici delle mani! 

Se ci pensate bene non si nota una grande differenza con il presente. Allora, come oggi, alcuni apprendevano le lingue per pratica, vivendo direttamente in luoghi lontani da casa. Tutti gli altri si adattavano, in un modo o nell'altro, con ingegno e fantasia. 





giovedì 3 agosto 2017

Donne guerriere vol 1


Nel medioevo le donne erano tutte frustrate (e spesso proprio frustate), soggette al controllo dei maschi della famiglia. Tutte!

Era davvero così? No, non esattamente. La storia non è fatta di estremi, le vicende e le vite degli uomini del passato non sono state nere o bianche e, anzi, ritengo più corretto parlare dei singoli casi ogni volta che se ne ha l'opportunità cercando di non generalizzare. Per esempio vi sono notevoli eccezioni alle parole di cui sopra; talmente tante che qualcuna, non me ne vogliate, rimarrà di sicuro esclusa nel corso di questi giorni dedicati alla figura della donna nel medioevo. Mi farò perdonare tornando in seguito sull'argomento.



Æthelflæd, Signora del regno di Mercia (uno dei numerosi regni anglosassoni nei quali era divisa l'Inghilterra fra il VI e il XI secolo). Visse nei turbolenti anni delle invasioni nordiche delle isole britanniche, alla fine del nono secolo. Figlia maggiore di Alfredo il Grande alla sua morte fu vittima di un "complotto del silenzio" ordito dal fratello Edoardo detto il Vecchio per invidia e convenienza politica. Pensate che mentre nelle cronache anglosassoni si accenna a lei solo "come sorella di Edoardo" le cronache del Ulster parlano di "famosissima regina Saxonum" e allo stesso modo le fonti gallesi. Anche i successivi cronisti normanni parlano di lei in toni grandiosi. John di Worcester dice che fu "La luce dei suoi sudditi, il terrore dei suoi nemici, una donna di grandissima anima."

Æthelflæd nacque intorno al 870 d.C.
A 15 anni, mentre si recava verso le terre del futuro sposo, il conte di Mercia Æthelred, il suo corteo venne attaccato da una nutrita banda di nemici (presumibilmente di stirpe norrena). Lei organizzò la difesa dei sopravvissuti e riuscì a mettere in fuga gli attaccanti. Alla morte del marito, nel 911, assunse la guida del suo popolo di adozione e come governante della Mercia organizzò i suoi sudditi di stirpe sassone contro gli invasori danesi, ormai affacciatisi sulla scena politica inglese con tutta la loro potenzialità dopo i primi anni di sporadiche incursioni. Ricostruì fortezze, preparò spedizioni militari e, sembra -ma qui la leggenda si mescola alla realtà storica- che durante la Battaglia di Corbridge (vi sono due date contese: 914 e 918 d.C.) abbia guidato lei stessa uno dei contingenti al servizio del re degli Scoti Causantin MacAeda contro il sovrano della Northumbria norrena e dell'isola di Man, Rögnvaldr. Alla sua morte, nel 918, per un breve periodo fu la figlia Ælfwynn a prendere il potere ma senza il polso della madre -e l'amore incondizionato del suo popolo- lo zio Edoardo la depose senza molti riguardi l'anno successivo, chiudendo di fatto il minuscolo ma glorioso capitolo delle "Signore di Mercia".




Freydís Eiríksdóttir, figlia di Erik il Rosso (le mele non cadono mai troppo lontano dall'albero, direi).Sappiamo di lei solo grazie alle due saghe del Vinland. I resoconti però sono molto differenti.
Nella Saga di Erik viene descritte come una donna combattiva. Rimasta isolata durante un attacco degli Skraeling (La parola descrive genericamente gli abitanti della Groenlandia e dell'America del Nord, il suo significato è "barbari". In questo caso si ipotizza fossero i Dorset, antenati degli Inuit) si scoprì il seno e iniziò a battersi il petto con il piatto di una spada, terrorizzando i nemici.
Nella Saga dei Groenlandesi invece partì con altri due soci per una scorribanda nel Vinland. Avevano stabilito di portare un numero pari di uomini ma lei ne assunse molti di più degli altri due armatori e li tradì una volta giunti nel Vinland. In questa narrazione Freydís è spregiudicata come un qualsiasi capo vichingo tradizionalmente uomo. Ritornata in patria il suo misfatto venne scoperto ma non vi fu una punizione per lei.
Qualunque sia la verità, posto che entrambe le storie possono essere comunque fasulle in parte o completamente, Freydís incarna un'idea di donna fuori dal comune a tal punto da aver meritato menzione in due narrazioni differenti.




«C'è...da stupirsi del rapporto fra me e te: io sono come una donna senza figli, ristretta su un colle di terra, priva di qualsiasi soccorso, mentre tu sei re d'un territorio che ci vuole mezzo mese a percorrere, hai eserciti di cui è piena la terra, tesori, denari, fidi consiglieri. Questo tuo soffermarti ad assediarmi ti ha preso e distratto dai tuoi più alti affari politici. Io ti ho arrecato maggiori danni di quanti tu ne hai arrecato a me, ti ho inflitto perdite maggiori di quante tu a me...Ora non dispero di averti un giorno nelle mie mani, sinché mi resta fiato in corpo. Ti combatterò e ti tenderò insidie sino alla consumazione di ogni provvista in questa rocca, e sino a che i miei difensori non ce la facciano più»

Sicilia, anno del Signore 1223.

A pronunciare queste parole è la figlia di Muhammad ibn Abbad, morto l'anno precedente nella lotta contro l'imperatore Federico II. Di lei non conosciamo quasi nulla e la sua storia-leggenda ci è nota solo attraverso le parole di un cantore andaluso del XIV secolo. Chiusa nella fortezza di Entella, resistette dal 1222 al 1223 all'assedio delle forze cristiane, decise a porre termine alla indipendenza dell'ultima enclave musulmana di Sicilia. A seguito di un inganno riuscì a catturare 300 cavalieri di Federico. Li uccise tutti e fece appendere le loro teste ai contrafforti del massiccio roccioso dove era asserragliata. Quando infine ogni resistenza divenne vana si suicidò per non cadere nelle mani dei suoi nemici.

Più leggenda che storia, resta comunque di grande interesse il fatto che proprio fonti musulmane medievali abbiano esaltato la figura di questa virago indomita e terribile.

Elaborazione grafica da
 The Art of Gambargin



venerdì 28 luglio 2017

Apocalypsis Nunc. Finale.


Matilde non ricordava più da quanto tempo correva. Aveva iniziato presto, all’alba del secondo giorno che aveva trascorso nascosta. Si era avvicinata a un ruscello per bere, vinta dalla sete. Mentre se ne stava piegata sull’argine un rumore le aveva fatto alzare la testa.
Allora aveva visto il nemico, l’aveva guardato per la prima volta e trovata orrenda la carnagione scura puntellata di macchie nere, grandi come lenticchie, che gli sporcavano gli zigomi. Indossava una tunica chiara, tenuta stretta in vita da una cintura borchiata. Sotto di essa, fra le pieghe della veste, si intravedeva un corpetto rigido molto scuro. Una corazza di pelle o qualcosa del genere.
L’uomo aveva appoggiato lo scudo e la lancia a terra. La punta di ferro dell’arma era incrostata di una sostanza color vino ma brillava comunque, fra i riflessi del sole sull’acqua.
Il saraceno si portò l’acqua al volto un paio di volte, poi si lavò con metodo gli avambracci.
Cantilenava qualcosa nella sua lingua e teneva gli occhi chiusi. Con le ginocchia piegate, unite fra loro, rimase fermo per qualche istante, le palpebre abbassate, il volto sereno rivolto nella direzione in cui Matilde si trovava, immobile e scioccata, incapace di fare qualsiasi movimento.
Aveva trattenuto il fiato tanto a lungo che un gorgoglio strozzato le uscì dalla gola. Nell’istante esatto in cui il moro aprì gli occhi e, sconcertato, li posò su di lei, Matilde sentì, comprese con la forza di un marchio a fuoco, che voleva a tutti i costi vivere.
Con uno scatto si alzò e lanciò la pietra che aveva in mano. Non attese di vedere dove avesse colpito – perché il grugnito dell’uomo le confermò di averlo centrato – ma iniziò a correre nella direzione opposta.
Correva verso le colline, dal mare giungevano i mori e lei voleva vivere. Si maledisse per aver lanciato il sasso d’impulso. Doveva trovarne un altro, perché a mani nude non sarebbe sopravvissuta, ne era certa. Un sasso! Si fermò.
Lo aveva visto anche se gli occhi erano annebbiati dallo sforzo prolungato, lo raccolse e sentì nuova forza scorrerle nelle vene. Si appoggiò al tronco di un albero. Il sole era alto. Tentò di fare due conti ma non le occorreva, decise scuotendo il capo, per capire quanto avesse corso: era arrivata in cima alle colline che guardavano il mare.
Sentì le gambe farsi di burro, non era andata verso l’interno ma, presa dal panico, aveva corso parallelamente al mare, verso meridione.
Era stanca, anche il suo spirito era prostrato, e non v’era rimedio nel riposo fisico. Voleva fermarsi per non riprendere più il cammino; sarebbe dovuta morire con Arechi . Lo amava, di quella forza che si prova quando si perde l’occasione di vivere l’amore e vederlo sfiorire, magari, trasformato dal tempo in cruda e insopportabile realtà. Come accadeva a quasi tutti perché così era la vita; la maggior parte delle donne non poteva neanche scegliere chi amare e doveva fingere per accettare le scelte fatte dalla famiglia. A lei era rimasta solo la superficie dorata dello specchio di un lago al tramonto. Lo spettacolo più magnifico, prima del nero della notte, immediatamente dopo il vacuo del riflesso distorto del contorno sulle acque. Lei aveva il meglio, aveva nel cuore l’amore più puro non sporcato di vita e di quotidiano. Doveva morire. Ora ne era certa. E sapeva anche dove attendere la fine. Si mosse con un'inopportuna serenità, diretta all’altare del Santo Cristoforo. Lì Arechi  l’avrebbe sposata, glielo aveva promesso. Doveva morire laggiù e lasciare che le loro anime si toccassero per l’eternità.

***

Si fermarono, protetti dal folto del bosco, distrutti dalla fatica e dalle ferite.
«Non… non posso credere a quel che vedo.»
«Mio signore, risparmia le forze. Non parlare» Aldoneprovò a detergergli la fronte; Arnaldo scansò la mano con uno scatto rabbioso ma debole.
«Dannati tutti loro. Folco ancora regge sui bastioni? E mia moglie, dov’è Lucilla?»
«Mio signore…»
«E smettila di balbettare» tossì. «Folco è ancora fuori, vero? A caccia di cervi e di donne» rise e il sangue fiottò dalle labbra strette a fessura.
Aldonetacque, non aveva idea di come rispondere ai deliri dello Sculdascio, ormai preda delle allucinazioni provocate dal dissanguamento. Il braccio sinistro di Arnaldo era stato reciso all’altezza del gomito ma, scosso da tremiti e delirante, non sembrava rendersene conto. Girava la testa qua e là senza soffermarsi a osservare nulla in particolare e borbottava parole sconnesse, con il sangue che gli gorgogliava in bocca.
«Le ho ammazzate tutte, vero? Le mie donne. È loro il sangue sulle mie mani» disse alzando il braccio e il moncherino, come a congiungere gli arti davanti ai suoi occhi. «Le ho sgozzate per bene, vero?» aggiunse piegando la testa sulla spalla. Un pianto sommesso e continuo lo colse, in quel momento di lucidità.
«Dov’è Roma, adesso? Dove. Non saremo più romani.»
«Mio signore, dobbiamo andarcene ora. Non è sicuro qui.»  Erano gli unici due sopravvissuti dell’intero Vicus. Per quanto ne sapevano, tutti quelli che erano all’interno della palizzata durante l’assedio erano morti. Avrebbero voluto immolarsi anche loro sulle spade dei saraceni, ma nello straziante addio con cui Arnaldo aveva salutato sua moglie, lei gli aveva fatto promettere che avrebbero salvato le reliquie del santo custodite nella chiesa. Oddo era scomparso prima dell’attacco e nessuno le aveva prese in considerazione finché la donna non li aveva obbligati, strappando loro quel voto, a correre nell’edificio sacro, prelevare una o due ossa dall’urna e aprirsi la strada combattendo, mentre intorno a loro si consumavano gli ultimi atti dell'assedio. Aldonesoppesò lo straccio che conteneva i frammenti ossei. Valeva la pena continuare a vivere per quell’involto? Non si era mai sentito così solo in tutta la sua vita. Arnaldo scivolò su un fianco. Aldonelo afferrò per raddrizzarlo, ma la testa ciondolò senza vitalità. Un fiotto di sangue denso colava da un lato della bocca. Lo scosse un poco ma lo Sculdascio non ebbe reazione. Quando si accostò a lui e non udì il respiro, gli fu chiaro che il suo signore era morto. Se ne era andato così, senza una parola, senza un saluto o una frase di congedo. Era morto così come era morto il Vicus. Senza un sussulto di gloria, lordo del sangue dei suoi abitanti e delle persone amate, aveva smesso semplicemente di esistere. Le fiamme del villaggio fortificato sembrarono rombare ancora più fameliche di prima e il guerriero si immaginò i saraceni danzare nudi intorno a esse, come demoni chiamati al mondo dalle fattucchiere, nelle notti di plenilunio. Doveva andarsene. Morire laggiù, con i suoi cari e i compagni aveva forse un senso, ma farlo in mezzo ai boschi, braccato come un cane, no. Si alzò in piedi e contemplò il cadavere di Arnaldo: non c’era modo di dargli una degna sepoltura ma non poteva tollerare l’idea che i mori potessero dissacrarne il corpo. Lo spogliò allora dell’armatura e delle vesti e lo nascose fra i cespugli prospicienti il mare. Meglio le bestie selvatiche che gli adoratori del diavolo d’Arabia. In ogni caso, pensò, non era rimasto nessuno che avrebbe potuto far visita alla tomba dello Sculdascio, dopo quella notte. I saraceni avevano tolto loro perfino la possibilità di ricordare. Si issò in spalla gli oggetti appartenuti al defunto e strinse in mano i resti del santo martire, vi chiuse intorno le dita con tutta la forza di volontà che aveva. Non c’era più nulla per lui, ora, se non sopravvivere e compiere la missione che la moglie dello Sculdascio aveva affidato loro, un istante prima di chiudere le sue mani intorno a quelle di Arnaldo, strette all’elsa della spada, e aiutarlo a spingere la lama nel suo ventre. Era morta coraggiosamente, senza urlare, il volto una volta nobile deformato da una smorfia quasi di sfida.
Camminò per un lungo tratto finché, in cima alla collina che separava la valle del Cluentum dai fondi del fosso del Vicus, vide di nuovo il mare. C’erano troppe navi al largo, più di quelle che erano vicine al litorale e dalle quali erano sbarcati gli uomini che li avevano attaccati. Nessun luogo della costa, per tutta l’estensione di quelle acque, era al sicuro. Come colpiti da una piaga divina, non vi era stato scampo per nessun castellum, nessuna villa, vicus o monastero. L’unica sua possibilità era trovare un posto dove nascondersi fino alla fine di quell’apocalisse. L’istinto lo portò a osservare le colline a ponente: quella del tempio romano, un vecchio rudere sepolto dalla vegetazione, tagliava in due la stretta vallata del fosso del castello. Se non ricordava male, l’ultima volta che era capitato da quelle parti durante una battuta di caccia, il tetto era in parte integro. Oddo o Arnaldo, non ricordava, gli aveva raccontato che il tempio era diventato la villa di un abbiente verso la fine della romanità ma poi, fra guerre e pestilenze, quella famiglia si era estinta e nessuno era più andato a rivendicare le rovine. Avrebbe potuto trovare un buon riparo lassù, e con un po’ di fortuna i saraceni avrebbero ignorato quella zona spopolata. Chilperico, figlio di Aldone, sarebbe sopravvissuto, si disse, al riparo fra le rovine dei romani.

***
L’idea della lama che penetrava la carne della sua pancia, spinta dalla forza della disperazione, si era fatta meno orribile a ogni passo che compiva diretto verso l'altare del Santo Cristoforo. Era stato testimone della devastazione che aveva preso il posto della villa fortificata di Alperti. Quei corpi carbonizzati lasciati sotto il cielo, erano tutti identici a Matilde nella deformità del loro avvizzimento: si era sentito morire cento volte nell’osservarli uno a uno alla ricerca di una conferma che già nell’intimo aveva avuto.
Indisturbato raggiunse l’altare dove le aveva promesso che avrebbero consacrato la loro vita insieme. Non aveva incontrato nessuno nel suo ultimo viaggio. Tutti perivano, ogni cosa veniva distrutta intorno a lui, e per lui invece non c’era più stato un solo saraceno sulla cui arma immolarsi, in un ultimo sussulto di tragica gloria. Forse era il preludio alla morte, quella terribile solitudine che lo avvolgeva. Si muore un po’ alla volta, l’anima cerca di rimanere attaccata al corpo anche se non vi è più speranza. Da qualche parte aveva la ferita che l’aveva ucciso ma non la percepiva più. Stava morendo così, un pezzo alla volta? si domandava mentre camminava nella quiete irreale delle colline dell’antica Cluana. Quando si inginocchiò ai piedi della sacra composizione di massi, sormontata da una croce di legno scheggiata, provò a pregare, ma la mente produsse solo confuse parole che si mischiavano a volti deformati dal fuoco, a grida che non aveva udito ma insopportabili nella mente che le ricreava per lui. Alla fine sguainò la corta e affilata daga, appoggiò la punta al ventre e con entrambe le mani afferrò l’impugnatura.
«Matilde» mormorò senza riuscire a spingere. Non aveva paura di uccidersi, non c’era più nulla che avesse un valore per lui in questo terrore. Avrebbe trafitto il suo corpo ma, egoisticamente, aspettava un segno dalla sua amata. Nei momenti più drammatici, si diceva dandolo per certo, le anime dei cari giungevano in aiuto dei vivi. Dov’era lei? Perché non era lì ad attenderlo?
«Matilde!» la invocò con un grido.
«Arechi . Arechi , no!» la voce lo fece trasalire. Si voltò di scatto. Lei era in piedi nel sottobosco. I vestiti ridotti a stracci, il volto sporco e pallido, sotto la crosta di terra, risaltava ceruleo fra il nero dei capelli arruffati e incrostati dallo sprofondare nella terra, per salvarsi. Un mero spettro.
«Sei… sei venuta per me, dall’Aldilà?»
«Arechi , sono viva. Ferma la tua mano.»
«Dio mio. Sei viva?»
«Sono viva» e corse verso di lui piangendo così forte da sussultare. Lo abbracciò, lui ancora scosso non riuscì a muovere le braccia per imitarne il gesto.
«Sei viva.»
«Siamo vivi.»
Piansero disperati. Un pianto doloroso da far male fino alle ossa ma necessario, per detergere le lacerazioni e far emergere il tessuto cicatriziale. Piansero e le lacrime scivolarono sopra tutto e tutti. I vivi, i morti, i giorni che sarebbero venuti e quelli che avevano perso.
«Vivremo o moriremo. Non importa. Lo faremo insieme, non più un solo istante concessoci sarà l’istante di un singolo.»
«Insieme» rispose lei lasciandosi abbracciare di nuovo.

***


Era stato uno degli ultimi a raggiungere il tempio, ma per primo aveva compreso che si poteva fortificare il muro di cinta, alzare delle barriere nei pressi dell’ingresso, al posto del portale divelto, sfruttando l’arcata in pietra che ancora svettava sprezzante del tempo che era trascorso dai suoi giorni di gloria. Per tenere lontane le bestie selvatiche e per illudersi di poter resistere a un assalto dei mori, se fossero capitati in zona, ma soprattutto per dare uno scopo oltre la mera sopravvivenza allo sparuto gruppo di sopravvissuti. Aveva iniziato a riunirli in assemblee, trattando tutti gli uomini da liberi senza curarsi se fossero stati semi liberi o schiavi prima di finire in cima al ripido colle in cerca di scampo. Aveva vinto le loro diffidenze e li guidava come meglio poteva: Guido, che continuava a dirsi Franco della stirpe dei Franchi per non perdere la memoria della sua famiglia, era divenuto il suo primo guerriero. Come molti altri, anche loro erano fuggiti alle devastazioni dei saraceni che sembravano non trovare alcun argine in grado di contenerli.
Arechi  e Matilde, legati a due uomini che si abbaiavano contro e facevano la voce grossa quando il mondo era ancora normale, guerriero dello Sculdascio l'uno e figlia del ribelle Alperti l'altra, erano la speranza che qualcosa si sarebbe salvato. Qualcosa di nuovo, un segno concesso dall’Onnipotente Dio che la vita sarebbe continuata, attraverso quei giovani e la loro unione.
Uno dei nuovi venuti, un anziano aldio di Monte Sancto e unico scampato del suo castrum, un giorno aveva preso la parola durante una delle assemblee. Era da poco giunta la notizia che anche la potente Ancòn era stata attaccata e incendiata (NdA fatto storico, avvenuto nel 839 d.C.).
«Appare chiaro» disse il vecchio «che non avremo una casa alla quale tornare, se questo inferno avrà mai fine. Questa dunque sarà casa nostra» indicò le rovine «augurandoci di sopravvivere fino alla partenza di quei demoni. Propongo di trovare un nome adatto allora, ché è buona consuetudine che tutte le cose abbiano un nome, così come Iddio ha insegnato creando il mondo e lasciando ad Adamo il compito di chiamare le sue creature.»
Mormorii di assenso si alzarono fra gli astanti, in breve si formarono dei piccoli gruppi con opinioni differenti.
«Non c’è nulla che rappresenti noi tutti, ora, che provenga dalla tradizione e dalla memoria» fece notare qualcuno. «Veniamo tutti da realtà diverse.»
«È buona norma ricordare da dove si viene però, pertanto io propongo di chiamare codesto luogo Cluentensis Nova» disse Guido alzandosi in piedi.
«Io non vengo dal Vicus» disse uno.
«E nemmeno io.»
«Perché allora non Cluentum Novo, visto che io vengo dalla valle del fiume?»
«Mons Salvifici dico io.»
Le voci si accavallarono e non sembrava esserci possibilità di accordo. Chilperico, che ancora non aveva parlato, si alzò e fece cenno di tacere con la mano.
«Vuoi forse darci un nome tu?» domandò il vecchio che aveva iniziato la discussione. «Sei tu che ci guidi, io accetterò la tua decisione.» Altri annuirono, ma non tutti.

«Non possiamo ricorrere alla memoria. Troppo dolore, e troppo diverse fra loro le nostre rimembranze di un tempo che non sarà più. Ci hanno tolto il passato» li guardò tutti, uno a uno. «Ma, grazie al Signore che ha vegliato sulle nostre vite, essi non sono stati in grado di fare altrettanto con il futuro, a quanto pare, se siamo qui a discuterne. Un nuovo percorso perciò attende questa che siamo concordi nel ritenere una nuova comunità. Una Civitas Nova» disse, con solennità. Nel silenzio alcune teste presero ad annuire, seguite da altre, poi si alzarono tutti e batterono le mani. «Civitas Nova» gridarono più volte. Nessuno era in disaccordo, se tutto era finito, non per questo dovevano ritenere terminate le loro esistenze, e quelle dei figli che sarebbero nati nella ritrovata pace. Una nuova esistenza, in una nuova città.